SUDEST Quaderni, n. 6, aprile 2005

Storie del Primo Maggio

di GIOVANNI RINALDI

La rappresentazione collettiva e consapevole del proprio ideale di società. Questo sostanzialmente emergeva nelle ricerche (mie e di Paola Sobrero) sulla celebrazione della festa del Primo Maggio. Lavorammo in una vasta area della Puglia centro-settentrionale: facendo perno su Cerignola, proseguendo per Canosa di Puglia, Minervino Murge, Andria, Gravina e risalendo a San Severo, Torremaggiore, Sannicandro Garganico. La scelta di raccogliere fonti orali, oltre a fotografie, documenti e giornali dell’epoca ci è sempre sembrata obbligata e non casuale. In altra sede abbiamo reso conto, parzialmente, dei frutti di questa ricerca svolta negli anni settanta 1. Frutti che, copiosi, sono stati prodotti nel lungo lavoro sul campo svolto a Cerignola; ma in questa occasione e nello spazio che abbiamo a disposizione (preziosissimo nel panorama desertico che lo circonda) intendiamo offrire alcune riflessioni scaturite dalle testimonianze, tante ancora inedite, raccolte negli altri paesi coinvolti e, soprattutto, riportare, come sempre, la voce di due protagonisti, l’uno di San Severo, l’altro di Minervino Murge. Le loro parole raccontano non solo fatti, date, decisioni politiche, aspetti organizzativi: esprimono insieme, nel loro narrare, gli atteggiamenti personali assunti da militanti e dirigenti, le aspirazioni che sottendono sempre le azioni, le immagini e le sensazioni custodite, meglio di qualsiasi altro documento, negli anfratti della memoria. E quando questo narrare mescola la stessa memoria personale alla storia collettiva, non è raro individuare anche, in un certo senso, una rappresentazione artistica, letteraria, del proprio fare. Questa terra ha mantenuto, spesso sottotono, o in modo quasi inconsapevole, la lezione più grande data dal suo protagonista maggiore: Giuseppe Di Vittorio. Nelle voci di questi tanti anonimi compagni emerge sempre un binomio difficile da slegare, ma che spesso oggi il ceto dirigente sottovaluta: politica e cultura - come nella festa del Primo maggio - sono per i lavoratori, per i militanti di base, che hanno ricostruito l’Italia nel secondo dopoguerra, due parole inscindibili dal fare quotidiano, dalla tessitura collettiva di una rete di crescita e difesa di diritti e dignità, dall’elaborazione di un modello di società partecipato e non imposto. Nella mia, apparentemente semplice, raccolta di storie e voci sta la ricerca di un modo diverso di costruire la memoria (che è un processo rivolto in avanti e non indietro), quasi in parallelo con quanto è stato fatto dagli stessi protagonisti incontrati. Persone semplici, con i loro gesti quotidiani, le attenzioni alla crescita culturale dei figli propri e degli altri, l’elaborazione di allegorie e simboli, che hanno legato una generazione alla successiva nel continuo desiderio di democrazia e di non sottomissione e subalternità sociale e culturale. In una parola la capacità di affascinare e non solo di spiegare, di lavorare insieme ai soggetti stessi della ricerca, tra storia e memoria, arte e cultura.
 

La testimonianza di Ciro Nicolella, nel 1978 segretario Camera del lavoro di San Severo.

