SUDEST Quaderni, n. 0, ott. 2004

In soccorso di settantamila bambini
Un’esperienza popolare di solidarietà familiare negli Anni Cinquanta.

di GIOVANNI RINALDI

Italia, 1950. L'eco degli eccidi di lavoratori (anticipati da Portella della Ginestra) di Melissa, Montescaglioso, Modena, Lentella e, per la Puglia, di San Ferdinando, Torremaggiore, rimbalza nelle città e nelle campagne italiane e scatenano la rabbia di chi vive già afflitto da problemi esistenziali e dalla dura realtà quotidiana. Drammatica la vicenda del 23 marzo 1950 a San Severo: tra "insurrezione" e "risposta alla provocazione", i braccianti di San Severo si lanciano senza timore contro le forze di polizia, al grido di "Pane e lavoro!". Al termine di una giornata convulsa e drammatica, che conterà numerosi feriti e una vittima sul selciato, a sedare la rivolta arriva l'esercito con i carri armati che occupano le vie principali della città. Nei giorni immediatamente successivi vengono tratte in arresto 180 persone. Pesantissimo il capo d’accusa: insurrezione armata contro i poteri dello Stato. Gli arrestati verranno sottoposti a un lungo e combattuto processo, e soltanto due anni dopo, il 5 aprile 1952, assolti e rilasciati. I loro figli in quei lunghissimi anni saranno ospitati, "adottati" da famiglie di lavoratori del centro-nord in segno di solidarietà sociale e politica. Essere solidali in quegli anni non era facile: il pane aveva un diverso valore, punto di confine tra il vivere e il sopravvivere, come espresso nelle parole delle sorelle Foschini, braccianti di San Severo:

[Teresa] Proprio il 23 marzo da noi c’era un cozzetto di pane, l’avevo conservato per mio fratello piccolo. [C’era] mio padre, viene un amico suo… [Ada]…un amico, è venuto un compagno, ha bussato alla porta "Cumbà Lui’ vieni un poco, esci un poco„. Ha detto mio padre "Di’, ch’è successe? Quisse so’ i figghje mje… [parla pure]„, "M’a dà nu cuzzette de pane che tenghe feme„. Questo cozzetto di pane, che noi avevamo conservato per tutti e due i miei fratelli piccoli, mio padre l’ha tolto di bocca ai figli e l’ha dato a quell'uomo che stava senza mangiare.

Dello stesso tenore questa testimonianza romagnola:

[Ida Cavallini] …prendevamo il pane dalla bocca - ne avevamo poco - [e lo davamo agli altri]. Io la definirei la miseria che aiutava l’altra miseria.

Ma lo stesso pane in alcuni casi era un lusso, e quello "bianco" in particolare un sogno:

[Irma Siroli] Sto facendo un corso di filosofia, qui all’Università, allora il professore spiega che cos’è per Epicuro il piacere catastematico. Allora io: "Ma sa, professore, che io l’ho provato, il piacere catastematico? Sì, l’ho provato [quand’ero ragazza] davanti a un pezzo di pane bianco. Avevo fatto un favore a un contadino e lui per ricompensarmi mi porta una cesta di pane. Insomma mi era venuto proprio… una roba proprio fuori dal mondo, avrei cominciato ad addentarlo subito, ma non potevo, lo dovevo portare a casa, lo dovevo condividere con i miei. Insomma ho provato un piacere che non l’ho provato mai più per nessuna cosa al mondo, un piacere così grande nel mangiare questo pezzo di pane, bianco. Quello è il piacere catastematico„.

