SUDEST Quaderni, n. 8, giugno 2005
 

100 anni d’Italia. Il Centenario della CGIL

di Giovanni Rinaldi

100 anni. Tanti ne sono trascorsi dalla nascita del più grande sindacato dei lavoratori italiano: la CGIL. Il 2006 si avvicina e vedrà un’imponente sequenza di iniziative, sparse sull’intero territorio nazionale, per ricordare, per riflettere, per ricostruire nelle modalità più diverse le vicende individuali e collettive che hanno contribuito, attraversando un secolo, ad arricchire l’intera storia della società italiana e delle sue istituzioni democratiche. L’obiettivo specifico e qualificante, individuato dalla Associazione per il Centenario costituita dalla CGIL, è quello di "interloquire con generazioni, ceti, esperienze individuali e collettive, percorsi professionali e lavorativi, sensibilità e culture politiche differenti".

Le iniziative che verranno messe in cantiere dovranno principalmente "valorizzare il patrimonio (di esperienze, valori, idee, ma anche archivi, biblioteche, prodotti culturali e artistici)" che il movimento dei lavoratori e la CGIL hanno accumulato nei cento anni di storia comune. Un’eredità diffusa che servirà a riflettere sul ruolo centrale del lavoro e delle sue rappresentanze organizzate. Un ruolo da svolgere, oggi e in futuro, "coinvolgendo nella riflessione soprattutto le giovani generazioni".

Il territorio di Capitanata potrebbe avere, in questa occasione, un ruolo non periferico. La Capitanata è terra di lotte bracciantili, dello scontro aspro tra grandi proprietà terriere e masse dei salariati agricoli; è la terra di Giuseppe Di Vittorio, protagonista di un percorso personale e collettivo sempre intrecciato solidamente con la storia della CGIL e del movimento dei lavoratori e sempre protagonista, inoltre, in tutti gli snodi cruciali in cui si è espressa la crescita democratica non solo italiana, ma anche europea. Proprio Di Vittorio diventa filo conduttore ideale per un lavoro di "rappresentazione" di questo percorso, mantenendo fermo il riferimento alle sinergie sindacali, politiche e socio-culturali con il resto d’Italia. Gli studi su Di Vittorio, nel loro insieme, hanno risentito di due approcci che si sono ovviamente anche integrati: l’approccio più politico con riferimento al dirigente comunista, il suo misurarsi con il vecchio Pci e la storia d’Italia dal dopoguerra agli anni ‘50; l’approccio più sindacale, tendente a valorizzare, talvolta celebrare, il Piano per il lavoro e la cultura di sindacato industrialista. L’obiettivo potrebbe essere quello di contribuire ad una lettura diversa di Di Vittorio: l’idea del lavoro, di cittadinanza che egli ci ha comunicato; l’importanza del sapere, della cultura, come riscatto sociale degli umili ed ambizione verso l’emancipazione, la conquista dei diritti. È un lavoro ancora tutto da svolgere, che ha bisogno di risorse umane ed economiche, oltre che della partecipazione non delle sole forze sindacali, ma delle Istituzioni, delle Amministrazioni e delle realtà culturali del territorio, per valorizzare il più possibile un patrimonio di memoria che non va disperso.

È auspicabile che al più presto si crei un comitato organizzatore che veda il sindacato collaborare con gli altri soggetti, istituzionali e non, per organizzare un programma di eventi, iniziative, approfondimenti, che coinvolga l’intero territorio provinciale. Il 2006 ormai è prossimo e purtroppo scontiamo un ritardo di attenzione ai temi della memoria sociale che rischia di farci giungere impreparati all’appuntamento. Tante volte abbiamo ascoltato, da parte dei più alti esponenti delle istituzioni locali, parole di apparente sensibilità a questi temi, ma nella pratica poco è stato fatto o senza il giusto sostegno e la dovuta attenzione. Inoltre non si è reso strutturale lo sviluppo lento nel tempo di iniziative che, proprio nella loro episodicità, rischiano di vanificare anche la qualità dei progetti iniziali. Il Centenario della CGIL può essere occasione per definire un piano di interventi non limitato al semplice festeggiamento/celebrazione, ma diretto all’elaborazione di buone pratiche per far sì che, superato il 2006, nel territorio rimangano stabilmente idee e strutture che proseguano il lavoro avviato e diano continuità a progetti che non si spengano il 31 dicembre 2006.

