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CULTURA
POPOLARE
>
TESTI
Bibliografia sul Primo Maggio, dal
sito www.mayday2002.net
Cesare
Bermani, dal volume "Introduzione alla storia orale"
Cesare
Bermani,
dall'introduzione
al
volume
"La
memoria
che
resta"
Alfonso
M.
Di
Nola,
prefazione
al
volume
"Il
simbolo
conteso"
Renato
Sitti,
prefazione
al
volume
"Primo
Maggio"
I
braccianti
raccontano,
brani
da
"La
memoria
che
resta"
nel
sito
della
Masseria
Canestrello
Bermani
Dall'introduzione
di
CESARE
BERMANI
"Ricerca
militante,
culto
della
personalità
e
simbolismo
laico"
al
volume
La
memoria
che
resta.
Vissuto
quotidiano,
mito
e
storia
dei
braccianti
del
Basso
Tavoliere,
a
cura
di
G.
Rinaldi
e
P.
Sobrero,
Foggia,
1981
«
Per
fare
storia
volgete
risolutamente
la
schiena
al
passato
e,
innanzi
tutto,
vivete.
Mescolatevi
alla
vita.
Alla
vita
intellettuale,
senza
dubbio,
in
tutta
la
sua
varietà.
Storici,
siate
geografi.
Siate
anche
giuristi.
E
sociologi.
E
psicologi.
[...]
Ma
vivete
anche
una
vita
pratica.
Non
accontentatevi
di
osservare
oziosamente
dalla
riva
quel
che
avviene
sul
mare
in
tempesta.
[...]
Rimboccatevi
le
maniche
[...]
e
aiutate
i
marinai
nella
manovra.
È
tutto?
No.
È
addirittura
niente,
se
dovete
continuare
a
separare
la
vostra
azione
dal
vostro
pensiero,
la
vostra
vita
di
storici
dalla
vostra
vita
di
uomini.
Fra
azione
e
pensiero
non
c'è
separazione.
Non
ci
sono
barriere.
Bisogna
che
la
storia
non
vi
appaia
più
come
una
necropoli
addormentata,
dove
soltanto
ombre
passano,
prive
d'ogni
sostanza.
Bisogna
che
penetriate
nel
vecchio
palazzo
silenzioso
in
cui
dorme,
animati
dalla
lotta
sostenuta,
ricoperti
dalla
polvere
del
combattimento,
del
sangue
coagulato
del
mostro
che
avete
vinto,
e
spalancando
le
finestre,
richiamando
la
luce
e
il
rumore,
risvegliate
con
la
vostra
vita
giovane
e
bollente
la
gelida
vita
della
principessa
addormentata...
»1.
Mi
sono
ricordato
di
questi
consigli
di
Lucien
Febvre
leggendo
questo
volume
su
Vissuto
quotidiano,
mito
e
storia
dei
braccianti
del
Basso
Tavoliere,
dove
notazioni
sociologiche
e
messe
a
punto
storiche,
trascrizioni
musicali
e
ricerca
antropologica
si
unificano
per
valorizzare
la
peculiare
cultura
espressa
dai
braccianti
pugliesi,
all'interno
di
una
esperienza
che
si
inserisce
in
quella
tradizione
di
ricerca
militante
che
-
sin
dalla
fine
degli
anni
quaranta
e
con
maggiore
rigore
dalla
fine
degli
anni
cinquanta
-
ha
ricercato
il
rapporto
con
spezzoni
della
Classe,
non
solo
per
farne
emergere
le
culture,
ma
anche
per
organizzarle
e
diffonderle,
cioè
per
farle
conoscere
e
renderle
matrici
di
nuova
cultura,
concependo
quindi
il
proprio
intervento
anche
come
strumento
di
lotta
politica
e
sociale
diretta.
Il
volume
curato
da
Giovanni
Rinaldi
e
Paola
Sobrero
è
una
esemplare
organizzazione
a
fini
didattici
e
divulgativi
di
fonti
orali
trascritte.
