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TEATRO  > RASSEGNA STAMPA

 

 

 Il gorilla tra la gente 
     di Tullio De Mauro (Paese Sera 3 gennaio 1975)

 Cronaca popolare del Brigante Musolino
     di Italo Moscati (Tempo, 19 dicembre 1974)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PAESE SERA

PAESE SERA
venerdì 3 gennaio 1975 
Rubrica I FATTI E LE IDEE 

Il dire e il fare 
Il gorilla tra la gente 
di Tullio De Mauro 

NON E' facile spostare stabilmente i confini d'uso di una parola, aggiungere un nuovo gruppo di sensi a quelli che già ha. Forse riusciranno a ottenere questo risultato Giuliano Scabia e i suoi compagni di studio e lavoro che con lui e con Remo Melloni hanno partecipato alla grande avventura di ricerca, scoperta e invenzione, il cui risultato e simbolo è il "Gorilla quadrumàno". Col libretto di questo titolo pubblicato da Feltrinelli tutti siamo messi in grado di partecipare a questa avventura destinata a dare un nuovo senso alla parola gorilla. 
All'origine della parola c'è un generale e geografo cartaginese vissuto cinque secoli prima di Cristo. Si chiamava Annone. Nonostante l'attenzione di Pierre Bayle e la calda simpatia di Montesquieu il suo nome non è molto noto. 
Eppure Annone fu uno dei primi a uscire dal Mediterraneo oltre lo stretto di Gibilterra, navigando intorno all'Africa e contribuendo a convincere la gente del fatto che le terre emerse sono appunto tali, cioè sono circondate dal mare. 
Tra le altre cose che Annone racconta del suo viaggio c'è l'incontro, più o meno all'altezza del Senegal con una tribù di esseri straordinariamente pelosi. Pigmei? Scimmie antropoidi? Non siamo certi della risposta. Certo è che Annone qui come altrove non inventa di sana pianta. Gente del luogo gli disse che questi esseri straordinariamente pelosi si chiamavano gorii e di qui Annone (e poi i greci che un secolo dopo tradussero la sua relazione di viaggio) tirò fuori il nome Gorilla. 
Come oggi sappiamo, a questo nome c'è un riscontro preciso. In uolòf, una lingua bantoide del Senegal, "uomo" si dice gor. E gorii deve aver voluto dire "questi son uomini": una risposta alla domanda del generale cartaginese. 
Dalla partenza, il nome Gorilla porta dunque con sè una risonanza ambigua e fantastica: scimmie o esseri umani? Esseri mitici o reali? Perfino il sesso degli esseri visti da Annone era incerto. 
Il nome ha poi dormito per secoli, spesso mal letto, nei manoscritti e, dal Cinquecento nelle stampe. Più tardi, con l'allargarsi delle conoscenze scientifiche, se ne sono impadroniti gli studiosi di zoologia, per battezzare così un genere di scimmie: 
"Genere di Mammiferi Primati Pongidi Pongini; comprende la sola specie Gorilla gorilla, arboricola, vegetariana, gregaria, abitante le foreste dell'Africa equatoriale: è la più grande scimmia antropomorfa, potendo raggiungere l'altezza di oltre due metri e il peso di 300 chili; ha capo grande, sorretto da collo corto e robusto, muso molto scuro, privo di pelame, orbite profonde con occhi piccoli e mobilissimi". 
Oltre questo, la parola gorilla ha per noi vari altri sensi. Uno ci aiuta a coglierlo bene il vocabolario Zingarelli: "Uomo grande e grosso, di modi rozzi e volgari". L'altro lo ricostruiamo con l'aiuto sia di Zingarelli sia del sensibile e intelligente vocabolario di Passerini Tosi: è il senso in uso nella malavita e nel giornalismo (l'accostamento è puramente lessicologico) per designare le guardie del corpo che hanno il compito di proteggere i capi, boss mafiosi o politici. 
Negli ultimi anni da questo senso se ne è andato staccando un altro, triste e odioso. Non generiche guardie del corpo, ma i fascisti che, dal Brasile al Cile, si assumono il compito di torturatori e assassini dei democratici. "Salvate il gorilla" si intitola, amaramente e ironicamente, l'articolo di apertura del n. 3 di "Macondo. Mensile di divulgazione politico-culturale della problematica latino- americana", articolo che documenta questo triste uso. 
E' il punto più basso di una parabola discendente. Per progressiva e incalcolabile estensione dei sensi la parola è passata dall'indicazione di innocenti esseri semi-mitici dell'Africa antica o di simpatici scimmioni, all'indicazione di (come dire?) onesti malviventi o bravi e nerboruti poliziotti. E di qui è precipitata a indicare gli esecutori dei crimini fascisti in Sud America. 
