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Il Progetto Braccianti.
Un'impresa culturale per la
memoria del territorio, tra identità e innovazione creativa.
di GIOVANNI RINALDI
Progetto Braccianti
nasce lontano e come tutti i veri progetti non si è accontentato del
breve tempo dell'effimero, ma ha preferito navigare sul tempo lungo
della ricerca, dell'approfondimento, della riflessione, della rinascita,
del suo adeguamento a nuovi panorami, nuovi metodi e nuovi approcci. Per
la realizzazione di questo progetto è stata indispensabile la grande
Rete, il web, la capacità di usarlo e di percorrerlo scoprendo e
facendosi scoprire, utilizzandolo come memoria, archivio e allo stesso
tempo come occasione di confronto con esperienze, luoghi e persone con
cui dialogare e "pensare" insieme, seppur a distanza.
Partito attingendo
ispirazione e materiali dall’esperienza concreta di due ricercatori di
storia orale in Puglia (chi scrive e Paola Sobrero), già da tempo
impegnati il primo in Capitanata, la seconda in Emilia Romagna, Progetto
Braccianti ha aggregato e messo in relazione progettuale e
organizzativa una coppia di attori teatrali a Milano (Enrico Messina e
Micaela Sapienza della compagnia Armamaxa), un fotografo (Pasquale Susca)
a Bari, un musicista (Umberto Sangiovanni) e un regista cinematografico
(Alessandro Piva) a Roma. Senza la Rete questo lavoro collettivo avrebbe
richiesto tempi, investimenti finanziari, spostamenti logistici di tutt’altra
portata. Una ricerca storica
"locale" si è trasformata in un lavoro culturale articolato
che vive una dimensione non più locale, ma estesa; rappresentazione in
itinere di un patrimonio culturale antico che si confronta non più
solo al suo interno, ma provoca riflessione e approfondimento - sulla
forma e sui contenuti - nei luoghi dove viene presentato, quasi a
portarsi dietro una carta d’identità carica di immagini, storie,
fatiche che sono nel loro insieme la nostra identità: unico modo
possibile di percorrere come migranti il mondo, tentando di
decifrare le identità altrui.
Progetto Braccianti
è un percorso culturale e artistico fortemente legato al presente; un
progetto in cui etica ed estetica non sono separate e in cui proprio nel
dialogo tra arte e società è da ricercare la sua motivazione
originaria. Coinvolge creatività artistiche e intellettuali che
mantengono ciascuna le proprie individualità e autonomia artistica e
produttiva, legate, o anche solo semplicemente influenzate, dalla storia
e dalla cultura popolare. Temi che raramente trovano ospitalità nei
volumi di Storia e in quelli di Letteratura.
Un presidio della
memoria.
"Il prossimo livello
di cambiamento del mondo agricolo e produttivo del cibo deve essere
soprattutto locale, includendo una mobilitazione culturale intorno al
lavoro e alla dignità dei produttori e alla stima di se stessi",
queste parole di Vandana Shiva (indiana, teorica dell'ecologia sociale,
in un'intervista rilasciata a Carlo Petrini, presidente di Slow Food,
"La Stampa", 1 febbraio 2004) sembrano descrivere non solo la
grande rivoluzione che intorno alla biodiversità avviene ormai a
livello globale, ma anche una delle motivazioni alla base del nostro
progetto: un presidio della memoria, contro l’omologazione e la
perdita d’identità. La storia
della provincia di Foggia, come quella di larga parte dell’Italia,
dall’Emilia alla Sicilia al Veneto, è legata indissolubilmente alla
storia delle masse bracciantili che con fatica e sudore hanno
conquistato un posto di primo piano nella costruzione della società
nazionale. Intorno al tema del lavoro, cruciale per qualsiasi società,
si è sviluppato inizialmente il Progetto Braccianti.
Raccolta in un libro
prezioso quanto introvabile per ventitrè anni, ma che ora è tornato
finalmente a "rivedere le stelle", la vita dei braccianti del
Tavoliere pugliese e il loro lavoro si sono fatti parola, gesto, musica,
canto, e dunque nuovo documento, incontrando la ricchezza
espressiva della ricerca artistica. Un bagaglio di memorie che rivive
attraverso il libro, lo spettacolo teatrale, il lavoro musicale, il sito
internet (www.progettobraccianti.it) e un progetto
cinematografico. Un modello di agire culturale che, attraverso le forme
della ricerca di storia orale, del teatro, della musica, del cinema e
della fotografia, si propone come strumento che non mira ai modelli
mediatici di massa e resta lontano da qualsiasi semplificazione
demagogica. Conoscenza storica, analisi sociologica, ricostruzione
politica, arte scenica e musicale si sono incontrate per continuare a
cercare, creare nuova memoria, oggi.