Le
varie
sezioni
in
cui
il
libro
si
articola
esemplificano
i
temi
che
sono
emersi
come
dominanti
all'interno
di
una
ricerca
su
campo
condotta
a
Cerignola,
che
si
è
avvalsa
della
collaborazione
di
94
braccianti
e
militanti,
le
cui
testimonianze
sono
state
registrate
su
nastro
magnetico.
I
documenti
originali,
cioè
i
nastri,
i
filmati,
le
fotografie,
i
manoscritti
reperiti,
sono
consultabili
parte
presso
l'Archivio
della
Cultura
di
Base
della
Biblioteca
Provinciale
di
Foggia,
parte
presso
l'archivio
privato
di
Giovanni
Rinaldi
e
Paola
Sobrero
a
Cerignola,
parte
presso
l'Istituto
Ernesto
de
Martino
di
Milano.
Alcune
delle
testimonianze
qui
trascritte
sono
già
state
utilizzate
per
il
montaggio
del
disco
II
sole
si
è
fatto
rosso.
Giuseppe
Di
Vittorio
2.
Per
quanto
attiene
alla
comunicazione
orale
formalizzata,
nella
sezione
apposita
sono
stati
fatti
rientrare
quei
racconti
che
-
sia
pure
in
diverse
varianti
-
sono
conosciuti
da
quasi
tutti
i
braccianti
perché
raccontati
alla
fine
del
lavoro
nelle
masserie,
mentre
i
canti
sono
dati
sia
nella
trascrizione
verbale
sia
in
quella
musicale.
La
sezione
dedicata
a
Giuseppe
Di
Vittorio
è
stata
integrata
con
un
saggio
su
Mito
e
carisma
nel
simbolo
Di
Vittorio,
necessario
complemento
esplicativo.
La
festa
del
Primo
Maggio
a
Cerignola
-
d'altronde
filmata
nel
corso
del
1977
-
viene
descritta
mediante
il
saggio
Primo
Maggio:
proletariato
agricolo
e
autorappresentazione
di
classe,
ne
poteva
essere
altrimenti,
ed
è
corredata
da
una
ricca
documentazione
fotografica.
Tra
i
vari
aspetti
emersi
come
dominanti
nelle
testimonianze
registrate,
è
stato
qui
accantonato
quello
della
religiosità,
trattato
approfonditamente
in
altro
volume
3
e
a
cui
sono
stati
dedicati
due
filmati:
Cerignola:
le
processioni
della
Settimana
Santa
(aprile
1976)
e
La
Cavalcata
degli
Angeli
e
il
pellegrinaggio
all'Incoronata
di
Foggia
(aprile-maggio
1977).
Il
volume
è
costruito
in
modo
da
prestarsi
altrettanto
bene
nell'ambito
del
rapporto
che
Giovanni
Rinaldi
e
Paola
Sobrero
hanno
instaurato
con
i
braccianti
e
i
militanti
comunisti
di
Cerignola
e
in
direzione
degli
studenti.
Esso
è
un
effettivo
strumento
di
democratizzazione
del
sapere
storico,
senza
perdere
di
interesse
anche
per
lo
studioso
di
problemi
sociali
e
politici.
La
Cronologia
delle
lotte
bracciantili
in
Capitanata
(1943-1951),
curata
da
Linda
Giuva,
è
per
esempio
uno
strumento
di
lavoro
utile
per
qualunque
grado
della
ricerca,
da
quella
di
livello
scolastico
a
quella
di
livello
specialistico.
(...)
1-
LUCIEN
FEBVRE,
Vivere
la
storia,
in
Problemi
di
metodo
storico,
Torino,
Einaudi,
1976,
p.
152
e
sg.
Trattasi
di
parole
rivolte
agli
allievi
della
Scuola
normale
superiore
all'inizio
dell'anno
accademico
1941-42
2-I
Dischi
del
Sole,
DS
316/18,
Milano,
Edizioni
Bella
Ciao,
1978.
Montaggio
a
cura
di
Maria
Luisa
Betri
e
Franco
Coggiola;
con
un
opuscolo
accluso
a
cura
di
Maria
Luisa
Betri,
Franco
Coggiola,
Giovanni
Rinaldi.