L’eccezionale movimento collettivo di accoglienza dei figli degli incarcerati di San Severo, va inscritta però nel più vasto movimento nazionale che già dal ’46 operava in Italia. Movimento organizzato principalmente dai partiti della sinistra ma, fino al ’48, in una sostanziale collaborazione con tutto l’arco democratico istituzionale. Le famiglie emiliano romagnole, marchigiane e toscane della rete dei comitati di Solidarietà Democratica accolsero come figli adottivi i più poveri bambini del Sud, ma anche quelli delle zone martoriate dai bombardamenti e di quelle alluvionate, come per il Polesine. Una grande esperienza di massa che portò circa 70.000 bambini a vivere l’adozione familiare dal 1946 al 1952. L’Emilia Romagna, al centro di questa grande campagna di solidarietà, accolse tanti figli dei braccianti pugliesi; la sua classe contadina, l’esperienza cooperativa e il ceto operaio incontrarono e accolsero i "fratelli" del sud più misero e sfruttato. Scioccante fu la sorpresa dei bambini meridionali rispetto ad agi e comodità a loro sconosciuti e la scoperta di una società a loro vicina ideologicamente, ma lontanissima come tenore di vita. L’incontro tra queste due Italie e il confronto tra le due culture, apparentate da ideali e solidarietà, ma sotto certi aspetti distanti anni luce tra loro, tese ad una seconda riunificazione nazionale, dopo la tragica esperienza fascista.

Queste le testimonianze dei protagonisti, bambini di San Severo nel ’50, alla scoperta di questo "nuovo mondo" a loro sino a quel momento sconosciuto:

[Dante Verrone] La cosa che ricordo benissimo, che non potrò mai dimenticare è che noi qua se si riusciva a mangiare ’na volta al giorno, la sera, era una grande cosa… ’Sti compagni e ’ste compagne ci ospitarono anche con grossi sacrifici - perché pure loro non è che navigavano nell'oro - però la mattina per la prima volta ho incominciato a vedere ’na cosa che rassomigliava a ’na briosce o un caffè o un latte che non avevo mai visto, non sapevo neanche il sapore di ’sta briosce, che cos’era. Mangiare a mezzogiorno e mangiare la sera per noi era ’na cosa strana in quanto non avevamo mai visto cose del genere, noi queste cose l'avevamo soltanto viste in televisione, forse qualche volta al cinema. Perché a San Severo si mangiava sì e no ’na volta al giorno, quando c’era il pane, il pane era pane e pomodoro… la pasta asciutta la domenica se si era lavorato durante la settimana. Questa era la vita del bracciante, dei cafoni… […] E il dramma è stato il ritorno purtroppo, perché […] noi tornammo a casa non dico pretendendo le cose che avevamo a Ravenna, ad Ancona, in altri posti, ma dicevamo "Ma là si mangia tre volte al giorno…„. Al che qualche mamma diceva: "’Sti ragazzi ce li hanno viziati„.

[Americo Marino] C’era la fame, c’era la miseria, nelle case non c’era l’igiene, era tutto in una stanza unica. Un tavolo al centro, il gabinetto che non era un gabinetto, non c'era la doccia. […] E mi ricordo il primo gelato che ho mangiato [ad Ancona]. E chi lo aveva mai assaggiato un gelato! Appena siamo arrivati, dopo il bagno, la grande dormita, abbiamo preso il gelato. C’era la panna e mi hanno chiesto: "Ti piace il gelato?„ e io rispondo "Assomiglia alla ricotta!„. Perché io mangiavo la ricotta a San Severo! Mia madre faceva il pane, delle grosse pagnotte che duravano una settimana, otto giorni. All'inizio era morbido, dopo man mano che passavano i giorni questo pane s’induriva, diventava duro, duro. Dopo mia madre lo spezzava, lo metteva nel piatto e ci faceva il brodo di zucca, il brodo di cicoria... e sotto metteva il pane a mo’ di pancotto. La cena nostra era quella. Alla domenica c’era qualcosina di meglio. Mi ricordo che quando faceva gli involtini era una festa, le orecchiette... era una festa quando c’erano queste cose.

[Severino Cannelonga] Il reddito della famiglia [che mi ospitava] era buono: per la prima volta nella mia vita, non solo mangiavo quasi tutti i giorni carne ma anche la sera cenavo caldo. I Franchini avevano due figli, di cui un maschio che era quasi mio coetaneo; non c’era volta che acquistavano indumenti per loro che non li acquistassero anche per me. Conobbi per la prima volta le vacanze al mare.

