presentazione
La
memoria
che resta:
"BRACCIANTI.
La
memoria
che
resta"
un
progetto
nel
quale
una
narrazione
collettiva
diventa
teatro,
e
il
teatro
torna
ad
essere
narrazione
e
dialogo
tra
gli
uomini.
"Tempo
fa
un
amico
mi
ha
raccontato
di
una
popolazione
dell'Africa
equatoriale
che
non
pensa,
come
noi
occidentali,
che
il
passato
sia
da
localizzare
dietro
di
noi,
alle
nostre
spalle,
mentre
il
presente
sarebbe
sopra
di
noi
e
il
futuro
avanti.
Secondo
questa
popolazione,
è
il
futuro
che
si
trova
alle
nostre
spalle
ed
è
simmetrico
a
ciò
che
è
stato
e
invisibile
ai
nostri
occhi...
Il
passato
invece,
secondo
quella
gente,
ci
è
fisso
di
fronte
e
lo
possiamo
in
ogni
momento
vedere,
consultare,
interrogare.
Come
aprire
un
quaderno
o
sfogliare
l'album
delle
fotografie.
A
volte
penso
che
questa
sia
una
buona
fiaba
per
raccontarci
le
origini
del
teatro,
e
che
il
teatro
sia
stato
inventato
da
qualcuno
per
fare
questo
gioco
col
tempo,
e
per
comunicare
con
gli
antenati.
Per
me
il
teatro
è
il
posto
mìgliore
dove
fare
il
viaggio
nelle
zone
remote
della
nostra
anima.
E
consiglio
sempre
a
tutti
di
provarci
quanto
prima" Di
seguito
il
resoconto
della
serata
di
presentazione. Argelato,
Teatro
Comunale,
1
marzo
2002 Interventi
di
presentazione
e
conclusione (Registrazione
e
fotografie
tratte
dalle
riprese
video
di
Romolo
Cucumazzi)
Recensioni
a La
memoria
che resta 
Grafica
il
Dock
Partecipazioni
Pubblicazioni
ricerche
e
materiali
archivio immagini
archivio testi
rassegna stampa
il libro
>
Progetto
BRACCIANTI - LA
MEMORIA
CHE
RESTA
Silvio
Castiglioni,
direttore
artistico
di
Santarcangelo
dei
Teatri
Se
vuoi
leggere
la
bozza
del
progetto
vai
alla
pagina
successiva
![]()
"TRACCE
di
Teatro
d'Autore"
Anteprima
di
'Braccianti',
di
e
con
Enrico
Messina
e
Micaela
Sapienza
tratto
da
'La
memoria
che
resta'
a
cura
di
Giovanni
Rinaldi
e
Paola
Sobrero
Federico
Toni
(Direttore
artistico
"TRACCE
di
Teatro
d'Autore")
"La
memoria
che
resta"
è
un
libro
che
raccoglie
moltissimi
documenti
inerenti
il
bracciantato
agricolo
del
Tavoliere
delle
Puglie.
Cronache,
documenti,
fotografie,
immagini,
testimonianze
sullo
sfruttamento
di
questi
operai.
Enrico
Messina
e
Micaela
Sapienza
hanno
iniziato
a
metterci
le
mani,
impastarci
le
mani
dentro
questo
materiale
che
era
molto
ricco,
molto
prezioso;
già
tutta
la
fatica
l'aveva
fatta
Giovanni
Rinaldi...
Non
capita
molto
spesso
che
degli
attori
trovino
del
materiale
così
corposo.
Giovanni
Rinaldi
non
solo
lo
ha
raccolto,
ma
gli
ha
dato
una
veste
organica,
l'ha
pubblicato
e
sta
oggi
proponendone
la
sua
archiviazione
nel
Dock
(Centro
Servizi
e
Documentazione
Multimediali)
in
Puglia.
E
così
loro
stanno
lavorando,
sono
in
una
fase
di
lavoro
molto
aperta,
stanno
leggendo,
stanno
provando,
stanno
montando.
