Home

Teatro

Cultura popolare

Fotografia

Grafica il Dock Partecipazioni Pubblicazioni

 

 

 

 

presentazione
mostre
portfolio

Figure Galleria

 

FOTOGRAFIA  > TESTI CRITICI E RASSEGNA STAMPA

 

 

  Lia De Venere

  Salvatore Del Vecchio

  Ada Patrizia Fiorillo

  Katia Ricci

  Massimo Bignardi

 

 

 

 

 

 

 

 

RIPE 84 LABORATORIO DI PUGLIA 

RIPE 84 LABORATORIO DI PUGLIA 
mostra e catalogo a cura di M. Conenna, E. Crispolti, E. Maurizi,
Ripe San Ginesio, 1984 

Scheda critica di Lia De Venere 

La città come scena è il tema sottinteso, cui si attiene Giovanni Rinaldi, che del teatro, inteso nell'accezione più ampia, ha fatto in passato esperienza profonda e multiforme. Fedele alla sua scelta, l'obiettivo viene calamitato da tutti quei tòpoi urbani, la cui qualità scenografiche si rivelano più evidenti e inquietanti. Scenografie ideate per pièces non ancora scritte, le sue immagini ripropongono l'eterno connubio arte - illusione, regalandoci ogni volta un dubbio e una certezza, come quella foto, che può essere assunta come paradigma del suo lavoro ed in cui una donna di pietra attende seduta in fondo ad una scalinata, con un sorriso ineffabile (quasi un'altra Gioconda); 

        

o come quell'altra in cui una facciata dipinta alla Magritte lascia smascherare in poche serrate battute il suo premeditato inganno. Il trompe-l'oeil è costante ricercata con cura nella serie di finestre, che di volta in volta inquadrano un globo di luce all'interno di una stanza o riflettono un filare di alberi svettanti nel cielo o arrestano definitivamente il volo di un uccello di carta. 
Ma sono quelle che mi piace definire «cortine dipinte», le occasioni migliori per coltivare con maggiore libertà ed efficacia il gioco dell'illusione. 

     

Così le Alpi si innalzano all'improvviso in una piazza di Monaco di Baviera, distese sul recinto di un cantiere edile; così un giovane ammicca sollevando un drappo rosso (un sipario?) sui battenti della porta di un locale pubblico a Parigi. Bastano, però, lì un segnale stradale, qui la toppa di una serratura per spezzare il filo dell'incantesimo. Senza indulgere alla tentazione di manipolarli e con partecipazione meditata e discreta, Rinaldi ritaglia dalla realtà ogni frammento che richiami alla mente il teatro come regno del virtuale. Così dopo gli archi e le finestre, anche le vetrine diventano pedine del gioco, con i loro spettacolari apparati falsi ed effimeri - come quella in cui una statuetta antica calza un copricapo di carta plissettata da majorette. 
Evidentemente, queste foto rappresentano una svolta nel lavoro di Rinaldi. Negli anni scorsi un sincero ed entusiasta interesse per l'etnoantropologia lo aveva condotto a scandagliare le radici della cultura popolare contadina, attraverso le sue manifestazioni feriali e festive. Oggi il suo obiettivo ha lasciato il «contado» e vaga entro «le mura» della città alla scoperta di ambiti e modalità esistenziali completamente diversi. L'uomo, che lì era indiscusso ed esuberante protagonista, qui non c'è più. O forse, non c'è ancora. Per la qualità metafisica di certe immagini è lecito supporre una breve durata. La scena attende un nuovo attore.

