FOTOGRAFIA
>
TESTI
CRITICI
E
RASSEGNA
STAMPA RIPE
84
LABORATORIO
DI
PUGLIA Così
le
Alpi
si
innalzano
all'improvviso
in
una
piazza
di
Monaco
di
Baviera,
distese
sul
recinto
di
un
cantiere
edile;
così
un
giovane
ammicca
sollevando
un
drappo
rosso
(un
sipario?)
sui
battenti
della
porta
di
un
locale
pubblico
a
Parigi.
Bastano,
però,
lì
un
segnale
stradale,
qui
la
toppa
di
una
serratura
per
spezzare
il
filo
dell'incantesimo.
Senza
indulgere
alla
tentazione
di
manipolarli
e
con
partecipazione
meditata
e
discreta,
Rinaldi
ritaglia
dalla
realtà
ogni
frammento
che
richiami
alla
mente
il
teatro
come
regno
del
virtuale.
Così
dopo
gli
archi
e
le
finestre,
anche
le
vetrine
diventano
pedine
del
gioco,
con
i
loro
spettacolari
apparati
falsi
ed
effimeri
-
come
quella
in
cui
una
statuetta
antica
calza
un
copricapo
di
carta
plissettata
da
majorette. II
visitatore
seguirà
per
conto
suo
il
variare
dei
temi
nella
unità E'
appunto
uno
scavo
diretto,
profondo
in
se
stesso,
attento
a
cogliere Presentazione
di
Katia
Ricci
alla
mostra
Orizzonti
mittelafricani
(Foggia,
1986) Il
suo
sguardo
non
si
ferma
sulle
bellezze
paesaggistiche
e
naturali,
nè
sui
resti
di
un
passato
ricco
di
testimonianze
artistiche,
nè
sulle
contraddizioni
più
appariscenti
e,
ahimè,
vanamente
note
della
realtà
sociale. Testo
critico
di
Massimo
Bignardi Decisamente
è
la
luce
la
protagonista
delle
'scene'
di
Giovanni
Rinaldi:
una
luce
che
si
offre
nell'immediato
contatto
con
lo
spazio,
gli
'oggetti'
che
lo
animano,
con
le
presenze
che
evoca.
È
la
stessa
luce
che
guarda
la
spiaggia
nel
suo
lento
riposo
invernale,
che
fa
muovere
l'albero
nel
doppio
riflesso
di
una
finestra
a
Monaco

Grafica
il
Dock
Partecipazioni
Pubblicazioni
Lia
De
Venere
Salvatore
Del
Vecchio
Ada
Patrizia
Fiorillo
Katia
Ricci
Massimo
Bignardi
mostra
e
catalogo
a
cura
di
M.
Conenna,
E.
Crispolti,
E.
Maurizi,
Ripe
San
Ginesio,
1984
Scheda
critica
di
Lia
De
Venere
La
città
come
scena
è
il
tema
sottinteso,
cui
si
attiene
Giovanni
Rinaldi,
che
del
teatro,
inteso
nell'accezione
più
ampia,
ha
fatto
in
passato
esperienza
profonda
e
multiforme.
Fedele
alla
sua
scelta,
l'obiettivo
viene
calamitato
da
tutti
quei
tòpoi
urbani,
la
cui
qualità
scenografiche
si
rivelano
più
evidenti
e
inquietanti.
Scenografie
ideate
per
pièces
non
ancora
scritte,
le
sue
immagini
ripropongono
l'eterno
connubio
arte
-
illusione,
regalandoci
ogni
volta
un
dubbio
e
una
certezza,
come
quella
foto,
che
può
essere
assunta
come
paradigma
del
suo
lavoro
ed
in
cui
una
donna
di
pietra
attende
seduta
in
fondo
ad
una
scalinata,
con
un
sorriso
ineffabile
(quasi
un'altra
Gioconda);

o
come
quell'altra
in
cui
una
facciata
dipinta
alla
Magritte
lascia
smascherare
in
poche
serrate
battute
il
suo
premeditato
inganno.
Il
trompe-l'oeil
è
costante
ricercata
con
cura
nella
serie
di
finestre,
che
di
volta
in
volta
inquadrano
un
globo
di
luce
all'interno
di
una
stanza
o
riflettono
un
filare
di
alberi
svettanti
nel
cielo
o
arrestano
definitivamente
il
volo
di
un
uccello
di
carta.
Ma
sono
quelle
che
mi
piace
definire
«cortine
dipinte»,
le
occasioni
migliori
per
coltivare
con
maggiore
libertà
ed
efficacia
il
gioco
dell'illusione.
Evidentemente,
queste
foto
rappresentano
una
svolta
nel
lavoro
di
Rinaldi.
Negli
anni
scorsi
un
sincero
ed
entusiasta
interesse
per
l'etnoantropologia
lo
aveva
condotto
a
scandagliare
le
radici
della
cultura
popolare
contadina,
attraverso
le
sue
manifestazioni
feriali
e
festive.