Alle origini: la ricerca
smarrita e il libro perduto.
"La più importante
ricerca che sia stata fatta nel nostro Paese su una zona di bracciantato
agricolo, quella del Basso Tavoliere di Puglia".
Il de Martino. Rivista dell'Istituto Ernesto de Martino, n. 14/2003,
editoriale
Le Edizioni Aramirè di
Lecce ripubblicano, dopo 23 anni, La memoria che resta, il libro
edito nel 1981 dalla Provincia di Foggia, frutto di un insolito ed
impegnativo lavoro di ricerca sulle fonti orali condotto - dal 1974 al
1981 - da chi scrive e da Paola Sobrero. In quegli anni con i nostri
collaboratori intervistammo centinaia di braccianti agricoli di
Cerignola, terra natale di Giuseppe Di Vittorio, fotografammo i loro
volti e le loro case, organizzammo decine di assemblee pubbliche di
dibattito e discussione, realizzammo filmati di feste rituali e laiche,
documentammo con mostre ed esposizioni i materiali raccolti, fotografici
e di archivi privati. Una grande selezione di quelle storie si possono
oggi nuovamente leggere - ed ascoltare nei cd allegati al volume
- insieme alle fotografie e ai canti della terra e della festa.
"Mia madre poi la
mattina... piangevamo noi: ‘Ma’, il pane’, ‘Adesso, adesso lo
vado a comprare, figli, non vi preoccupate. Ora quando si cuociono le
fave vado a comprare il pane’. Se ne usciva, andava in mezzo alla
piazza [il mercato] - pensa un po’ allora - vicino ai banchi, prendeva
quello che gettavano dalle cicorie, metteva dentro al giornale. Faceva
finta di portare la spesa per non far vedere alla gente. Poi si ritirava
papà, quelle cicorie le facevamo a poco a poco con le fave e ce le
mangiavamo. La gente poi domandavano a noi: ‘Che avete mangiato?’ -
e nostra madre - ‘Figli miei... rispondete: carne e pesce!’. Papà
poi teneva la chitarra ché sapeva suonare, c’aveva la chitarra: ‘Ballate!’
dididìn dididì... papà suonava e noi ballavamo. Quando ballavamo: ‘Papà
che noi teniamo fame’, ‘Ballate un altro poco, ballate’ e
ballavamo noi e ci pigliavamo mano a mano a ballare. ‘Papà è fatto
notte...’, ‘Ora che ve ne andate a letto viene quello col panierino.
Andatevene a letto che quando viene col panierino vi sveglio tutti e tre
a mangiare’. Ce ne andavamo a dormire, la mattina si pensava".
Maria Manzi (1914), bracciante
Il progetto teatrale:
"Braccianti, la memoria che resta".
"Poco meno di un
anno fa ‘incontrai’ un libro, La
memoria che resta. Vi erano raccolte testimonianze preziose di una
storia quasi dimenticata: la storia del movimento bracciantile nel Basso
Tavoliere di Puglia. Qual è il senso di raccontare la memoria oggi?
Perché la voce dei braccianti di cinquant’anni fa ci parla oggi come
fosse cronaca? Il lavoro della terra, le memorie, la quotidianità dei
braccianti sono una presenza costante, tracce e segni di un passato
ansioso di futuro. Un passato che è presente, qui ed ora, con l’unica
differenza che quegli uomini, un tempo piccoli e abbigliati in nero,
oggi vengono da lontano ed hanno spesso la pelle nera. Per questo
ricorreremo al teatro: per restituire voce a tutti quegli uomini che,
oggi come allora, voce non hanno".
Enrico Messina, presentazione del progetto teatrale Braccianti,
la memoria che resta, 2002
Braccianti
viaggia nel passato, nella fatica di quando si lavorava da sole a
sole, fino a squarci odierni, a quei nuovi braccianti "a
colori", venuti dalla miseria di altre parti del mondo. Nello
spazio vuoto del palcoscenico poche sedie e, sul fondo, un grande velo
bianco dove sono proiettate le immagini fotografiche che prendono vita
dai gesti degli interpreti: volti, mani, stalle, strade, campi, vigne,
povere stanze dove il ritratto di Giuseppe Di Vittorio, l’uomo che
fece della lotta contadina il proprio credo, affianca una grande icona
di Cristo. E la terra, quella terra che inghiotte e prosciuga le forze,
torna nelle voci, nei racconti, nelle parole dei testimoni di allora. Un
paesaggio umano dal quale emergono gli attori, ad aprire la porta della
riflessione su quello che siamo, sul passato che ci portiamo denso o
negato dentro. Il teatro, così, si fa carico di costruire memoria: lo
sfruttamento passato che, in altre forme, si ripropone oggi; echi della
storia tra paure e ribellioni, durezze, sogni e solidarietà.
