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TRENDAUNIA

03/2004

Portale dell'economia di Capitanata.

Periodico a cura della Camera di Commercio di Foggia


Il Progetto Braccianti.

Un'impresa culturale per la memoria del territorio, tra identità e innovazione creativa.

di GIOVANNI RINALDI

Progetto Braccianti nasce lontano e come tutti i veri progetti non si è accontentato del breve tempo dell'effimero, ma ha preferito navigare sul tempo lungo della ricerca, dell'approfondimento, della riflessione, della rinascita, del suo adeguamento a nuovi panorami, nuovi metodi e nuovi approcci. Per la realizzazione di questo progetto è stata indispensabile la grande Rete, il web, la capacità di usarlo e di percorrerlo scoprendo e facendosi scoprire, utilizzandolo come memoria, archivio e allo stesso tempo come occasione di confronto con esperienze, luoghi e persone con cui dialogare e "pensare" insieme, seppur a distanza.

Partito attingendo ispirazione e materiali dall’esperienza concreta di due ricercatori di storia orale in Puglia (chi scrive e Paola Sobrero), già da tempo impegnati il primo in Capitanata, la seconda in Emilia Romagna, Progetto Braccianti ha aggregato e messo in relazione progettuale e organizzativa una coppia di attori teatrali a Milano (Enrico Messina e Micaela Sapienza della compagnia Armamaxa), un fotografo (Pasquale Susca) a Bari, un musicista (Umberto Sangiovanni) e un regista cinematografico (Alessandro Piva) a Roma. Senza la Rete questo lavoro collettivo avrebbe richiesto tempi, investimenti finanziari, spostamenti logistici di tutt’altra portata. Una ricerca storica "locale" si è trasformata in un lavoro culturale articolato che vive una dimensione non più locale, ma estesa; rappresentazione in itinere di un patrimonio culturale antico che si confronta non più solo al suo interno, ma provoca riflessione e approfondimento - sulla forma e sui contenuti - nei luoghi dove viene presentato, quasi a portarsi dietro una carta d’identità carica di immagini, storie, fatiche che sono nel loro insieme la nostra identità: unico modo possibile di percorrere come migranti il mondo, tentando di decifrare le identità altrui.
Progetto Braccianti è un percorso culturale e artistico fortemente legato al presente; un progetto in cui etica ed estetica non sono separate e in cui proprio nel dialogo tra arte e società è da ricercare la sua motivazione originaria. Coinvolge creatività artistiche e intellettuali che mantengono ciascuna le proprie individualità e autonomia artistica e produttiva, legate, o anche solo semplicemente influenzate, dalla storia e dalla cultura popolare. Temi che raramente trovano ospitalità nei volumi di Storia e in quelli di Letteratura.

Un presidio della memoria.

"Il prossimo livello di cambiamento del mondo agricolo e produttivo del cibo deve essere soprattutto locale, includendo una mobilitazione culturale intorno al lavoro e alla dignità dei produttori e alla stima di se stessi", queste parole di Vandana Shiva (indiana, teorica dell'ecologia sociale, in un'intervista rilasciata a Carlo Petrini, presidente di Slow Food, "La Stampa", 1 febbraio 2004) sembrano descrivere non solo la grande rivoluzione che intorno alla biodiversità avviene ormai a livello globale, ma anche una delle motivazioni alla base del nostro progetto: un presidio della memoria, contro l’omologazione e la perdita d’identità. La storia della provincia di Foggia, come quella di larga parte dell’Italia, dall’Emilia alla Sicilia al Veneto, è legata indissolubilmente alla storia delle masse bracciantili che con fatica e sudore hanno conquistato un posto di primo piano nella costruzione della società nazionale. Intorno al tema del lavoro, cruciale per qualsiasi società, si è sviluppato inizialmente il Progetto Braccianti.

Raccolta in un libro prezioso quanto introvabile per ventitrè anni, ma che ora è tornato finalmente a "rivedere le stelle", la vita dei braccianti del Tavoliere pugliese e il loro lavoro si sono fatti parola, gesto, musica, canto, e dunque nuovo documento, incontrando la ricchezza espressiva della ricerca artistica. Un bagaglio di memorie che rivive attraverso il libro, lo spettacolo teatrale, il lavoro musicale, il sito internet (www.progettobraccianti.it) e un progetto cinematografico. Un modello di agire culturale che, attraverso le forme della ricerca di storia orale, del teatro, della musica, del cinema e della fotografia, si propone come strumento che non mira ai modelli mediatici di massa e resta lontano da qualsiasi semplificazione demagogica. Conoscenza storica, analisi sociologica, ricostruzione politica, arte scenica e musicale si sono incontrate per continuare a cercare, creare nuova memoria, oggi.