Il Primo maggio (durante il fascismo) il bracciante che spolverava il vestito nero, blè, dello sposalizio, col garofano all'occhiello - anche se tolto il fazzoletto rosso per ovvi motivi - rimase sempre. La cosa più grossa a mio avviso è questa, che va ricordata: che questo grosso numero di lavoratori che non erano iscritti al partito comunista, ma che simpatizzavano, erano analfabeti come mio padre ed altri, avevano la capacità, nei giorni precedenti, di far la questua tra di loro o fra altra gente per far mangiare bene le famiglie dei compagni che si trovavano in galera in quei giorni, perchè qui minimo abbiamo avuto sempre quattro cinque in galera in quei periodi. Le case di questi compagni non erano isolate, ma erano case affollate di simpatizzanti, in piena reazione fascista. Non parliamo del '26 o del '27 o del '33, ma parliamo anche del '39 quando si accanì maggiormente, che sembrava che il movimento operaio era ormai quasi finito. E l'altro fatto - che ancora oggi rimane fra molti compagni più vecchi - che in quei giorni si mangia tutti in famiglia. Ma il Primo maggio a San Severo non era sentito soltanto dai compagni comunisti o dai compagni socialisti, ma anche da un forte gruppo di cattolici, fortemente sentito. Anche altre categorie del ceto medio non disdegnavano il Primo maggio; tant'è vero che noi abbiamo il 1944, primo anno della Liberazione, che il Primo maggio fu celebrato unitariamente non soltanto fra sindacati - allora il sindacato era unitario - e ci fu una messa, in piazza del Carmine, a conclusione del comizio, fatta da un padre, don Felice Canelli, che era un antifascista. Poi queste manifestazioni non si ripeterono, con la scissione sindacale del '48, che fu una jattura per il movimento operaio oltre che per San Severo.

Noi abbiamo attraversato in questi anni di democrazia due tipi di Primo maggio. Se la giornata del Primo maggio è preceduta da eventi, di carattere negativo o positivo, di carattere internazionale, ritorna questa carica ideale internazionalista dei lavoratori di San Severo. Tu hai un grosso corteo. Contrariamente se non c'è un evento politico di questa natura hai un corteo sulla mediocrità, che va meno della metà di un corteo dell’altro tipo. Quindi la carica internazionale è rimasta sempre e si sfoggia in questi momenti.
Prima era un fatto di grossa partecipazione. Cioè, in quel Primo maggio i lavoratori sfogavano qualcosa che covavano nel corso dell'anno, mentre adesso la minore partecipazione forse è anche dovuta ai cortei che si fanno spesso, c'è un’attività diversa. All'epoca si partecipava di più… specie nel periodo scelbiano, che veramente ci ha messo sotto, un periodo in cui furono proibite le manifestazioni, c'erano le persecuzioni; il periodo nero della Democrazia Cristiana nei confronti dei lavoratori. Forse questo è uno dei motivi.
Un altro motivo è anche questo: la gente e il lavoratore vuol trovarsi una volta all'anno, una volta tanto, con altri suoi fratelli in un momento non di lotta, ma anche se rievocando la lotta, in un momento di festa. Però guai a toccarglielo, guai a toccarglielo il Primo maggio.