Oggi
il
suo
obiettivo
ha
lasciato
il
«contado»
e
vaga
entro
«le
mura»
della
città
alla
scoperta
di
ambiti
e
modalità
esistenziali
completamente
diversi.
L'uomo,
che
lì
era
indiscusso
ed
esuberante
protagonista,
qui
non
c'è
più.
O
forse,
non
c'è
ancora.
Per
la
qualità
metafisica
di
certe
immagini
è
lecito
supporre
una
breve
durata.
La
scena
attende
un
nuovo
attore.
omogenea
del
colore.
A
noi
un'altra
considerazione:
è
un
mondo
dell'esistente
dove
l'uomo
è
assente;
un
mondo
di
luci
soffuse
o
sperse
o
comunque
attenuate
da
filtraggi
voluti
e
scelti.
(...)
La
cattura
delle
immagini,
per
cui
vengono
scelti
momenti
opportuni,
esprime
un
precisato
rapporto
di
tempo-spazio,
nel
quale
il
primo
è
costante,
il
secondo
variabile.
Il
tempo-luce
si
dà
come
tonalità
e
quindi
assenza
di
trapassi,
contrasti
e
conflittualità;
lo
spazio
indica
invece
una
pluralità
di
stazioni
e
giustifica
così
la
varia
denominazione
empirica
delle
impressioni.
SALVATORE
DEL
VECCHIO
non
più
ciò
che
rappresenta
il
patrimonio
creativo
di
una
cultura
popolare
e
contadina,
ma
bensì
la
propria
capacità
creativa
vissuta
alla
luce
di
un
rapporto
con
il
quotidiano.
E
dal
quotidiano,
egli
ricava
i
suoi
soggetti
in
cui
la
luce
campeggia
da
protagonista
e
lo
aiuta
nella
costruzione
di
immagini
dense
di
vitalità
e
di
suggestioni
sulle
quali
imbastisce
il
suo
dialogo
con
il
presente.
ADA
PATRIZIA
FIORILLO
Con
occhio
discreto,
ma
lucido
e
implacabile,
rivela
angoli
remoti
di
un
paesaggio
immemore,
eppure
pieno
di
memorie,
invivibile
e
vissuto,
reale
ed
assurdo
ad
un
tempo.
Brandelli
di
un
racconto,
materiali
per
nutrire
l'immaginazione,
simboli
che
in
una
luce
densa
e
cruda,
si
concretizzano
diventando
le
coordinate
di
uno
spazio
statico,
bidimensionale,
simmetricamente
costruito,
assi
cartesiani
in
cui
ogni
cosa
è
reale
(ma
non
sempre
razionale),
in
una
condizione
di
impossibilità.
A
tratti
il
sentimento
di
incompatibilità,
di
straniamento,
di
disagio,
genera
il
riso,
quando
il
gioco
si
fa
scoperto,
e
l'ambiguità
è
svelata.
Proviamo
a
ricucire
quei
brandelli
di
racconto,
a
ricomporre
il
puzzle
di
un
itinerario
che
è
quasi
un
labirinto
in
cui
sono
indicate
e
continuamente
negate
varie
direzioni.

La
scelta
è
tra
una
scala
di
pietra
invasa
da
un
cespuglio
e
un'altra
che
si
inerpica
su
una
roccia,
interrompendosi
bruscamente.
Nel
paese
un
senso
unico,
una
strada
appena
accennata,
chiusa
da
un
muro
di
luce
abbacinante.
Negli
spazi
aperti
poche
le
tracce
umane:
rassicurante,
nota
e
maestosa
la
balla
di
paglia:
imprevedibile
e
inquietante
la
cabina
telefonica
a
rendere
ancora
più
desolante
uno
spiazzo
deserto.
La
vista
sul
mare
è
ostacolata
da
un
parapetto,
ingabbiata
dai
pali
dei
lampioni
simmetricamente
disposti.
Il
binario
di
una
ferrovia
si
arresta
di
colpo
in
riva
al
mare
e
non
ci
sono
navi
per
varcarlo.

Ancora
un
accostamento
imprevedibile
tra
l'azzurro
e
freddo
orizzonte
marino
e
il
caldo
gonfiore
del
vaso
di
terracotta,
simbolo
di
epoche
arcaiche,
allusivo
a
miti
e
lidi
lontani
e
antichi.
Il
non
dimenticato
interesse
di
Rinaldi
per
gli
aspetti
etnologici
e
sociologici
della
realtà,
ritorna
prepotentemente
con
la
casa
colonica
e
il
divano
in
finta
pelle
di
un
sorprendente
salotto
all'aperto,
nell'immagine
più
solare
e
coloristicamente
più
vivace
tra
quelle
presentate.
L'ultimo
fotogramma
chiude
e
riapre
la
sequenza
narrativa:
filamenti
di
luce
biancastra
avvolgono
di
un
delicato
lirismo
due
persone,
sedute
di
spalle
su
una
panchina,
che
sognano
orizzonti
sconfinati
al
di
là
della
collina
"...che
da
tanta
parte
/
dell'ultimo
orizzonte
il
guardo
esclude".
Salerno,
maggio
1984
e
che
costruisce
i
tre
spazi
del
Feed
Back
.