Il progetto musicale:
"La controra".
"Cercavo una chiave
di racconto di me stesso, un elemento ispiratore forte: l’ho trovato
tre anni fa su una spiaggia del Gargano, grazie a un amico che mi ha
fatto leggere un libro, La
memoria che resta: ho capito che dovevo ripartire dalla mia terra e
da una sana nostalgia… E ho scoperto la forza evocativa di quelle
parole, di quelle storie, di quei testi, di quel libro davanti a me sul
pianoforte che leggevo ad alta voce, alla ricerca della musica per
rendere in qualche modo mio quel racconto".
Umberto Sangiovanni, intervista di Claudio Botta,
"Profili", II, 2, 2004
La Controra
è uno stato della mente oltre che del corpo: è ripararsi dal sole
senza far niente, soffrendo il meno possibile il caldo delle prime ore
pomeridiane quando, appena alzati da tavola, ci si ferma ad ascoltare i
rumori di sottofondo o a sonnecchiare senza trovare pace, vinti da una
inspiegabile fiacca. La Controra sveglia i ricordi, le immagini e
i suoni, come le voci e le parole dei canti dei braccianti che fanno da
eco alle musiche di questo cd che, come un archivio storico, riporta
alla memoria il suono del dialetto della terra di Foggia. Alcuni dei
testi rimusicati sono tratti da La memoria che resta; le lotte
bracciantili, i canti d’amore (Senza Ca’Spasse), l’emigrazione
(All’Amereca) raccontano di una terra difficile, di un popolo
fiero attraversato però da una antica povertà mai sanata. Altri brani
sono di chiaro stampo sentimentale e provengono dalla tradizione orale e
popolare di Carpino, Monte Sant’Angelo, Cerignola, recuperati
attraverso la ricerca fatta dal compositore su libri prestati da amici e
parenti, scovati nelle cantine ed ingialliti dal tempo. Umberto
Sangiovanni, pianista pugliese di formazione jazz e compositore,
riscopre quindi la vitalità del dialetto della sua terra riscrivendo la
musica dei canti contadini d’inizio ’900. Il cd è prodotto
da Rai Trade, patrocinato dalla Provincia di Foggia, distribuito dalla
Egea. Con Sangiovanni la DauniaOrchestra, un quartetto (voce,
contrabbasso, pianoforte e batteria) attorno al quale secondo le
esigenze ruotano altri elementi (chitarra, fisarmonica, clarinetto) sino
a raggiungere un organico da piccola orchestra. Sonorità mediterranee e
ritmi jazz si mescolano alle tradizioni di un linguaggio antico e poco
conosciuto.
Il progetto
cinematografico: "Pasta nera".
"Riprenderemo il
lavoro di Rinaldi e Sobrero avviato tanti anni fa, approfondendo alcuni
aspetti che mi hanno colpito particolarmente. Ne nascerà un
documentario, lavoreremo a un film. Ma la cosa che conta è che per
questi preziosi ricercatori, dopo vent'anni, si accende nuovamente una
passione che non attendeva altro: una ricca serie di stimoli che stanno
arrivando da uomini di teatro, di musica, di cultura, uniti dallo stesso
ritrovato interesse per le loro radici".
Alessandro Piva, dalla prefazione
alla nuova edizione de La memoria che resta, 2004.
Il progetto:
si è appena avviato e mira a raccogliere testimonianze di protagonisti
della vita bracciantile nel Tavoliere degli anni '50, in un lavoro di
ricerca storico-antropologica con le fonti orali che procederà insieme
alla documentazione cinematografica. Il tema: l’ospitalità
familiare, da parte delle famiglie di lavoratori del nord, ai bambini
provenienti dalle zone del sud più colpite dalla guerra e dalla
miseria; un grande movimento di solidarietà popolare che per anni
riunì l’Italia dilaniata dalla guerra. L’obiettivo: nell’arco
di due anni (in Puglia, nelle Marche, in Emilia Romagna) elaborare
materiali multimediali diversi (mostre fotografiche, un documentario, un
archivio delle video-interviste raccolte) e la stesura di una
sceneggiatura cinematografica, il cui soggetto prenderà corpo dalle
"storie vere" dei protagonisti incontrati. Un percorso di
ricerca oramai dimenticato dal nostro cinema, con tappe di ricerca e
riproposta documentaria, e infine un film ben piantato sul suolo di
Capitanata, capace di restituire verità storica a un tessuto sociale
che ha espresso una figura come Giuseppe Di Vittorio.