Non
c'è
ancora
nulla
di
definito,
è
un
progetto
in
corso
d'opera
(...).
Quindi
adesso
Giovanni
Rinaldi
farà
vedere
qualche
documento
montato
su
CD-ROM
e
proiettato
sullo
schermo;
Enrico
Messina
illustrerà
meglio
il
progetto,
e
Micaela
Sapienza
anche
e
speriamo
che
troverà
nell'arco
dei
prossimi
mesi
una
veste
teatrale
definita.
Per
il
momento
è
ancora
uno
studio,
una
fase
progettuale,
di
percorso...
Enrico
Messina
(attore
e
ricercatore)
Un
giorno
io
ho
incontrato
questo
libro,
proprio
incontrato
per
caso
a
casa
di
un'amica,
mia,
la
cui
mamma
è
amica
di
Giovanni.
Questo
libro
si
chiama La
memoria
che
resta
ed
io
ce
l'ho
qua... eccolo
qua,
questa
è
una
copia
praticamente
unica.
Ne
sono
rimaste
solo
21,
una
ce
l'ha
Giovanni,
una
ce
l'ha
la
madre
della
mia
amica,
le
altre
19
sono
a... Cambridge!... è
vero,
proprio
così.
Giovanni
è
uno
studioso,
un
antropologo,
un... "conservologo"
e
lui
ha
fatto
(con
Paola
Sobrero)
questo
lavoro
veramente
mostruoso
di
raccolta
di
testimonianze,
canti,
racconti,
fotografie... di
cui
questo
libro
è
solo
una
parte,
davvero,
perchè
è
già
un
libro
di
circa
600
pagine.
Ora
io
ho
incontrato
questo
libro
e
come
accade
quando
uno
incontra
un
libro,
allora
io
mi
sono
messo
a
leggere... perchè
poi
uno
ha
sempre
quel
desiderio
strano
di
tornare,
nel
racconto,
di
tornare
alle
radici.
Allora
mi
sono
messo
a
spulciare
e
ho
visto
che
l'aveva
scritto
Giovanni
Rinaldi.
Allora
ho
cercato
Giovanni
Rinaldi;
alla
fine
dopo
tanto
tempo
l'ho
trovato,
ho
telefonato
a
casa,
mi
ha
risposto
la
moglie
e
io
"Buonasera,
vorrei
parlare
con
suo
padre" [risate],
perchè
lui
non
so
quanti
anni
abbia,
40-50
anni
che
ne
so,
ma
io
mi
aspettavo
un
vecchio,
perchè
questo
libro
l'ha
fatto
quando
aveva
vent'anni... un
pazzo!
E
la
cosa
ancora
più
incredibile
è
che
quando
sono
andato
da
lui,
l'ho
incontrato,
l'ho
visto
"Eh,
ma
tu
sei..."
e
gli
ho
detto
"Giovanni
io
sono
venuto
qui
a
Foggia
- perchè
è
da
tanto
che
non
abito
più
lì -
per
cercare
delle
cose
mie,
le
mie
radici,
ma
tu
le
hai
già
raccolte,
dammele".
E
lui
mica
ha
detto
di
no,
mica
mi
ha
detto
'te
le do';
ha
detto
"Facciamolo
insieme,
lo
facciamo
insieme".
Questo
a
Foggia,
credetemi,
è
un
evento...di
portata
proprio... pazzesca.
Allora
qual'è
il
senso
di
lavorare
su
"La
memoria
che
resta"?
La memoria
che
resta
sono
storie
di
braccianti
-
come
qui
c'erano
le mondine -
e
questa
gente
viveva
una
vita
allucinante.
Il
loro
problema
era
il
lavoro... io
penso
che
il
nostro
problema
sia
il
lavoro,
oggi.
Allora
trovare
questo
testo
e
leggere
delle
cose
che
parlavano
a
me,
a
lei,
a
lui,
oggi,
mi
sembrava
una
cosa
da
non
buttare
via
e
di
provare
a
raccontarla.