Nel nostro territorio non siamo riusciti, ad esempio, a costituire archivi della memoria storica, con una specifica attenzione alle tematiche del lavoro e della storia del movimento dei lavoratori. Un archivio della memoria, di cui spesso si è discusso, non si costituisce in pochi mesi e non è solo somma di materiali eterogenei accumulati in una stanza. Il termine "archivio" rimanda, nell’immaginario collettivo, a luoghi chiusi e polverosi. Un archivio prende vita, certo, dai materiali concreti (testimonianze scritte e orali, verbali, volantini, manifesti, canti e musiche su nastro magnetico o supporto digitale, fotografie, manoscritti, video e filmati), ma, volendo rappresentare l’eccezionale creatività e originalità delle culture popolari, dell’itinerario stesso, lungo un secolo, del movimento dei lavoratori (da noi quelli della terra, principalmente), potremmo scegliere di realizzarlo "virtuale". Un archivio della memoria, non istituzionale né formalizzato, ma aperto e in rete con quanti, partendo dalla ricerca sul campo, vogliono proporre idee e iniziative creative, legandosi e riferendosi saldamente alla storia, alle radici, all’identità sociale di questa terra.

I luoghi diffusi di questo archivio ci sono già tutti: sono le case dei tanti militanti politici e sindacali che nella loro vita hanno lottato per migliorare le loro condizioni di vita e di lavoro. Nelle loro case questi protagonisti assumono il ruolo, non sempre inconsapevole, di veri archivisti di base: custodiscono nei loro cassetti una mole impressionante di materiali cartacei e fotografici e nella loro memoria il ricordo di storie di vita e di lotta per la dignità e i diritti di tutti. Il solo inventario di quanto è presente nel territorio, di quali archivi personali sono degni di descrizione e attenzione, la sola raccolta di testimonianze e storie di vita dei conservatori di questi archivi, sarebbe il miglior modo per predisporsi all’allestimento di un vero e proprio archivio centralizzato, che conservi queste memorie e soprattutto promuova progetti ed iniziative ad esse legate.

Inoltre, sull’esempio dei Parchi letterari, perché non pensare a un Parco della memoria bracciantile, come possibile catalizzatore di energie non solo culturali, ma anche produttive ed economiche? Quali sono i percorsi del lavoro bracciantile e della stessa vita giovanile di Di Vittorio: quali masserie, quali terreni, quali abitazioni sono state teatro di fatica e battaglie sociali? Quale cultura materiale ha sviluppato la classe contadina, con gli attrezzi di lavoro, le prime macchine, le tecniche, i mestieri agricoli e le loro tante specializzazioni? Quale creatività è stata espressa nelle musiche, nei canti popolari, nelle narrazioni e nei racconti?

Come si vede il vero archivio non è sempre un contenitore di cose, ma può essere, se ben gestito, il territorio stesso con i suoi abitanti. Il lavoro da fare è essenzialmente quello di creare stabilmente dei gruppi di ricerca, promozione e animazione sociale che, in sinergia con le scuole, l’Università, le biblioteche, le associazioni e gli Enti locali, possano, in modo costante, tessere i fili della memoria, mescolando i materiali e le esperienze sparse e producendo volta per volta singoli itinerari, singoli percorsi, alternando eventi, approfondimenti scientifici, lavori editoriali, iniziative didattiche come metodo quotidiano di promozione della cultura e della storia del territorio.

Il sindacato potrebbe inoltre proporre, alle Istituzioni culturali e agli Enti locali, di dedicare, ai temi del lavoro e della storia del movimento dei lavoratori, alcune iniziative che hanno già una loro organizzazione operativa. Si pensi per esempio alla possibilità di dedicare a questi temi una sezione del Festival del Cinema Indipendente: sono tanti i corto e lungometraggi che si sono occupati delle classi popolari in Puglia (dai primi etnografici e antropologici a quelli più recenti) e in questo senso una partnership con l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico sarebbe qualificante. Così come potrebbero essere focalizzate sul tema della musica popolare (in specifico sui canti sociali, politici e di lavoro) rassegne come Tamburi dal mare o il Carpino Folk Festival, e partner ideale è la Discoteca di Stato. Con le scuole si potrebbero avviare alcuni progetti dei PON, finalizzandoli alla ricerca di materiali documentari e alla produzione di elaborati di tipo scientifico, ma anche creativo. Con alcune Fondazioni e Istituzioni culturali sarebbe inoltre opportuno stabilire partenariati per organizzare programmi articolati sulla letteratura, con presentazione di scrittori che scrivono di lavoro o lavoratori che hanno scritto di sé e della propria condizione; così come per il teatro la stagione dell’Oda Teatro aprirebbe sicuramente le proprie scene a una nicchia tematica ("Braccianti", presentato proprio all’Oda, è tra i lavori nazionali selezionati dal Centenario).
 

