
"il manifesto", 29 agosto 2009, p. 15
BINARI DELLA MEMORIA
Furono ben 70.000 i bambini ospitati nel centro nord dell'Italia anni 50. Più di mezzo secolo dopo, Giovanni Rinaldi con il suo libro (I treni della felicità) e Alessandro Piva con il suo film (Pasta nera), si sono messi sulle tracce dei sopravvissuti e delle loro storie
Baby emigranti dei tempi bui
di
MICHELE FUMAGALLO
Sulla memoria del popolo italiano si sono fatti tantissimi scavi, e su tutti c'è tanto da imparare se i ricercatori sono spinti dall'onestà intellettuale. Ma c'è una memoria che forse è stata investigata poco, quella di bambini che la storia del tempo ha reso del tutto particolari, viaggiatori per necessità e solidarietà. Sono i figli dei lavoratori e dei contadini del Sud colpiti dalla repressione politica per le loro lotte, incarcerati spesso per anni. È uno spaccato di una solidarietà di classe degli operai, contadini e intellettuali del centro nord, uno squarcio sugli anni 50 del secolo scorso. Un flash su una storia che si ripeterà poche altre volte, mai in termini così estesi per quanto riguarda l'infanzia. Furono ben 70.000 i bambini ospitati nel centro nord dell'Italia in anni bui di repressione: atti di solidarietà su cui ci sarebbe tanto da discutere e imparare in un'epoca come l'attuale, così diversa dal punto di vista delle condizioni materiali ma anche così misera dal punto di vista di un egoismo sociale che ha toccato vertici mai raggiunti nella storia del nostro paese.
È un'intera generazione di Bambini sui treni che adesso viene alla luce in modo più circostanziato e rigoroso grazie a un'inchiesta e un libro di prossima pubblicazione dovuto alla penna di un grande ricercatore della memoria popolare come Giovanni Rinaldi; e grazie a un film documentario di Alessandro Piva, l'autore del fortunato La capa gira. Entrambi pugliesi, si sono cimentati in questa ricerca delle radici di una solidarietà che era anche consolidamento di un sentimento nazionale in uno Stato dove il divario Nord-Sud è stato sempre fortissimo. Avviato nel 2002 tra Puglia, Marche ed Emilia Romagna, il progetto è stato sostenuto dalla Casa Di Vittorio, il centro culturale di Cerignola dedicato alla memoria del grande sindacalista. E la storia parte proprio da un paese pugliese, San Severo, a nord del Tavoliere. È il 23 marzo del 1950. Nella cittadina c'è uno sciopero che diventa, come capita spesso in quegli anni di repressione delle lotte popolari, immediatamente rivolta. Arriva l'esercito con i carri armati e lascia sul campo un morto e numerosi feriti.
Naturalmente la retata dei fermati è, come sempre in questi casi e in quegli anni, numerosa: ben 180 persone vengono tratte in arresto. L'accusa è pesante: insurrezione armata contro i poteri dello stato. Ma la protesta dilaga in tutto il paese in luoghi che sono diventati simboli di quegli anni di repressione: Melissa, Modena, Montescaglioso, e tanti altri. Gli imputati di quella repressione di San Severo vengono assolti dopo due anni di detenzione e rilasciati. Ma cosa accade nel frattempo? Settanta bambini vengono ospitati, adottati da famiglie di lavoratori del Centro-Nord aderenti al Comitato di Solidarietà Democratica, in segno di accoglienza sociale e politica. Da quei settanta si passa, nell'arco di alcuni anni, a ben settantamila bambini ospitati in affidamento temporaneo. Più di mezzo secolo dopo, Giovanni Rinaldi per il suo libro (I treni della felicità, il titolo di imminente uscita) e Alessandro Piva per il suo film (Pasta nera, anch'esso di imminente uscita), si sono messi sulle tracce dei sopravvissuti di quella esperienza riportando alla luce storie dimenticate. Con la passione che connota i suoi studi e ricerche, Giovanni Rinaldi ha ritrovato i protagonisti di questa storia italiana: Dante, Americo, Elvira, Rosanna che tutti chiamavano «la bambina comunista», Ugo e tanti altri. E dà loro la parola, gli fa esprimere i sentimenti di una vita spesso rimossi, messi in un angolo della solitudine della propria esperienza, certamente non aiutati a ritornare a galla dagli anni che viviamo pieni di indifferenza e di rifiuto delle grandi culture storiche del passato italiano.