Ma ora per la malcapitata parola "arrivano i nostri". Le si offre una possibilità di riscatto. Si annunzia un senso nuovo, festoso, liberatorio. E il merito è di Giuliano Scabia e dei suoi studenti e collaboratori nel corso di Drammaturgia 2 del DAMS di Bologna. 
Scabia si è laureato a Padova in filosofia. Ha fatto parte del Gruppo 63, con Sanguineti, Eco, Arbasino, Pedio e tanti altri. Negli anni sessanta ha pubblicato poesie, Padrone e servo, da D'Urso, All'improvviso e Zip, da Einaudi. Ha collaborato a riviste di sinistra. Il suo modo di fare teatro coinvolgendo la gente, svegliandola, si è andato precisando nei testi e nella pratica. Nel 1972 ha vinto il Premio Pirandello. Nei 1973 Bulzoni ha pubblicato il volume Teatro nello spazio degli scontri. Già da un anno Scabia insegnava al DAMS di Bologna. Nel 1972-73 ha svolto nei paesini dell'Abruzzo una importante esperienza di teatro vagante, raccontata nel bel libro Forse un drago nascerà, pubblicato da Emme Edizioni di Milano (ne abbiamo parlato in queste note il 7 dicembre 1973). 
A Bologna, uno studente di Scabia, Remo Melloni, girando alla ricerca di vecchi testi teatrali popolari si è imbattuto in un manoscritto copia di copia, età dell'origina- te incerta (forse cento, centoventi anni), intitolato Il Gorilla Quadrumàno. E' un esempio, mezzo in dialetto, mezzo in italiano aulicizzante, l'italiano sofferto e ammirato da contadini, di "teatro di stalla", proveniente da Campegine, vicino Reggio Emilia. 
Ancora un anno fa, pareva un esempio quasi isolato, un po' misterioso. Un momento importante è stato quando a Ferrara un gruppo di maestre, raccolte per una conferenza nel Centro Etnografico di Ferrara, ha protestato dicendo che il teatro di stalla, eccome se era noto anche nella vecchia campagna ferrarese. 
Da quel momento, la ricerca di Scabia e dei suoi collaboratori ha messo in luce l'esistenza di tutta una complessa tradizione. Non solo in provincia di Reggio, ma in una zona più ampia, gruppi di contadini, in genere solo uomini, si riunivano la sera e preparavano delle commedie in rima che recitavano di stalla in in stalla. Preparazione degli spettacoli e recite erano occasioni di mangiate e bevute. I "signori" non partecipavano a queste occasioni di incontro, di liberazione espressiva dei subalterni. 
I più colti, quelli che sapevano leggere e scrivere, redigevano amorosamente (è la parola che bisogna usare, vedendo i vecchi autografi) i copioni. Finora, i testi raccolti sono una decina. 
Scabia e gli altri non si sono limitati a fare della filologia. Il testo forse più antico, tra i più incisivi e rivelatori di tutto un mondo dal quale veniamo e che stavamo per dimenticare, il Gorilla quadrumano, lo hanno ripreso e messo in scena un po' dappertutto, a Bologna, nei paesi dell'Emilia e della Bassa Marghera, nel Lazio, alle feste dell'Unità, la sera e la mattina. 
Girando, hanno stabilito contatti con la gente di ogni posto, scoprendo e facendo scoprire la festosità liberatrice dell'esprimersi insieme, con la parola, le figure, il gesto. Hanno raccolto una massa enorme di esperienze vive e poi, la cosa più difficile, si sono messi in venti a spremere il succo di un anno di "azioni teatrali" a contatto con gli ambienti più disparati, alla ricerca delle radici profonde della nostra cultura e della nostra vita più vera. 
II Gorilla quadrumano, fantastico personaggio prima catturato dal re del Portogallo, poi sfuggitogli e rivelatosi vendicatore di ingiustizie e salvatore del povero principino, torna infine a vivere in libertà. E' lui il protagonista di questo libro collettivo pubblicato da Feltrinelli. Libro di teatro, ma anche libro di scuola. Come Insieme e il Paese sbagliato di Lodi, come la Grammatica della fantasia di Rodari, il libro è una miniera di idee e suggerimenti per gli insegnanti che vogliano mettersi sulla via dell'educazione linguistica democratica, costruttiva e liberatrice. 
Ma è anche una miniera di problemi e nuove prospettive di ricerca per lo studio delle forme linguistiche e culturali delle classi subalterne del passato, e non solo del passato. L'allegro stendardo della compagnia girovaga di Scabia contiene, oltre l'augurio, un impegno per tanti di noi, sempre più numerosi: "... Gorilla vien chiamato / un scimmion alto e feroce / che nessun ha mai domato / ne con baston ne con voce... / Gorilla è arrivato / per inventare insieme / le nostre storie vere / di oggi e di domani".   