Nel
tentativo
non
di
andare
a
scavare
nelle
cose
belle,
vecchie... ma
quello
di
assumersi
la
responsabilità
di
dare
voce
oggi
a
questa
gente
qua,
a
questi
braccianti.
Cerignola,
il
paese
di
Giovanni,
era
un
paese
terribile,
dove
già
dal
1909
cominciarono
le
rivolte
bracciantili
e
i
braccianti
dal
'9
fino
al
'56
sono
rimasti
uniti.
A
Cerignola
è
nato
Di
Vittorio,
uno
dei
padri
del
sindacato... Ora,
tutto
questo
mi
rendo
conto
che
ha
anche
un
valore
politico,
io
non
voglio
esasperarlo,
però
penso
di
doverci
assumere
un
pochino,
noi,
chi
fa
le
cose
che
facciamo
noi,
la
responsabilità
di
dirle,
le
cose
che
pensa.
Quindi
abbiamo
provato
a
lavorare
su
questa
cosa
che
si
chiama
'Braccianti',
oggi,
adesso,
probabilmente
non
si
chiamerà
più
'Braccianti'
perchè
Giovanni
molto
carinamente
mi
ha
detto,
in
una
telefonata
che
ci
siamo
fatti
poco
tempo
fa,
se
avevo
voglia
di
chiamarlo La
memoria
che
resta;
dopo
vent'anni
è
un
regalo
molto
bello.
Dunque
avevamo
solo
pochi
giorni,
nulla,
(sempre)
al
telefono
come pazzi... abbiamo
preso
delle
cose
e
le
abbiamo
buttate
là,
cercando
di
sposare
due
linguaggi,
proprio
per
fare
un
passo
avanti
rispetto
al
lavoro
già
fatto.
Sposare
il
linguaggio
della
parola,
che
è
quello
che
mi
appartiene
di
più,
con
il
linguaggio
del
corpo,
che
appartiene
più
a
lei
(Micaela).
Adesso
siamo
in
una
fase
in
cui
i
due
linguaggi
si
vedono
forse
un
po'
da
lontano,
ma
vale
la
pena
di
correrne
il
rischio.
Lui
(Giovanni)
da
casa,
da
Foggia,
ha
cercato
di
riassumere
che
cos'è
il
racconto La
memoria
che
resta
in
una
videopresentazione
che
vedrete
ora
sullo
schermo.
Proiezione
e
brani
recitati.
![]()
Vai
alle
pagine
de
La
memoria
che
resta
Gian
Paolo
Borghi
(Assessore
alla
Cultura
di
Argelato
e
Direttore
Centro
Etnografico
Ferrarese)
Il
Centro
Etnografico
di
Ferrara
in
quegli
anni,
in
cui
Rinaldi
lavorava
su
questi
materiali,
si
recava
in
maniera
abbastanza
costante
a
Foggia
per
lavorare
con
l'Archivio
della
Cultura
di
Base.
Pensate
che
noi
a
Ferrara
abbiamo
80.000
di
quelle
immagini
che
abbiamo
visto
scorrere
e
2000
ore
di
registrazione.
Io
prima
ho
sentito Sante
Caserio
di
Pietro
Cini
(Lombardia)
che
viene
cantato
in
Puglia.
Che
cosa
vuol
dire
questo:
vuol
dire
che
la
realtà
nazionale
e
la
diffusione
di
una
cultura
popolare
non
erano
soltanto
semplicemente
legati
ad
una
forma
e
ad
un
aspetto
territoriali.
Quando
una
cosa
la
si
sentiva,
era
eseguita,
cantata,
portata
avanti
grazie
in
particolare
all'attività
dei
cuntastorie,
dei
pupari.
Che
molto
spesso
dagli
studiosi
di
cultura
popolare
questi
aspetti
non
venivano
mai
considerati.
Si
aveva
un
tempo - e
qui
ne
abbiamo
avuto
la
smentita
più clamorosa -
la
convinzione
che
tutto
quello
che
fosse
stato
d'autore
non
potesse
essere
considerato
popolare.