 


SALVATORE DEL VECCHIO

II visitatore seguirà per conto suo il variare dei temi nella unità
omogenea del colore. A noi un'altra considerazione: è un mondo
dell'esistente dove l'uomo è assente; un mondo di luci soffuse o sperse
o comunque attenuate da filtraggi voluti e scelti. (...) La cattura delle
immagini, per cui vengono scelti momenti opportuni, esprime un
precisato rapporto di tempo-spazio, nel quale il primo è costante, il
secondo variabile. Il tempo-luce si dà come tonalità e quindi assenza di
trapassi, contrasti e conflittualità; lo spazio indica invece una pluralità
di stazioni e giustifica così la varia denominazione empirica delle
impressioni.
SALVATORE DEL VECCHIO

 


 

ADA PATRIZIA FIORILLO

E' appunto uno scavo diretto, profondo in se stesso, attento a cogliere
non più ciò che rappresenta il patrimonio creativo di una cultura
popolare e contadina, ma bensì la propria capacità creativa vissuta alla
luce di un rapporto con il quotidiano. E dal quotidiano, egli ricava i suoi
soggetti in cui la luce campeggia da protagonista e lo aiuta nella
costruzione di immagini dense di vitalità e di suggestioni sulle quali
imbastisce il suo dialogo con il presente.
ADA PATRIZIA FIORILLO

 


 

KATIA RICCI

Presentazione di Katia Ricci alla mostra Orizzonti mittelafricani (Foggia, 1986)

Il suo sguardo non si ferma sulle bellezze paesaggistiche e naturali, nè sui resti di un passato ricco di testimonianze artistiche, nè sulle contraddizioni più appariscenti e, ahimè, vanamente note della realtà sociale.
Con occhio discreto, ma lucido e implacabile, rivela angoli remoti di un
paesaggio immemore, eppure pieno di memorie, invivibile e vissuto,
reale ed assurdo ad un tempo. Brandelli di un racconto, materiali per
nutrire l'immaginazione, simboli che in una luce densa e cruda, si
concretizzano diventando le coordinate di uno spazio statico,
bidimensionale, simmetricamente costruito, assi cartesiani in cui ogni
cosa è reale (ma non sempre razionale), in una condizione di
impossibilità.
A tratti il sentimento di incompatibilità, di straniamento, di disagio, genera il riso, quando il gioco si fa scoperto, e l'ambiguità è svelata.
Proviamo a ricucire quei brandelli di racconto, a ricomporre il puzzle di un itinerario che è quasi un labirinto in cui sono indicate e continuamente negate varie direzioni.

     

La scelta è tra una scala di pietra invasa da un cespuglio e un'altra che si inerpica su una roccia, interrompendosi bruscamente. Nel paese un senso unico, una strada appena accennata, chiusa da un muro di luce abbacinante. Negli spazi aperti poche le tracce umane: rassicurante, nota e maestosa la balla di paglia: imprevedibile e inquietante la cabina telefonica a rendere ancora più desolante uno spiazzo deserto. La vista sul mare è ostacolata da un parapetto, ingabbiata dai pali dei lampioni simmetricamente disposti. Il binario di una ferrovia si arresta di colpo in riva al mare e non ci sono navi per varcarlo.

   

Ancora un accostamento imprevedibile tra l'azzurro e freddo orizzonte marino e il caldo gonfiore del vaso di terracotta, simbolo di epoche arcaiche, allusivo a miti e lidi lontani e antichi.
Il non dimenticato interesse di Rinaldi per gli aspetti etnologici e sociologici della realtà, ritorna prepotentemente con la casa colonica e il divano in finta pelle di un sorprendente salotto all'aperto, nell'immagine più solare e coloristicamente più vivace tra quelle presentate.
L'ultimo fotogramma chiude e riapre la sequenza narrativa: filamenti di luce biancastra avvolgono di un delicato lirismo due persone, sedute di spalle su una panchina, che sognano orizzonti sconfinati al di là della collina "...che da tanta parte / dell'ultimo orizzonte il guardo esclude".