Alcune riflessioni
finali.
Il progetto teatrale è nato in Emilia, pur trattando e proponendo temi
e storie della nostra Capitanata. È nato dall’intuizione di un
direttore artistico teatrale, Federico Toni (premiato quest’anno dall’Associazione
Nazionale Critici Teatrali), che organizza il festival Tracce di
teatro d'Autore per un consorzio di comuni del bolognese. Le
sinergie, per produrre il progetto, che si sono create tra istituzioni
del territorio emiliano e del territorio pugliese, fanno intuire la
portata e l’importanza del fare rete per la riuscita di
iniziative culturali che non mirano al semplice ed effimero evento, ma
ad una solida programmazione e capacità di intervento nel territorio.
Il lavoro musicale di Umberto Sangiovanni è il riuscito tentativo di
unire sensibilità moderna, interpretazione artistica (musica jazz,
influenze balcaniche, tango…) alla riproposta di un repertorio poetico
antico e "povero". La Controra sta rappresentando
nell'ambito musicale più qualificato una forma di esportazione della
ricchezza di una cultura del territorio non folcloristica e
retrò, ma proiettata a intersecare e incontrare linguaggi musicali non
solo in ambito nazionale; un prodotto da proporre a un mercato molto
più ampio dei soli fruitori locali. Il
progetto cinematografico che sto sviluppando con il regista Alessandro
Piva, dal canto suo, sta coinvolgendo nuovamente la partecipazione di
enti ed istituzioni dall’Emilia Romagna alla Puglia.
Inutile soffermarsi sulla potenzialità dirompente per un territorio di
vedersi rappresentato in un opera cinematografica: vera sintesi di
creatività artistica, promozione delle risorse umane e ambientali,
capacità di attrazione di investimenti di altissimo livello.
Naturalmente l'anello debole di queste reti rimane purtroppo il
nostro territorio, sempre difficile da percorrere intrecciando relazioni
tra enti, istituzioni, imprese. Difficilmente si riesce a far passare l’idea
di un progetto culturale non solo destinato al singolo evento; difficile
far accettare il lavoro culturale come percorso più che come prodotto
da fruire una tantum. La fatica di pianificare su tempi
produttivi dilatati e non striminziti, di allargare la base di
partecipazione istituzionale, di creare relazioni con soggetti
imprenditoriali - che possano sostenere l’investimento finanziario
delle pubbliche amministrazioni - è una fatica che spesso non viene
apprezzata. Di qui la scontata limitatezza di molte proposte culturali
correnti, il corto respiro - questo sì localistico - di produzioni che
hanno orizzonti ristretti e si accontentano della benevolenza della sola
stampa locale.
Il Progetto Braccianti si è fatto impresa culturale dimostrando
che anche nel campo culturale, specularmente a quello imprenditoriale tout
court, si possa e si debba fare ricerca ed elaborazione innovativa,
miscelare sapienza antica e nuove tecnologie, obiettivi prefissati e
risultati raggiunti, capacità di investimento, di comunicazione, di
rendicontazione. Il miglior modo di rappresentare il nostro territorio
sta nella capacità di produrre progetti complessi di proposte
culturali, nel veicolare icone comunicative finalizzate alla sua
migliore riconoscibilità; sta anche nella capacità di considerare identità
e qualità carte vincenti per tutti i soggetti interessati allo
sviluppo della nostra terra, siano essi operatori culturali,
imprenditori, operatori del turismo, delegati amministrativi. La
ricchezza culturale del nostro territorio è tale proprio perché
variegata e complessa. È una ricchezza storica elaborata da gente umile
che ha faticato per la propria sopravvivenza e che, ciò
nonostante, è divenuta forza trainante di progresso e democrazia. È
una storia che ha prodotto tante forme di cultura, inutile distinguere
se alta o bassa. Tocca a noi non fermarci alle pur sempre
piacevoli tarantelle e ai tarallucci e vino delle sagre di paese.
sfoglia "Trendaunia" con testo e immagini
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