Alle origini: la ricerca smarrita e il libro perduto.

"La più importante ricerca che sia stata fatta nel nostro Paese su una zona di bracciantato agricolo, quella del Basso Tavoliere di Puglia".
Il de Martino. Rivista dell'Istituto Ernesto de Martino, n. 14/2003, editoriale

Le Edizioni Aramirè di Lecce ripubblicano, dopo 23 anni, La memoria che resta, il libro edito nel 1981 dalla Provincia di Foggia, frutto di un insolito ed impegnativo lavoro di ricerca sulle fonti orali condotto - dal 1974 al 1981 - da chi scrive e da Paola Sobrero. In quegli anni con i nostri collaboratori intervistammo centinaia di braccianti agricoli di Cerignola, terra natale di Giuseppe Di Vittorio, fotografammo i loro volti e le loro case, organizzammo decine di assemblee pubbliche di dibattito e discussione, realizzammo filmati di feste rituali e laiche, documentammo con mostre ed esposizioni i materiali raccolti, fotografici e di archivi privati. Una grande selezione di quelle storie si possono oggi nuovamente leggere - ed ascoltare nei cd allegati al volume - insieme alle fotografie e ai canti della terra e della festa.

"Mia madre poi la mattina... piangevamo noi: ‘Ma’, il pane’, ‘Adesso, adesso lo vado a comprare, figli, non vi preoccupate. Ora quando si cuociono le fave vado a comprare il pane’. Se ne usciva, andava in mezzo alla piazza [il mercato] - pensa un po’ allora - vicino ai banchi, prendeva quello che gettavano dalle cicorie, metteva dentro al giornale. Faceva finta di portare la spesa per non far vedere alla gente. Poi si ritirava papà, quelle cicorie le facevamo a poco a poco con le fave e ce le mangiavamo. La gente poi domandavano a noi: ‘Che avete mangiato?’ - e nostra madre - ‘Figli miei... rispondete: carne e pesce!’. Papà poi teneva la chitarra ché sapeva suonare, c’aveva la chitarra: ‘Ballate!’ dididìn dididì... papà suonava e noi ballavamo. Quando ballavamo: ‘Papà che noi teniamo fame’, ‘Ballate un altro poco, ballate’ e ballavamo noi e ci pigliavamo mano a mano a ballare. ‘Papà è fatto notte...’, ‘Ora che ve ne andate a letto viene quello col panierino. Andatevene a letto che quando viene col panierino vi sveglio tutti e tre a mangiare’. Ce ne andavamo a dormire, la mattina si pensava".
Maria Manzi (1914), bracciante

Il progetto teatrale: "Braccianti, la memoria che resta".

"Poco meno di un anno fa ‘incontrai’ un libro, La memoria che resta. Vi erano raccolte testimonianze preziose di una storia quasi dimenticata: la storia del movimento bracciantile nel Basso Tavoliere di Puglia. Qual è il senso di raccontare la memoria oggi? Perché la voce dei braccianti di cinquant’anni fa ci parla oggi come fosse cronaca? Il lavoro della terra, le memorie, la quotidianità dei braccianti sono una presenza costante, tracce e segni di un passato ansioso di futuro. Un passato che è presente, qui ed ora, con l’unica differenza che quegli uomini, un tempo piccoli e abbigliati in nero, oggi vengono da lontano ed hanno spesso la pelle nera. Per questo ricorreremo al teatro: per restituire voce a tutti quegli uomini che, oggi come allora, voce non hanno".
Enrico Messina, presentazione del progetto teatrale Braccianti, la memoria che resta, 2002

Braccianti viaggia nel passato, nella fatica di quando si lavorava da sole a sole, fino a squarci odierni, a quei nuovi braccianti "a colori", venuti dalla miseria di altre parti del mondo. Nello spazio vuoto del palcoscenico poche sedie e, sul fondo, un grande velo bianco dove sono proiettate le immagini fotografiche che prendono vita dai gesti degli interpreti: volti, mani, stalle, strade, campi, vigne, povere stanze dove il ritratto di Giuseppe Di Vittorio, l’uomo che fece della lotta contadina il proprio credo, affianca una grande icona di Cristo. E la terra, quella terra che inghiotte e prosciuga le forze, torna nelle voci, nei racconti, nelle parole dei testimoni di allora. Un paesaggio umano dal quale emergono gli attori, ad aprire la porta della riflessione su quello che siamo, sul passato che ci portiamo denso o negato dentro. Il teatro, così, si fa carico di costruire memoria: lo sfruttamento passato che, in altre forme, si ripropone oggi; echi della storia tra paure e ribellioni, durezze, sogni e solidarietà.