Io ricordo nel 1950, il famoso 23 marzo di San Severo, la questura dopo proibì la manifestazione del Primo maggio. Io ricordo molto bene che - non voglio esagerare - almeno un paio di migliaia di sanseveresi andammo a Torremaggiore a festeggiare il Primo maggio in corteo. E si parla di andare a piedi. Facemmo il corteo a Torremaggiore, la città è più piccola, a momenti si univa tra coda e testa, il corteo. La polizia tentò di prendere i nominativi, fece un atto di intimidazione come era solito lo scelbismo dell'epoca. Come vide che il comizio di Terracini si chiuse, prima che stava per finirsi, con le Campagnole - loro tenevano le Campagnole - si immetterono subito sulla strada per San Severo e fermarono i primi che stavano per arrivare. Prendevano tutti i nomi e cognomi: contravvenzione "Ti manca il fanale, ti manca quello…". Una scusa per annotare... un atto di intimidazione vera e propria anche se molto stupida, più stupida di Scelba. Ho detto: "Quant’è la contravvenzione? Facciamo corto, brigadiè. Quant’è? Cinque lire?". Dice: "No, ma sa, ma lei datosi che…" - perchè ci domandava da dove venivamo e dicevamo la verità, perchè per noi era motivo di orgoglio. Anzi fu l’occasione buona per far sapere a Scelba che il Primo maggio l'avevamo fatto comunque. Allora mio padre disse: "Ma figlie mie chi t'o fa fa’? Ho avuto un figlio che è passato sopra a Mussolini a Piazzale Loreto. Se ci capiti tu là, che t'hann'a fa’? Lassa sta’, vattinne a’ case". Poi ci fu una risata tra tutti quanti, anche lo stesso brigadiere, perchè il suo imbarazzo veramente era abbastanza forte, si vede non era un poliziotto nato, evidentemente doveva essere uno di quei militari che non trovavano lavoro e si erano fatti poliziotto. Perchè farsi poliziotto era un dispregio all'epoca. Ma anche nei tempi moderni, quando la reazione, quello spudorato di Scelba che ci ha fatto caricare sempre qui davanti - questa Camera del Lavoro, se stonachiamo l’intonaco, è piena della puzza di gas lacrimogeni - il popolo di San Severo ha sempre fatto il Primo maggio. Non lo ha potuto fare nel proprio paese: lo è andato a fare altrove.
Prima il lavoratore si vedeva padrone d’Italia in quel giorno. Diceva "Ne siamo tanti e tutti uniti". Questa era una delle piccole canzoni popolari di San Severo "Siamo tanti e tutti uniti e l’Italia è tutta nostra". Ecco, loro inneggiavano a questo momento, di ritrovarsi tutti.
 

La testimonianza di Natale Orecchia, bracciante. Raccolta nel 1978 a Minervino Murge.

Dal '44, il periodo della Liberazione, nell'Italia combattevano ancora le formazioni partigiane, mentre a Minervino avevamo quella possibilità di festeggiare il Primo maggio nel periodo di pace. E allora nel Primo maggio ci stava del folclore della festa, che le persone portavano questo fiore, il garofano rosso all’occhiello, ma portavano il fazzoletto rosso al collo come simbolo della guerra partigiana, quello che portavano i partigiani.

I Primo maggio non si sono susseguiti tutti in un modo, dipendeva dalla lotta che facevano i popoli. Ricordo un Primo maggio di pace, di pace nel senso che in quel periodo si combatteva nell'Africa, si combatteva in Asia e noi esaltavamo la lotta di quei popoli con l’aspirazione di far cessare quei combattimenti e avere la pace in quei posti e quindi in tutto il mondo. E allora si parlava delle bombe atomiche, a propulsione nucleare, e quindi su un carretto si fece, su un motocarro, si fece un missile, così di cartone e si sfilava. Siccome che Minervino Spinazzola sono 15-17 chilometri, allora sappiamo dei costumi di quei popoli; sapendo che loro la manifestazione del Primo maggio la fanno il pomeriggio, noi l'abbiamo fatta già la mattina e il pomeriggio andammo a Spinazzola. Allora carabinieri, polizia, erano ostinati, non volevano assolutamente che noi manifestassimo per la pace. Nell'andare a Spinazzola ci fu l’intervento del senatore Raffaele Pastore, riappacificò le cose e sfilammo. A Minervino la sfilata avvenne pacificamente, poi andammo a Spinazzola. Lì quando videro quel coso dell'atomica, quella bomba atomica così che raffigurava il missile atomico, allora ci fu l'intervento dei carabinieri che ci volevano impedire, ma noi riuscimmo a fare la manifestazione sfilando col carro.