3-
ROBERTO
CIPRIANI,
GIOVANNI
RINALDI,
PAOLA
SOBRERO,
II
simbolo
conteso.
Simbolismo
politico
e
religioso
nelle
culture
di
base
meridionali.
Roma,
Editrice
lanua,
1979,
p.
168.
ALFONSO
MARIA
DI
NOLA
Prefazione
di
ALFONSO
MARIA
DI
NOLA
al
volume
di
R.
Cipriani,
G.
Rinaldi,
P.
Sobrero,
Il
simbolo
conteso.
Simbolismo
politico
e
religioso
nelle
culture
di
base
meridionali,
Ianua,
Roma,
1979
Questo
lavoro
collettivo
su
aspetti
della
vita
politico-religiosa
del
Sud
mi
pare
possa
scindersi
in
due
parti,
fra
loro
sostanzialmente
embricate:
da
un
lato
una
lettura
di
tipo
nuovo
dei
dati
meridionali,
da
un
altro
lato
la
sofferta
diretta
rielaborazione
di
«vissuti»
registrati
sul
campo.
E
la
qualità
delle
analisi
condotte
impone
a
quanti
si
interessano
di
classi
sfruttate
del
paese
(consentitemi
di
rifiutare
qui
il
termine
«subalterno»,
molto
usurato
e
tutto
da
rivedere,
anche
nel
quadro
di
un'istanza
della
circolazione
dei
segnali
culturali
cui
ci
richiama,
per
esempio,
Giuseppe
Galasso)
serie
problematiche
e
severi
impegni.
La
novità
delle
posizioni
teoriche
sta
nell'approccio
-
a
materiali
che
possiamo
genericamente
designare
come
demologici
-
secondo
le
linee
di
una
lettura
«simbolica»,
che
comporta
la
scoperta
o
la
rivalutazione
delle
datità
reali.
Di
questo
tentativo,
estremamente
stimolante
e
moderno,
si
sono
fatto
carico
Roberto
Cipriani,
ormai
da
anni
ben
noto
per
le
sue
ricerche
socio-religiose
sul
meridione,
Giovanni
Rinaldi
e
Paola
Sobrero.
I
loro
contributi
si
strutturano
puntuali,
documentati,
teoricamente
impegnati,
nelle
prime
due
parti
dell'opera.
È
purtroppo
vero
quanto
Cipriani
dice
in
apertura
del
suo
studio:
che
nel
campo
degli
studi
sociologici
non
vi
sono
molti
apporti
di
rilievo
per
quanto
riguarda
l'analisi
dei
simboli.
Forse
sondaggi
esplicativi
sulla
natura
e
funzione
del
simbolo
li
troviamo
in
altre
sedi,
per
esempio
nelle
trattazioni
fìlosofìche
di
Cassirer
o
nelle
osservazioni
etnologiche
di
Turner.
Nella
demologia
italiana,
ma
anche
nelle
indagini
demologiche
compiute
all'estero,
lo
spessore
simbolico
è
costantemente
ignorato
o
passa
attraverso
approssimazioni
e
incertezze.
Ed
è
forse
opportuno
in
questa
breve
nota
introduttiva,
anche
pagando
lo
scotto
di
una
pedanteria
erudita
che,
come
patrimonio
della
cultura
borghese,
non
possiamo
ignorare,
soffermarsi
su
quanto
significano
i
processi
di
simbolizzazione.
Simbolo
è
un
termine
greco
che
sostanzialmente
designa
un
sun-ballein,
un
«gettare
insieme»
o
un
«giustapporre»
le
due
parti
di
un
coccio
frammentato
per
ricostituirlo
in
unità
significante,
soprattutto
nei
sistemi
di
votazione
ed
elezione
dell'Attica
e
delle
assemblee
popolari
di
Atene.