Il progetto musicale: "La controra".

"Cercavo una chiave di racconto di me stesso, un elemento ispiratore forte: l’ho trovato tre anni fa su una spiaggia del Gargano, grazie a un amico che mi ha fatto leggere un libro, La memoria che resta: ho capito che dovevo ripartire dalla mia terra e da una sana nostalgia… E ho scoperto la forza evocativa di quelle parole, di quelle storie, di quei testi, di quel libro davanti a me sul pianoforte che leggevo ad alta voce, alla ricerca della musica per rendere in qualche modo mio quel racconto".
Umberto Sangiovanni, intervista di Claudio Botta, "Profili", II, 2, 2004

La Controra è uno stato della mente oltre che del corpo: è ripararsi dal sole senza far niente, soffrendo il meno possibile il caldo delle prime ore pomeridiane quando, appena alzati da tavola, ci si ferma ad ascoltare i rumori di sottofondo o a sonnecchiare senza trovare pace, vinti da una inspiegabile fiacca. La Controra sveglia i ricordi, le immagini e i suoni, come le voci e le parole dei canti dei braccianti che fanno da eco alle musiche di questo cd che, come un archivio storico, riporta alla memoria il suono del dialetto della terra di Foggia. Alcuni dei testi rimusicati sono tratti da La memoria che resta; le lotte bracciantili, i canti d’amore (Senza Ca’Spasse), l’emigrazione (All’Amereca) raccontano di una terra difficile, di un popolo fiero attraversato però da una antica povertà mai sanata. Altri brani sono di chiaro stampo sentimentale e provengono dalla tradizione orale e popolare di Carpino, Monte Sant’Angelo, Cerignola, recuperati attraverso la ricerca fatta dal compositore su libri prestati da amici e parenti, scovati nelle cantine ed ingialliti dal tempo. Umberto Sangiovanni, pianista pugliese di formazione jazz e compositore, riscopre quindi la vitalità del dialetto della sua terra riscrivendo la musica dei canti contadini d’inizio ’900. Il cd è prodotto da Rai Trade, patrocinato dalla Provincia di Foggia, distribuito dalla Egea. Con Sangiovanni la DauniaOrchestra, un quartetto (voce, contrabbasso, pianoforte e batteria) attorno al quale secondo le esigenze ruotano altri elementi (chitarra, fisarmonica, clarinetto) sino a raggiungere un organico da piccola orchestra. Sonorità mediterranee e ritmi jazz si mescolano alle tradizioni di un linguaggio antico e poco conosciuto.

Il progetto cinematografico: "Pasta nera".

"Riprenderemo il lavoro di Rinaldi e Sobrero avviato tanti anni fa, approfondendo alcuni aspetti che mi hanno colpito particolarmente. Ne nascerà un documentario, lavoreremo a un film. Ma la cosa che conta è che per questi preziosi ricercatori, dopo vent'anni, si accende nuovamente una passione che non attendeva altro: una ricca serie di stimoli che stanno arrivando da uomini di teatro, di musica, di cultura, uniti dallo stesso ritrovato interesse per le loro radici".
Alessandro Piva, dalla prefazione alla nuova edizione de La memoria che resta, 2004.

