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"PROFILI", a. I, n. 2, 2004 Ciurme, reti e burrasche Il mestiere della pesca raccontato da Giovanni Nardella, pescatore e contadino di San Nicandro Garganico di GIOVANNI RINALDI Io sono pescatore, d'origine proprio. Ho fatto una quarantina e più d'anni il pescatore. Stavamo nel territorio del comune di Lesina però tutti i giorni o tutte le sere, quando si rincasava, si veniva a San Nicandro, a Lesina non ci siamo mai andati. Vivevamo proprio con la pesca, proprio col lavoro della pesca. Allora se ne prendeva di pesce, se ne prendeva e abbastanza. Ma purtroppo il prezzo era scadente. Adesso il prezzo è buono ma il pesce non ce n'è. Io poi, visto che l'arte del pescatore andava declinando mi sono fatto la vigna, mi sono fatto un paio di ettari di vigna e adesso tengo il vigneto. Stavamo meglio dei braccianti, perché nelle masserie a quei tempi si stava proprio sotto alla schiavitù. Noi invece guadagnavamo di più ed eravamo più liberi, mentre quelli che stavano a lavorare nelle masserie stavano sotto a una vera schiavitù. La gente a quei tempi non era libera come adesso. A quei tempi i padroni si permettevano di bastonare i garzoni, li bastonavano e qualcuno è stato anche ucciso e non l'hanno pagato. E se pure qualche operaio ch'era stato bastonato dal padrone lo denunziava, non si faceva neanche causa, non lo calcolavano. Sindacati non ce n'erano, ma pure dopo che sono venuti, non avevano la forma giuridica che tengono oggi. Oggi i sindacati hanno valore perché c'è la legge che li difende. Ma noi no, a quei tempi chi ci difendeva? Nessuno. Io mi ricordo che parecchie volte andavamo a lavorare da quel farabutto di P. Lavoravamo, si faceva il patto che dovevamo avere 30 soldi al giorno. Faticammo una settimana, dopo una settimana quando andammo a riscuotere il danaro invece di pagarci 30 soldi ci pagarono 25 soldi. Parecchie volte ci ha fatto questo scherzetto e non avevamo a chi rivolgerci. Allora c'era il commissario qui a San Nicandro, andammo dal commissario: "Commissario vedete…" "Beh, che volete ch'io faccia!?", non poteva fare niente e i signori facevano i sporchi comodi loro. Quindi noi lavorando nel lago eravamo più liberi di fronte agli altri operai che andavano sotto ai lor signori. Eravamo più liberi. E poi guadagnavamo qualche cosa in più. Pescavamo a ciurme, acciurmati, a cinque sei persone. Ci univamo, così, cinque persone, quattro persone e si pescava tutti in comunità. Poi il prodotto ittico che prendevamo si vendeva e settimanalmente facevamo i conti… tanto ciascuno. Con le reti, con le cosiddette paranze, che erano attrezzi fissi (sbarramenti costituiti da pali piantati nella laguna a cui legare, perpendicolarmente al fondo, lunghi panni di rete, un tempo fascetti di canna, le 'arelle') e i bartovelli (o bertovelli, reti cilindriche usate come trappole per le anguille). La
pesca viene comandata dai venti. Quando c'era il vento si pescava,
quando non c'era il vento si pescava poco, pure ch'era proprio il tempo
della pesca, ma si pescava poco. E quindi se qualche volta il vento era
forte si pescava di più e poteva durare un giorno, due, continuamente si
pescava, specie nell'autunno, si prendevano cinque sei sette dieci
quintali di pesce, anguille più di tutto. Poi si doveva aspettare
un'altra occasione di bel tempo. E quando avevamo fatto due tre ondate,
allora poi finiva la stagione della pesca. Ma generalmente la giornata
la guadagnavamo sempre. Noi
tenevamo le capanne aldilà della laguna, fra il mare e la laguna,
tenevamo le capanne. E allora eravamo là un duecento pescatori di San
Nicandro e quattro-cinquecento di Lesina, che esercitavamo questo
mestiere. E allora noi ci acciurmavamo e pescavamo secondo il
tempo. C'era nella primavera la pesca delle pantanine (anguille
piccole e gialle che preferiscono il 'pantano' al mare aperto), poi
nell'autunno c'era la pesca delle maretiche (anguille femmine,
argentate). Poi quando faceva freddo c'era la pesca del pesce, a seconda
la stagione. Noi poi facevamo così: noi sannicandresi ci acciurmavamo
fra sannicandresi, i lesinesi fra lesinesi, divisi in decine di ciurme.
E allora quando vedevamo che il tempo era adatto per poter pescare si
andava a pescare, quando no… il pescatore deve stare in piedi, perché
non c'è niente da fare. Quando poi c'è movimento di tempo, allora… più
si fa cattivo il tempo e più il pescatore deve uscire a lavorare, quelle
serate proprio rigide e burrascose che fa paura anche a stare dentro,
eppure il pescatore deve uscire, deve andare a guadagnare la giornata
che lui ha perduto e la notte deve pescare. Perché quand'è buon tempo,
quando il tempo è placido e calmo le reti vengono avvistate da quegli
animaletti e non ci vanno, né nei bartovelli né vicino alle reti.
Mentre poi quando c'è la burrasca e le onde dell'acqua, specie da noi
che il lago non è profondo, è superficiale, allora i marosi intorbidendo
così il fango e l'acqua diventa color di feccia, come una feccia, come
una terra e allora il pesce, l'anguilla non vede la trappola che c'è
pronta per lei, non la vede e il vento la spinge, i marosi la portano
vicino le reti, arriva là, si trova imbrogliata e viene intrappolata.
Mentre quando c'è bonaccia si deve muovere lei stessa e quando vede la
rete non s'affianca là vicino e quindi non viene pescata. Testo liberamente trascritto dall'intervista a G. Nardella, allora ottantenne, realizzata il 24 maggio 1977 a San Nicandro Garganico da G. Rinaldi e P. Sobrero.
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