Era
il
sum-bolon
l'indice
materiale
che
consentiva
l'accertamento
dell'esercizio
del
diritto
di
voto
ed
evitata
la
duplicazione
di
tale
esercizio,
quando,
lasciata
nelle
mani
del
seggio
la
parte
frammentata
e
staccata
dal
coccio,
si
riusciva
a
controllare
il
corpo
elettorale,
evitando
le
frequenti
prevaricazioni
di
chi
votava
due
volte
o
più
volte.
La
parte
esibita
dal
votante
veniva
giustapposta
alla
parte
detenuta
dal
seggio
e
si
esercitava,
in
tal
modo,
un
potere
democratico
di
controllo.
Simbolo
diviene,
quando
nella
storia
delle
culture
si
svincola
da
questa
sua
matrice
pratica,
un
termine
denso
di
valenze,
che
troviamo
riconosciute
e
rivisitate
in
questi
studi.
Se,
riducendo
al
un
discorso
estremamente
semplificato
il
problema
della
comunicazione
simbolica,
volessimo
tentare,
con
tutta
la
cautela
antropologica,
una
definizione,
diremmo
che
nella
lessicografia
attuale
«simbolo»
è
un'immagine
scissa
in
due
parti:
una
di
esse
è
il
visibile
e
riconoscibile
nell'immediatezza
della
percezione,
l'altra
parte
entra
negli
universi
delle
emozioni
e
dei
«vissuti».
(...)
Nell'ambito
delle
anamnesi
personali
un
segno
può
significare
cose
assolutamente
diverse.
La
croce
può
essere
annunzio
di
gloria
dell'uomo
che,
attraverso
la
passione
del
Figlio
di
Dio,
viene
richiamato
alla
redenzione
dal
peccato,
e
convoca
con
sé
l'attesa
dell'intera
natura
prostrata,
secondo
il
dettato
dell'Epistola
ai
Romani
di
Paolo
e
della
II
petrina.
Ma
può
farsi
segnale
di
distruzione
e
disfacimento,
di
prepotenza
e
di
emarginazione
per
un
ebreo.
Qui,
in
queste
pagine,
il
simbolo
si
colloca
con
estrema
chiarezza
storica,
appartenente,
cioè,
a
un
tempo
e.
ad
un
fluire
di
epoche,
anche
rivissute,
che
accompagnano
il
riscatto
del
sud,
poi
frustrato
e
mortificato
dai
gavismi,
dalle
casse
del
mezzogiorno,
dalle
mafie.
Ma
dentro
di
esse
circola
un'aria
pura
che
è
quella
dello
scoprire,
nel
tempo,
i
ritmi
pulsanti
della
storia,
di
una
liberazione
che
ha
costruito
il
paese
e
lo
ha
avviato
verso
redenzioni
democratiche.
E
queste
redenzioni
le
ha
pagate
il
sud
dei
Di
Vittorio
e
dei
braccianti,
poiché,
dopo
la
storia
del
silenzio
qui
carnalmente
segnata
(principalmente
nella
terza
parte
di
testimonianze
e
registrazioni),
un
nord
è
cresciuto,
facendo
pagare
a
braccia
meridionali
il
suo
crescere.
E
lì,
da
noi,
restano
piazze
di
Calabria
e
di
Lucania,
dove
quotidianamente
i
signori
e
i
servi
dei
signori
contano
i
denti
dei
ragazzi
per
assumerli
alla
fatica
dei
campi.
Questo
libro
ha
cose
stupende,
anche
se
resta
legato
alla
dicotomia
gramsciana
egemone/subalterno,
in
gran
parte
superata
o,
almeno,
soggetta
a
future
e
serie
revisioni.
La
dimostrazione
della
correttezza
filologica
dei
reperti
sta
proprio
in
questo
confermare
la
storica
fluidità
dei
simboli.
Qui
ti
si
fanno
sangue
e
ribellione
del
sud,
speranza
ed
attesa
di
una
dimensione
diversa
del
mondo.
Il
sogno,
in
molti
interventi,
si
incarna
in
veicolo
di
una
comunicazione
rivoluzionaria
che
non
appartiene
al
mondo
dei
dotti,
ma
alla
storia
del
silenzio,
dove
gente
senza
ruolo
borghese
esplode
in
un
suo
voler
dire
e
operare
che
la
violenza
del
potere
mortifica.