 

                 

 

 


TEMPO

TEMPO
N. 51, 19 dicembre 1974
Rubrica TEATRO

Cronaca popolare del brigante Musolino
Dal cosiddetto teatro di stalla, Giuliano Scabia ha tratto un testo
di rara penetrazione storica. Protagonista il brigante ottocentesco
di ITALO MOSCATI

Giuliano Scabia: lo chiamano il burattinaio senza fili, dopo che alle prime esperienze d'avanguardia in senso stretto e, forse, tradizionale, ha fatto seguire un lavoro di ricerca calato nella cultura popolare. Gli accade un po' come ai cani da tartufi: corrono e scavano quando sentono di aver trovato.
Scabia, con i suoi collaboratori (ma sono qualcosa di più) della facoltà di drammaturgia della Università di Bologna, scavando si è imbattuto questa volta nel «Brigante Musolino», un testo del cosiddetto teatro di stalla, cioè un teatro recitato dai contadini nelle stalle dove nelle sere d'inverno la gente si raccoglieva per parlare, stare insieme, mangiare, raccontare favole.

Rivendicazione degli emarginati
La storia è troppo nota per ripeterla. Vale la pena invece notare come l'idea-base del «Brigante Musolino», così come lo si rappresentava in una delle tante stalle dell'Appennino tosco-emiliano, non appartenga tanto alla avventura fascinosa da caminetto quanto alla rivendicazione dei semplici e degli emarginati (storicamente) per «leggere» e interpretare a proprio modo fatti e personaggi. Il brigante non è tuttavia il fuorilegge che difende i deboli contro i ricchi per ristabilire una giustizia troppo spesso elusa agli occhi delle cosiddette classi subalterne; non è un mito al quale fare riferimento per consolarsi e continuare a scaldarsi le mani e il cuore nelle riunioni di paese o di borgo; è un uomo come ali altri che ha vissuto interamente nella sua persona il dramma di sperimentare l'impotenza dei poveri.
La cosa sorprendente del testo anonimo è l'assoluta mancanza di intenzionalità propagandistica, ad edificazione degli ascoltatori, ed è la grande capacità di intuizione storica fondata sulla semplice cronaca. I briganti come Musolino, dichiarati peraltro infermi di mente, non sono che i prodotti di un dissenso coltivato nella fatica quotidiana e in una tenace, quasi religiosa, aspirazione di riscatto. Figlio della cronaca, Musolino è emblemalizzato senza edulcorazioni o esagerazioni populistico-libertarie per il suo stesso nudo, elementare vivere.
Giuliano Scabia e gli studenti (non quindi attori) si sono messi in testa di andarlo a dire in giro e di sciorinare questa dimenticata, conculcata cultura dei padri agli occhi dei figli che rischiano di non riconoscerla per i condizionamenti cui sono sottoposti. Però, attenzione, niente demagogia contestativa anche in questo: il gruppo che narra la vicenda di Musolino con pupazzi, arazzi da cantastorie, chitarre e lettura di documenti o di canzoni, sa che sarebbe pretesa vana cercare di rivolgersi alla gente delle campagne, o comunque alla gente disponibile, con il linguaggio di certi intellettuali, che fanno magari bellissime «analisi» ma sono così poco in grado di dire la verità vera.
Per questo motivo, Scabia e gli altri preferiscono battere le strade di periferia. Vanno ad Acqualagna, paese sperduto delle Marche dove venne catturato (e chi lo sapeva?) Musolino: chi ha ricordi, o sa di ricordi, dicono, intervenga pure; sono venuti lì per ascoltarli. Vanno a Fermo. Vanno dappertutto (anche a Milano) dove c'è qualcuno disposto a trascurare le proposte della scena ufficiale, prefabbricate e paternalistiche anche quando pretendono di essere rivoluzionarie o «avanzate», e a rimeditare sul passato cancellato troppo frettolosamente da chi aveva interesse con un colpo di spugna sulla lavagna della storia. Ma perché e come negare allo spettacolo di Scabia, lungo un'intera giornata, originalità, scrupolo, urgenza di cambiare?