Si
dimenticava,
nel
frattempo
che,
per
fortuna,
c'era
stato
un
processo
di
alfabetizzazione
di
massa
(...)
e
un'acquisita
capacità
di
scrittura.
Ne
è
un
esempio
(Giuseppe)
Angione,
ne La
città
del
sole,
splendido
volume
curato
da Rinaldi [e Sobrero].
E'
importante
che
questi
aspetti
escano
da
queste
realtà
di
'elite',
elite
lo
dico
col
mal
di
pancia - dirigo
un
Centro
analogo
a
quello
di
Foggia
a
cui
è
profondamente
amico
da vent'anni -
ma
soprattutto
vadano
in
direzione
di
un
rapporto
intergenerazionale
ed
interetnico
nella
realtà
dei
nostri
giorni.
Se
questi
documenti
riescono
ad
approdare
anche
alle
nuove
generazioni
è
il
massimo
del
lavoro
che
uno
possa
fare.
E'
un
esempio
questo
(che
abbiamo
visto).
Vedo
portare
avanti
un
rapporto
intergenerazionale,
ma
soprattutto
seriamente
divulgativo
attraverso
il teatro... ricordo
anche
alcuni
obiettivi
di
Ernesto
De
Martino - che
ci
accomunavano
peraltro
nell'ambito
della ricerca -
uno
dei
quali
era
di
tentare
di
fare
una
forma
di
teatro
popolare
per
trasformarlo
in
quello
che
allora
veniva
chiamato
'teatro
di
massa'.
Cioè
lanciava
un
sasso
che
è
lo
stesso
sasso
che
stanno
lanciando
loro
adesso:
prendiamo
un
aspetto
che
è
effettivamente
tradizionale,
sentito
dalla
gente,
rendiamoci
conto
di
una
cosa
fondamentale,
che
le
generazioni
cambiano
e
che
è
giusto
che
ogni
generazione
abbia
una
sua
cultura,
partendo,
nei
limiti
del
possibile,
dalle
esperienze
del
passato.
Ma
che
ogni
generazione
abbia
la
sua
cultura
e
che
su
quella
fondi
il
proprio
futuro,
anche
teatrale,
anche
di
preparazione
culturale.
Questo
se
venisse
fatto
quotidianamente,
costantemente
da
qualsiasi
parte,
aggiungo
anche
in
questo
caso,
dalla
nostra
parte,
probabilmente
certe
situazioni
non
avverrebbero.
Perchè
ci
si
renderebbe
conto
di
un
patrimonio
di
cultura,
di
libertà
e
di
democrazia
che
è
stato
acquisito
attraverso
secoli,
in
particolare
l'ultimo,
di
vita
incredibilmente
grama.
Le
nostre
mondine
cantavano:
"quand'al
sol
l'è
là
ch'al
vén
un
azzidént
un
azzidént
quand'al
sol
l'è
là
ch'al
và
quest'è
l'ora
ch'andém
a
cà!"
(come
dire)
"da
sole
a
sole"
tanto
per
intenderci.
I
nostri
scariolanti,
ovvero
i
terrazzani
della
loro
realtà,
vivevano
la
stessa
situazione.
Cioè
la
miseria
poteva
essere
maggiore
o
minore,
ma
era
sempre
quella.
Ricordo
sempre
un
proverbio
veneto
che
è
questo:
"l'altissimo
de
sopra
me
manda
la
tempesta
l'altissimo
de
sotto
me
manda
quel
che
resta
e
in
mezo
a 'sti
due
altissimi
restemo
poverissimi".
Facciamo
in
modo
di
cambiare
questa
situazione
e
non
di
mantenerla.
Vi
ringrazio
per
essere
stati
presenti
in
questo
numero
incredibile
per
la
nostra
piccola
sala.
Grazie
ancora
a
tutti.
nella
pagina
CULTURA
POPOLARE
>
RASSEGNA
STAMPA
![]()
![]()