 


MASSIMO BIGNARDI

Testo critico di Massimo Bignardi
Salerno, maggio 1984

Decisamente è la luce la protagonista delle 'scene' di Giovanni Rinaldi: una luce che si offre nell'immediato contatto con lo spazio, gli 'oggetti' che lo animano, con le presenze che evoca. È la stessa luce che guarda la spiaggia nel suo lento riposo invernale, che fa muovere l'albero nel doppio riflesso di una finestra a Monaco e che costruisce i tre spazi del Feed Back .
La giovane fotografia pugliese, in termini di nuove direzioni di ricerca creativa e penso a Calabretto, Corazziari, Garzia e Zanni, già da tempo si arricchisce del lavoro di Giovanni Rinaldi: dapprima con una ricerca dai marcati accenti etnologici e poi decisamente di indirizzo sociologico, guardando con interesse alle sequenze dedicate alla festa del Primo Maggio a Cerignola . Una ricerca, quest'ultima, che è radente l'area antropologica, del mondo della cultura popolare, attenta al rapporto tra 'comunità' e 'mito': una serie di fotografie che assumono - sottolinea Mirella Casamassima - "il ruolo di fonti documentarie per scavare nelle radici della propria tradizione". Dal linguaggio tipicamente da reportage, Rinaldi è passato oggi ad una ricerca articolata su elementi attinti dal perimetro urbano, guardando, però, nel profondo della propria dimensione di operatore culturale: l'attenzione è rivolta al dialogo con i segni urbani, con le periferie, con il silenzio delle spiagge, con un'intensità metafisica che verifica, nell'impalpabile densità della luce, la sua costruzione. È l'immagine che genera nell'artista un processo di creazione, vissuto sull'epidermide di una sensibile lettura dai toni pittorici: si vedano le cabine deserte, forse citazioni dei 'silenzi' della dechirichiane piazze d'Italia o il controluce delle bandierine rosse che restituisce un'immagine pittorica di memoria costruttivista . È anche la densità concreta della forma/colore dei cartelli stradali o la citazione magrittiana del cielo nella finestra . Rinaldi supera così l'annosa costrizione della fotografia come ancella "delle scienze e delle arti" (Baudelaire): restituisce, nella sua ricerca, alla macchina il ruolo di 'strumento' del processo creativo, attingendo a elementi e immagini con una intensità sperimentale. Pur superando il fondamento antropologico, il suo campo resta sempre densamente sociale: l'attenzione è rivolta allo spazio quotidiano nella dimensione di campo di forze e di suggestioni creative.
Ed è proprio nel perimetro urbano che Rinaldi ritrova il senso della continuità storica: le vetrine delle grandi metropoli si offrono come sale di nuovi musei; proiettano all'esterno la rappresentazione di valori, rispecchiando un ordine urbanistico e sociale. Una città che non è, ricorda Argan, "contenitore od una concentrazione di prodotti artistici ma prodotto artistico essa stessa". Quindi il riscontro è con lo spazio costruito e vivificato dall'uomo, in un complesso di elementi in dialogo con la storia, vissuta e verificata nel continuo progredire del presente. Qui la luce fa il suo gioco di presenza umana, di medium magico che da vita alla scena; attiva un processo creativo, denso di memorie, nel quale le immagini assumono una dimensione nuova.
In Feed Back il passaggio dalla luce fredda del neon, disegnante la scritta, alla calda atmosfera di un interno è graduale, quasi tenue variazione tonale: sono tre momenti legati da una presenza/assenza, definenti un unico sviluppo, nel quale l'obiettivo entra come una sonda capace di fissare immagini fuggevoli e segrete. Si osserverà che è la stessa sonda con la quale Rinaldi attraversò, anni addietro lo spessore del tempo, del mondo contadino, in uno scavo profondo nel proprio essere, in quelle tradizioni che formano il bacino dell'immaginario popolare.
Oggi il suo interesse, come continuità e coerentemente alla sua formazione culturale, si rivolge al presente, al 'quotidiano', verificando quelle tensioni poste alla base del processo analitico di ricerca: è lo spazio della città contemporanea, in cui vivono stratificazioni millenarie, ove il 'segno e la parola' viaggiano sui binari veloci dei mass media.