Sono, in fondo, quella di Rinaldi e Piva, anche se ciascuno ha lavorato per sentieri propri, due ricerche parallele in un settore, quello della storia orale, ancora così poco studiato in Italia. Ricerche che sono anche un tracciato per la ripresa reale della cultura di una sinistra che voglia davvero ricostruire se stessa. Senza scavi sul passato di questo tipo è vano pensare che possa rinascere una cultura del cambiamento. Ma sentiamo Giovanni Rinaldi, che ha dato la parola a chi non sperava di poterla più tramandare e che ha avuto il merito di riportare dal fondo dell'intimità di ciascuno dei protagonisti una memoria struggente del proprio passato: «La mia inchiesta, frutto di un lavoro che riprende tutto il mio impegno passato sul campo della ricerca della memoria dei lavoratori, e soprattutto dei lavoratori del Tavoliere, si inserisce nell'intreccio tra ricerca e narrazione che vede ormai teatranti, giornalisti/scrittori ed anche il cinema convergere sull'intreccio delle metodologie. Spero soltanto che questa storia, così lontana dall'Italia di oggi, ma anche così vicina alle stesse dinamiche sociali che oggi si affrontano, venga conosciuta da tanti».
L'Italia che riemergeva dal ventennio fascista, dalle macerie provocate dai bombardamenti, dalla povertà estrema delle classi contadine e bracciantili, era un'Italia che provava ad essere una, al di là delle differenze tra Nord e Sud. «Sì, certo - prosegue Rinaldi - era un'Italia popolare, che spesso si sostituiva alle grandi istituzioni nell'organizzare dal basso nuove forme di società solidale e di gestione collettiva della cosa pubblica. Era un'Italia popolare ancora divisa nelle ideologie, ma unita in un'idea del fare politica come modo di essere e di costruire insieme, per il bene comune. Proprio ripensando a quei momenti colpisce la storia di quei piccoli uomini. Scioccante fu, ad esempio, la sorpresa dei bambini meridionali rispetto a comodità e agi sconosciuti». Il contatto tra questi due mondi, sociali e culturali, le differenze linguistiche e alimentari, creano traumi psicologici, sorpresa, cambiamento.
C'è chi scopre il valore della civiltà, la possibilità di una vita diversa; chi sceglie di non tornare più indietro, di non riprendere la vita d'inferno dei braccianti del Tavoliere. E c'è anche chi da questa esperienza trae motivo per un impegno a cambiare le condizioni di partenza, a creare le opportunità per restare e non, come sempre, per partire. Dice Alessandro Piva: «Il racconto di questa fetta di storia italiana mi ha portato direttamente dentro un fenomeno e un'epoca che mi ha molto colpito ed emozionato. Bada che parliamo di bambini che fanno scelte pazzesche per quella età. Poi, si sa, io da regista sono stato molto più colpito dalle immagini: la scoperta della neve per molti di essi che non l'avevano mai vista al Sud, il ragù emiliano. E poi gli intrecci con una storia che è soprattutto per tantissimi di loro viaggio di formazione. Alcuni di loro non sono tornati a casa e hanno preferito vivere lì. Altri hanno fatto, con coraggio a volte, il tragitto inverso. Non mi sono poi eccessivamente soffermato sul paragone con l'oggi, anche se alcuni di loro hanno sottolineato che è inimmaginabile oggi una solidarietà così. Del resto la storia riserva molte sorprese da questo punto di vista: vedi la solidarietà che si sviluppò con i bambini di Cernobyl».
«Il mio lavoro - prosegue Piva - porta il titolo di una canzone di Matteo Salvatore. E non poteva essere che così data l'importanza assoluta del cibo allora. È un lavoro che spero esca anche dalla veste attuale del documentario. Con Casa Di Vittorio, la mia casa di produzione Seminal Film e l'Istituto Luce mi piacerebbe porre le basi per un processo di narrazione che parta dal documentario per poi diventare film fiction». Ma scorriamo un po' le storie di quei protagonisti, le loro testimonianze alla scoperta di un mondo nuovo. Ma anche, dall'altra parte, la fatica dell'accoglienza, la scoperta di un popolo più sfruttato del proprio ma anche la grande partecipazione delle comunità cittadine. Racconta Americo Marino, allora bambino figlio di un bracciante di San Severo arrestato per i fatti del 23 marzo 1950 e accolto ad Ancona: «Mi ricordo il primo gelato che ho mangiato ad Ancona. E chi lo aveva mai assaggiato un gelato! Appena siamo arrivati, dopo il bagno, la grande dormita, abbiamo preso il gelato. C'era la panna e mi hanno chiesto: «Ti piace il gelato?» e io rispondo «Assomiglia alla ricotta!». Perché io mangiavo la ricotta a San Severo! Mia madre faceva il pane, delle grosse pagnotte che duravano una settimana, otto giorni. All'inizio era morbido, dopo man mano che passavano i giorni questo pane s'induriva, diventava duro duro. Dopo mia madre lo spezzava, lo metteva nel piatto e ci faceva il brodo di zucca, il brodo di cicoria e sotto metteva il pane a mo' di pancotto. La cena nostra era quella».