L’Archivio Di Vittorio

Su sollecitazione dell’Associazione per il Centenario e sulla scia di queste riflessioni ho promosso, insieme a vari operatori della Capitanata e del Salento, l’Archivio Di Vittorio: un coordinamento di operatori della ricerca storica orale, della musica, dell’immagine. Il nostro obiettivo: scoprire e far conoscere quali tracce hanno lasciato, i braccianti del Tavoliere o le tabacchine del Salento, nella più grande cultura e identità nazionali; quali intrecci, tra movimenti di massa ed esperienze personali, hanno portato ad incontrarsi comunità del sud e comunità del nord sulla base di ideologie e di sentimenti di solidarietà e apertura culturale. Abbiamo scelto Giuseppe Di Vittorio come testimone del nostro lavoro. È un riferimento insieme affettivo, culturale, politico. Un bracciante, un sindacalista, un leader politico sempre a fianco delle classi lavoratrici, mai al di sopra. Un’esperienza umana unica che ha saputo sintetizzare al meglio quanto nel nostro lavoro emerge continuamente: la grande capacità di saper ascoltare gli altri, di comprenderne le ragioni, scoprendo i propri diritti, per difendere quelli di tutti. Crediamo così di colmare un vuoto, che purtroppo dura da anni, e che produce spesso nei giovani quel senso di indifferenza e di vacuità nei confronti della storia sociale e culturale che hanno alle spalle e che in nessun modo vedono valorizzata da parte degli stessi adulti, padri, politici, amministratori, da cui spesso sono criticati.

Proprio in questo senso riporto una delle tante voci che animano i forum della Rete. È la voce di un giovane, Gianluca, che, diciassettenne, nel 1988, lascia Cerignola per Roma. Lascia un paese "violento, arrogante, ricco, di una ignoranza crassa, volgare". Un paese senza librerie, senza punti di aggregazione giovanile, con la microcriminalità pervasiva. La gioventù gli appariva composta "da delinquenti, amici di delinquenti, amici degli amici…". Sentiva "un bisogno fortissimo di legalità, di cultura e di rispetto". Ma la politica, soprattutto quella di sinistra, allora al governo, gli appare legata più agli affari che alle idee e alla collettività. Per reazione frequenta il Fronte della Gioventù (l’organizzazione giovanile di destra, ma oggi nell’e-mail non nasconde il suo imbarazzo). Giunto a Roma una profonda crisi di rigetto gli fa rimuovere il suo paese natale. Poi, un giorno: "…a cena da amici, un commensale più grande di me viene a sapere delle mie origini e mi racconta entusiasta di un’altra Cerignola: delle lotte bracciantili, del lavoro, dei cafoni, di Giuseppe Di Vittorio; mi racconta che i dirigenti del sindacato si stupivano, quando passavano per Cerignola, di vedere contadini semianalfabeti discutere seriamente e con competenza della situazione politica internazionale, di comintern e alleanza atlantica. Dov’era andata a finire quella consapevolezza, quel patrimonio culturale immenso? Mi sembrò allora che Cerignola si vergognasse delle sue origini contadine, che soffrisse di complessi di inferiorità, che il suo disperato arraffare il peggio dei modelli della società consumistica fosse un tentativo di autodistruzione, che delinquenza e perbenismo fossero due facce della stessa medaglia: la medaglia dell’ignoranza".

Rispondere alle domande di questo giovane amico e compagno è un impegno da prendere, per festeggiare al meglio il Centenario della CGIL, e per costruire insieme anche i futuri cento anni del nostro Paese.

Sito web di riferimento http://www.100annicgil.it
 

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