Il progetto: si è appena avviato e mira a raccogliere testimonianze di protagonisti della vita bracciantile nel Tavoliere degli anni '50, in un lavoro di ricerca storico-antropologica con le fonti orali che procederà insieme alla documentazione cinematografica. Il tema: l’ospitalità familiare, da parte delle famiglie di lavoratori del nord, ai bambini provenienti dalle zone del sud più colpite dalla guerra e dalla miseria; un grande movimento di solidarietà popolare che per anni riunì l’Italia dilaniata dalla guerra. L’obiettivo: nell’arco di due anni (in Puglia, nelle Marche, in Emilia Romagna) elaborare materiali multimediali diversi (mostre fotografiche, un documentario, un archivio delle video-interviste raccolte) e la stesura di una sceneggiatura cinematografica, il cui soggetto prenderà corpo dalle "storie vere" dei protagonisti incontrati. Un percorso di ricerca oramai dimenticato dal nostro cinema, con tappe di ricerca e riproposta documentaria, e infine un film ben piantato sul suolo di Capitanata, capace di restituire verità storica a un tessuto sociale che ha espresso una figura come Giuseppe Di Vittorio.

Alcune riflessioni finali.

Il progetto teatrale è nato in Emilia, pur trattando e proponendo temi e storie della nostra Capitanata. È nato dall’intuizione di un direttore artistico teatrale, Federico Toni (premiato quest’anno dall’Associazione Nazionale Critici Teatrali), che organizza il festival Tracce di teatro d'Autore per un consorzio di comuni del bolognese. Le sinergie, per produrre il progetto, che si sono create tra istituzioni del territorio emiliano e del territorio pugliese, fanno intuire la portata e l’importanza del fare rete per la riuscita di iniziative culturali che non mirano al semplice ed effimero evento, ma ad una solida programmazione e capacità di intervento nel territorio. Il lavoro musicale di Umberto Sangiovanni è il riuscito tentativo di unire sensibilità moderna, interpretazione artistica (musica jazz, influenze balcaniche, tango…) alla riproposta di un repertorio poetico antico e "povero". La Controra sta rappresentando nell'ambito musicale più qualificato una forma di esportazione della ricchezza di una cultura del territorio non folcloristica e retrò, ma proiettata a intersecare e incontrare linguaggi musicali non solo in ambito nazionale; un prodotto da proporre a un mercato molto più ampio dei soli fruitori locali. Il progetto cinematografico che sto sviluppando con il regista Alessandro Piva, dal canto suo, sta coinvolgendo nuovamente la partecipazione di enti ed istituzioni dall’Emilia Romagna alla Puglia. Inutile soffermarsi sulla potenzialità dirompente per un territorio di vedersi rappresentato in un opera cinematografica: vera sintesi di creatività artistica, promozione delle risorse umane e ambientali, capacità di attrazione di investimenti di altissimo livello.

Naturalmente l'anello debole di queste reti rimane purtroppo il nostro territorio, sempre difficile da percorrere intrecciando relazioni tra enti, istituzioni, imprese. Difficilmente si riesce a far passare l’idea di un progetto culturale non solo destinato al singolo evento; difficile far accettare il lavoro culturale come percorso più che come prodotto da fruire una tantum. La fatica di pianificare su tempi produttivi dilatati e non striminziti, di allargare la base di partecipazione istituzionale, di creare relazioni con soggetti imprenditoriali - che possano sostenere l’investimento finanziario delle pubbliche amministrazioni - è una fatica che spesso non viene apprezzata. Di qui la scontata limitatezza di molte proposte culturali correnti, il corto respiro - questo sì localistico - di produzioni che hanno orizzonti ristretti e si accontentano della benevolenza della sola stampa locale.
Il Progetto Braccianti si è fatto impresa culturale dimostrando che anche nel campo culturale, specularmente a quello imprenditoriale tout court, si possa e si debba fare ricerca ed elaborazione innovativa, miscelare sapienza antica e nuove tecnologie, obiettivi prefissati e risultati raggiunti, capacità di investimento, di comunicazione, di rendicontazione. Il miglior modo di rappresentare il nostro territorio sta nella capacità di produrre progetti complessi di proposte culturali, nel veicolare icone comunicative finalizzate alla sua migliore riconoscibilità; sta anche nella capacità di considerare identità e qualità carte vincenti per tutti i soggetti interessati allo sviluppo della nostra terra, siano essi operatori culturali, imprenditori, operatori del turismo, delegati amministrativi.
La ricchezza culturale del nostro territorio è tale proprio perché variegata e complessa. È una ricchezza storica elaborata da gente umile che ha faticato per la propria sopravvivenza e che, ciò nonostante, è divenuta forza trainante di progresso e democrazia. È una storia che ha prodotto tante forme di cultura, inutile distinguere se alta o bassa. Tocca a noi non fermarci alle pur sempre piacevoli tarantelle e ai tarallucci e vino delle sagre di paese.

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