E Derna Scandali partigiana di Ancona che accoglie Americo e insieme alla zia Maria e alla cugina Nedda lo accudisce come un figlio, aggiunge: «Mi ricordo che c'era questo circolo dell'Anpi (Associazione Nazionale Partigiani Italiani) e abbiamo riunito tutta la gente che si era impegnata a prendere questi bambini a casa. Abbiamo spiegato di questo sciopero, dei loro genitori in galera. Gli anconetani si muovono poco ma quando si muovono c'è una solidarietà immensa. Prima di affidarli alle famiglie li abbiamo dovuti far lavare, erano in condizioni disperate. Dopo pranzo abbiamo invitato nel circolo dell'Anpi tutta questa gente che si era impegnata a prendere un bambino e glieli abbiamo consegnati». Toccante è il proseguimento della storia di Americo che ritorna al paese ma non vuole più vivere lì: «Dopo sei mesi son dovuto tornare giù perché mio padre era uscito dal carcere. Ma appena arrivato ho cominciato a fare uno sciopero della fame. Non mangiavo più perché era così drastico quel cambiamento. Allora mia madre si è messa in contatto con la camera del lavoro di San Severo che ha chiamato la camera del lavoro di Ancona e si è informata sulla famiglia che mi aveva accolto. Maria è ritornata giù a prendermi, è venuta da sola di notte, mi ricordo erano le tre e mezza del mattino («Da sola alla stazione», ripete Americo ancora incredulo, ndr). Erano passati soltanto 12 giorni dal mio ritorno a casa ma io ero ormai di nuovo su, non accettavo più la vita giù, mi piaceva Ancona, mi piaceva il mondo nuovo».
Americo comincia a fare il garzone nella barberia. Da allora vive ad Ancona con la moglie e due figlie. Irma Siroli, operaia di Lugo di Romagna ed esponente dell'Udi (Unione donne italiane), l'organizzazione delle donne della sinistra, racconta ancora: «Erano gli anni subito dopo la guerra, avevamo uno spirito molto diverso da quello di oggi. Quello che facevamo era politica, era pulita, e lo facevamo col cuore, quindi era anche un impegno sofferto, proprio sofferto. Ci mettevamo l'anima e lo facevamo proprio perché sentivamo la cosa, credevamo anche di cambiare il mondo. E quindi gliela mettevamo proprio tutta, insomma, pensavamo che le cose sarebbero cambiate e che ci sarebbe stata una giustizia, un vivere diverso, ecco. Ci volevamo bene allora, diciamo così». I treni dei bambini del dopoguerra, andati su al centro-nord per spirito di solidarietà si sarebbero intrecciati con altri treni, questi meno solidali e liberi, i treni dell'emigrazione, frutto avvelenato di classi dirigenti incapaci di programmare per l'Italia tutta uno sviluppo armonico. Ma questa è un'altra storia.
SCHEDA | di m. f.
GLI AUTORI
Su carta o su pellicola l'importante è «testimoniare»
Giovanni Rinaldi è un ricercatore di storia popolare, tra i più interessanti, e ha al suo attivo, oltre a numerosi studi sempre sul mondo subalterno, un volume, «La memoria che resta sui braccianti del Tavoliere», davvero corposo e insostituibile. A settembre uscirà per la Ediesse la sua inchiesta «I treni della felicità. Storie di bambini in viaggio tra due Italie». È animatore del centro Giuseppe Di Vittorio di Cerignola. Alessandro Piva, diviso tra cinema, televisione, teatro e radio, arriva alla regia attraverso un percorso di fotografo, montatore e sceneggiatore; e realizza come documentarista reportage in Italia e all'estero. È il regista di un film che fece epoca nel 2000, quel «La Capa gira» che ebbe numerosi riconoscimenti. È stato e continua ad essere impegnato nel sociale, tra l'altro nell'abbattimento dell'ecomostro di Punta Perotti sul lungomare di Bari.
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