Poi c'è stato quando morì Di Vittorio, il Primo maggio di quando morì Di Vittorio, che i giovani col cartello affisso con la figura di Di Vittorio sfilavano il Primo maggio al corteo. Di Vittorio è stato il simbolo di Minervino. A Minervino Di Vittorio ha fatto il segretario della Camera del Lavoro all'età di sedici diciott'anni, prima che il fascismo sorgesse.
Nel 1950 allora la FGCI lanciò un appello nei comuni affinchè sorgesse l'API, l'Associazione Pionieri d’Italia. Io pensai che per attirare i giovani, per avere dei ragazzi vicino bisogna dargli quello che ne fanno bisogno. E allora il ragazzo che cosa ne fa bisogno? Di sentire un racconto magari, di preparare un gioco. Ed io incominciai a fare tutto questo. Quindi raccolsi del materiale adatto e incominciai a formare il primo nucleo di venti trenta bambini. Questi venti trenta bambini poi attraverso le attività che facevo si venivano sempre a moltiplicarsi e rafforzarsi. Gli leggevo… avevo un libro, Cuore, che ci sono dei racconti, e allora gli leggevo dei racconti. Però questo non basta, ebbi contatto con l'associazione nazionale che finì di arricchire la nostra sede attraverso i giornali del "Pioniere". E poi ci stava un'altra rivista, "la Repubblica dei ragazzi", dove ci stava come si componevano, come si facevano dei giochi. Ci stavano delle poesie, ci stava come si facevano varie attività. Prendemmo contatto con l’API di Imola e un compagno, Gabriele Baldelli, s’impegnò e ci diede una lampada magica, insomma un proiettore, e facemmo delle filmine, molti ragazzi si divertivano a vedere quelle filmine. Erano bambini dai sei ai dodici anni. Erano preparati durante I’anno e poi non potendo fare altro, qualche Primo maggio facevo delle raccolte dei disegni, dei semplici disegni che può fare un ragazzo di cinque sei anni. Oppure la raccolta di qualche tema, di qualche pensierino che il ragazzo a quell'età poteva esporre. Ma poi quelli sentivano dai loro genitori, sentivano l’affetto di questo Primo maggio. Venivano già preparati dai loro fratelli e dalle loro famiglie, quindi al Primo maggio venivano a manifestare - a parte questi disegni che presentavano - anche in corteo. Venivano con i tricicli, bambini di quattro cinque anni, così piccoli e venivano con le biciclette piccoline. Divisa non ne avevano però gli piaceva anche a loro portare il fazzoletto rosso al collo e addobbare le biciclette con le bandierine rosse o con qualche scritta. I carri venivano preparati anche dai rioni, da parte degli uomini adulti con la partecipazione delle persone di vicino. Il 29 - 30 aprile si andava a fare dei fiori, a fare un po' di erba. Si prendeva della carta o la stoffa e si preparava per il Primo maggio. Le donne dietro al corteo cantavano canzoni di lotta, canzoni politiche più che mai, canti partigiani più che mai, i canti della Resistenza. Sul motivo di "Bandiera Rossa", presi dalla vittoria popolare e a dispetto di questi borghesi, a dispetto di questi agrari, a dispetto insomma di questi retrivi reazionari, si cantava questa canzone "Ce tine la pena ‘o core se l'ha da fa’ passa'". È più che mai una semplice strofa: "Ce tine la pen’o core s'l'ha da fa passa’ (3 volte) / Evviva o comunism' de la libertà". Poi c'è stato un altro anno che si votò il 25 maggio per le elezioni politiche e allora si cantava il Primo maggio lo stesso, ripetendo: "Ce tine la pen'o core s'l'ha da fa passa’ (3 volte) / u vendicingh magge e jmma scì a vuta’ // Mò ascennimme da li Capeceine alle fasciste l'im’a romb' lli rreine (2 volte) / Ce tine la pen'o core s'l'ha da fa passa’" e poi insomma era così. I Cappuccini è una strada che va dalla piazza verso l'ospedale in pendìo e allora dicevamo "Mò n'ascennimme da li Capeceine a li fascisti l’im’a romb' li rrein'". Cioè: li dobbiamo picchiare.

NOTE
1 G. Rinaldi - P. Sobrero, La memoria che resta. Vita quotidiana, mito e storia dei braccianti nel Tavoliere di Puglia, Aramirè, Lecce 2004; G. Rinaldi (a cura), Primo Maggio. Protagonisti e simboli della festa del lavoro a Cerignola e in Puglia, Cerignola, 1982.

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