La
giovane
fotografia
pugliese,
in
termini
di
nuove
direzioni
di
ricerca
creativa
e
penso
a
Calabretto,
Corazziari,
Garzia
e
Zanni,
già
da
tempo
si
arricchisce
del
lavoro
di
Giovanni
Rinaldi:
dapprima
con
una
ricerca
dai
marcati
accenti
etnologici
e
poi
decisamente
di
indirizzo
sociologico,
guardando
con
interesse
alle
sequenze
dedicate
alla
festa
del
Primo
Maggio
a
Cerignola
.
Una
ricerca,
quest'ultima,
che
è
radente
l'area
antropologica,
del
mondo
della
cultura
popolare,
attenta
al
rapporto
tra
'comunità'
e
'mito':
una
serie
di
fotografie
che
assumono
-
sottolinea
Mirella
Casamassima
-
"il
ruolo
di
fonti
documentarie
per
scavare
nelle
radici
della
propria
tradizione".
Dal
linguaggio
tipicamente
da
reportage,
Rinaldi
è
passato
oggi
ad
una
ricerca
articolata
su
elementi
attinti
dal
perimetro
urbano,
guardando,
però,
nel
profondo
della
propria
dimensione
di
operatore
culturale:
l'attenzione
è
rivolta
al
dialogo
con
i
segni
urbani,
con
le
periferie,
con
il
silenzio
delle
spiagge,
con
un'intensità
metafisica
che
verifica,
nell'impalpabile
densità
della
luce,
la
sua
costruzione.
È
l'immagine
che
genera
nell'artista
un
processo
di
creazione,
vissuto
sull'epidermide
di
una
sensibile
lettura
dai
toni
pittorici:
si
vedano
le
cabine
deserte,
forse
citazioni
dei
'silenzi'
della
dechirichiane
piazze
d'Italia
o
il
controluce
delle
bandierine
rosse
che
restituisce
un'immagine
pittorica
di
memoria
costruttivista
.
È
anche
la
densità
concreta
della
forma/colore
dei
cartelli
stradali
o
la
citazione
magrittiana
del
cielo
nella
finestra
.
Rinaldi
supera
così
l'annosa
costrizione
della
fotografia
come
ancella
"delle
scienze
e
delle
arti"
(Baudelaire):
restituisce,
nella
sua
ricerca,
alla
macchina
il
ruolo
di
'strumento'
del
processo
creativo,
attingendo
a
elementi
e
immagini
con
una
intensità
sperimentale.
Pur
superando
il
fondamento
antropologico,
il
suo
campo
resta
sempre
densamente
sociale:
l'attenzione
è
rivolta
allo
spazio
quotidiano
nella
dimensione
di
campo
di
forze
e
di
suggestioni
creative.
Ed
è
proprio
nel
perimetro
urbano
che
Rinaldi
ritrova
il
senso
della
continuità
storica:
le
vetrine
delle
grandi
metropoli
si
offrono
come
sale
di
nuovi
musei;
proiettano
all'esterno
la
rappresentazione
di
valori,
rispecchiando
un
ordine
urbanistico
e
sociale.
Una
città
che
non
è,
ricorda
Argan,
"contenitore
od
una
concentrazione
di
prodotti
artistici
ma
prodotto
artistico
essa
stessa".
Quindi
il
riscontro
è
con
lo
spazio
costruito
e
vivificato
dall'uomo,
in
un
complesso
di
elementi
in
dialogo
con
la
storia,
vissuta
e
verificata
nel
continuo
progredire
del
presente.
Qui
la
luce
fa
il
suo
gioco
di
presenza
umana,
di
medium
magico
che
da
vita
alla
scena;
attiva
un
processo
creativo,
denso
di
memorie,
nel
quale
le
immagini
assumono
una
dimensione
nuova.
In
Feed
Back
il
passaggio
dalla
luce
fredda
del
neon,
disegnante
la
scritta,
alla
calda
atmosfera
di
un
interno
è
graduale,
quasi
tenue
variazione
tonale:
sono
tre
momenti
legati
da
una
presenza/assenza,
definenti
un
unico
sviluppo,
nel
quale
l'obiettivo
entra
come
una
sonda
capace
di
fissare
immagini
fuggevoli
e
segrete.
Si
osserverà
che
è
la
stessa
sonda
con
la
quale
Rinaldi
attraversò,
anni
addietro
lo
spessore
del
tempo,
del
mondo
contadino,
in
uno
scavo
profondo
nel
proprio
essere,
in
quelle
tradizioni
che
formano
il
bacino
dell'immaginario
popolare.
Oggi
il
suo
interesse,
come
continuità
e
coerentemente
alla
sua
formazione
culturale,
si
rivolge
al
presente,
al
'quotidiano',
verificando
quelle
tensioni
poste
alla
base
del
processo
analitico
di
ricerca:
è
lo
spazio
della
città
contemporanea,
in
cui
vivono
stratificazioni
millenarie,
ove
il
'segno
e
la
parola'
viaggiano
sui
binari
veloci
dei
mass
media.