Dall’altra parte, nelle Marche, in Romagna, la fatica dell’accoglienza, la scoperta di un popolo ancora più sfruttato del proprio, ma anche la grande partecipazione delle comunità cittadine:

[Derna Scandali] Tutto il meridione era proprio sottomesso. "Il meridione fatica"… bisogna anche vedere da dove sono partiti… la storia del meridione, perché se qui c’era la miseria, laggiù era molto, molto peggio, perché poi c’era il padronato contadino, laggiù contava la terra, di fabbriche ce n’erano poche, pochissime. Il grande bracciantato c’era, neanche la mezzadria come avevamo noi. C’erano le masserie, erano chiamate le masserie, che avevano grosse estensioni di terra. Alla mattina partivano dal paese e andavano a lavorare la terra.

[Irma Siroli] Allora c’era questo spirito grande di solidarietà, questa voglia di venire incontro alle persone che vivevano in maniera più disagiata di noi. E organizzarono questo fatto [di ospitare i bambini meridionali]. Io adesso mi ricordo la sera che i bambini sono arrivati. Dovevano arrivare abbastanza prestino e, nella sede giù in piazza, allora c’eravamo noi [comunisti], il Partito socialista e il Partito d’Azione. Avevamo in comune una sala grande e allora lì avevamo preparato qualcosa da mangiare, del latte, delle bibite, dei panini, dei biscotti, così. Ma invece ci fu un ritardo enorme, questi bambini arrivarono verso la mezzanotte e quindi erano distrutti, nessuno mangiò, poverini, si addormentarono.

[Ida Cavallini] Un anno io voglio fare l’albero di Natale e poi cerchiamo da tutti i negozianti i biscotti, le caramelle, cerchiamo di tutto: "Vogliamo fare l’albero di Natale ai bambini„. Allora [alcuni] vanno in pineta a prendere un abete e lo piantiamo in mezzo al Pavaglione. Dragoni [il negozio di tessuti] ci dà la luce e abbiamo illuminato il nostro albero. Poi raduniamo tanti, ma tanti di quei bambini [nella Camera del lavoro per la distribuzione dei doni offerti da tutti i negozi], che la Camera del lavoro io avevo paura che venisse giù. E poi davamo tutto quello che avevamo raccolto: ’sti bambini sembravano matti. Dopo, il girotondo intorno all’albero di Natale. […] Si organizzava delle cose per i bambini, si organizzava delle commedie, si faceva un balletto. […] Però queste iniziative per i bambini cosa c’era in fondo? Voler dare cultura, volere aiutare i bambini a essere come quelli che avevano tanti quattrini. Noi non ne avevamo, con le nostre forze organizzavamo…

Il contatto tra questi due mondi, sociali e culturali, le differenze linguistiche e alimentari, creano traumi psicologici, sorpresa, cambiamento. C’è chi scopre il valore della "civiltà", la possibilità di una vita diversa; chi sceglie di non tornare più indietro, di non riprendere la vita d’inferno dei braccianti del Tavoliere. E c’è anche chi da questa esperienza trae motivo per un impegno a cambiare le condizioni di partenza, a creare le opportunità per "restare" e non, come sempre, per "partire":

[Dante Verrone] Questa è la solidarietà che abbiamo appreso, ma abbiamo appreso anche un mondo diverso e abbiamo visto come si vive… per la prima volta una civiltà diversa da quella che era la vita dei cafoni di San Severo, la vita dei braccianti di San Severo.

[Americo Marino] Per me invece è stata una tragedia. Non mi piaceva [l’idea di tornare giù], mi piaceva Ancona, mi piaceva il mondo nuovo. Una sera mi ricordo, ero stato riportato giù: insomma in un ritorno giù in paese, in stazione ho fatto il diavolerio perché non volevo tornare giù. Ho fatto il matto.

[Severino Cannelonga] Tutte queste cose, il clima che mi attorniava, impressero una profonda svolta nella mia vita. Tante volte ho pensato: cosa avrei fatto, come mi sarei ridotto, quale sarebbe stato il mio destino se non ci fosse stata questa esperienza, questo aiuto?

L’Italia che veniva fuori dal ventennio fascista, dalle rovine delle macerie provocate dai bombardamenti, dalla povertà estrema delle classi contadine e bracciantili, era un’Italia che provava ad essere una, al di là delle differenze tra nord e sud. Un’Italia popolare che spesso si sostituiva alle grandi istituzioni nell’organizzazione dal basso di nuove forme di società solidale e di gestione collettiva della cosa pubblica. Era un’Italia popolare, già e ancora divisa nelle ideologie, ma unita in un’idea del fare politica come modo di essere e di costruire insieme, per il bene comune.

[Irma Siroli] Ma erano gli anni subito dopo la guerra, avevamo uno spirito molto diverso da quello di oggi… [Quello che facevamo] era politica, era pulita, e lo facevamo col cuore, quindi era anche un impegno sofferto proprio, sofferto. Ci mettevamo l’anima e lo facevamo proprio perché sentivamo… credevamo anche di potere cambiare la società: grande illusione! E quindi gliela mettevamo proprio tutta, insomma, pensavamo che le cose sarebbero cambiate e che ci sarebbe stata una giustizia, un vivere diverso, ecco. Ci volevamo bene allora, diciamo così. "Arriva un compagno. Quello è un compagno„ oh, bastava, quello era già sufficiente. Ma non era sufficiente, non doveva essere sufficiente, però era così allora: gli aprivi la porta, la casa… […] Noi ci consideravamo… ci consideravamo migliori, di loro [degli avversari politici]. Chissà poi se lo eravamo; forse in quel momento, in quel periodo lì sì. Almeno una buona parte di noi, una parte di noi lo eravamo… adesso siamo suppergiù…

Note

L’indagine a cui l’articolo si riferisce rientra nel progetto di ricerca condotto da chi scrive e dal regista Alessandro Piva. Le fonti orali raccolte, insieme ai materiali iconografici, costituiranno la base su cui sviluppare soggetto e sceneggiatura di una produzione cinematografica.

Testimonianze e fonti orali utilizzate:

Severino Cannelonga (uno dei bambini ospitati nelle Marche, dirigente del Pci e Deputato) testimonianza tratta da Cari bambini, vi aspettiamo con gioia… Il movimento di solidarietà popolare per la salvezza dell’infanzia negli anni del dopoguerra, a cura di Angiola Minella, Nadia Spano, Ferdinando Terranova, Teti, Milano 1980, pp. 158-160; Derna Scandali (partigiana di Ancona, ospitò bambini di San Severo) e Americo Marino (uno dei bambini ospitati nelle Marche, barbiere, oggi residente ad Ancona), interviste di Laura Volponi, tratte da Una vita femminile alla Cgil. L’impegno di Derna Scandali dal 1944 al 1978, tesi di laurea, Bologna 1999, pp. 148-156 e pp. 202-203; Severino Cannelonga (cit.), Dante Verrone (uno dei bambini ospitati a Ravenna, bracciante e dirigente sindacale), Ada e Teresa Foschini (militanti politiche, figlie di Soccorsa Mollica, la "portabandiera" delle manifestazioni a San Severo), video interviste di Alessandro Piva con Giovanni Rinaldi, San Severo (FG) 29-30 aprile 2002; Americo Marino (cit.), intervista di Giovanni Rinaldi, San Severo (FG) 15 aprile 2004; Ida Cavallini e Irma Siroli (la prima, dirigente sindacale, la seconda, operaia, negli anni ’50 organizzatrici per l’UDI di Ravenna dell’ospitalità ai bambini), intervista di Giovanni Rinaldi con Alessandro Piva, Igino Poggiali, Paola Sobrero, Lugo di Romagna (RA) 23 giugno 2004.

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