E,
nell'attuale
interesse
per
la
storia
orale,
veramente
ci
si
trova
-
al
di
là
delle
fini
analisi
teoriche
-
in
presenza
di
un
palinsesto
nel
quale
forse
dovremo
trovare
il
modo
futuro,
in
statu
nascenti,
di
fare
storia,
eliminando
lo
schema
dei
dotti.
Poiché
il
punto
focale
dell'epoca
nasce
da
qui,
da
questi
fermenti
meridionali,
ed
è
destinato,
per
impensate
vie,
a
sopravvivere
contro
ogni
prevaricazione
culta.
RENATO
SITTI
Prefazione
di
RENATO
SITTI
(Direttore
del
Museo
del
Risorgimento
e
della
Resistenza
-
Centro
Etnografico
di
Ferrara)
al
volume
Primo
Maggio.
Protagonisti
e
simboli
della
festa
del
lavoro
a
Cerignola
e
in
Puglia,
a
cura
di
G.
Rinaldi,
Comune
di
Cerignola
-
Laboratorio
Culturale
G.
Angione,
Cerignola,
1982
Se
si
escludono
le
massime
e
ristrette
istanze
centrali
non
è
mai
entrata,
come
dato
acquisito,
nella
tradizione
del
movimento
operaio
italiano,
l'esigenza
di
conservare
memoria
scritta
di
se
stesso,
oltre
le
spontanee
iniziative
individuali
delle
autobiografie
o
delle
opere
storiografiche
(biografie,
saggi
storici
su
particolari
momenti
o
organizzazioni)
di
produzione
specialistica,
collegata
direttamente
alle
vicende
della
cultura
ufficiale,
più
o
meno
universitaria,
e
alle
richieste
occasionali
dell'organizzazione
editoriale.
Nei
nostri
pellegrinaggi
per
l'Italia
dei
partiti
popolari
e
sindacati,
soprattutto
della
CGIL,
durante
venti
anni
di
lavoro
di
ricerca
per
un
inventario
delle
fonti
per
una
storia
del
mondo
operaio
e
popolare
(concetto
assai
più
ampio
e
più
storiograficamente
corretto
di
quello
di
movimento
operaio),
ci
è
accaduto
centinaia
di
volte
di
ascoltare
la
storia
di
archivi
dispersi,
di
montagne
di
documenti
dati
alle
fiamme,
consegnati
ai
rifiuti
o
comunque
buttati
perché
occupavano
spazio
più
necessario
ad
altro.
Questo
indifferentemente
in
grosse
organizzazioni
provinciali,
come
nelle
piccole
leghe
o
sedi
sindacali
e
di
partito
comunali
o
frazionali.
Indicare
le
ragioni
di
questa
gravissima
carenza
non
è
semplice.
Fondamentalmente
penso
che
il
demerito
vada
diviso
fra
gli
ambienti
intellettuali
della
sinistra
italiana
e
i
dirigenti
politici
e
sindacali.
I
primi
sono
quelli,
che
chiamerei
gli
intellettuali
di
ghiaccio,
che
non
hanno
mai
voluto
considerare
quello
della
cultura
come
un
affare
che
coinvolge
direttamente
anche
il
destino
delle
masse
popolari.
Gli
stessi
intellettuali
(o
politici
poco
importa)
che
anche
in
Puglia
hanno
censurato
iniziative
di
ricerca
culturale
di
ampio
respiro
e
hanno
poi
vanamente
profuso
fiumi
di
lacrime
di
coccodrillo
sugli
esiti
nefasti
della
loro
azione.
Questi
sono
propensi
da
sempre
a
sottovalutare
il
valore
storico
del
documento
"minore",
dell'archivio
del
piccolo
comune,
della
piccola
organizzazione
politica
o
sindacale
e
a
privilegiare
i
grandi
archivi
nazionali
dove
solo
pensano
di
poter
attingere
gli
elementi
per
le
grandi
sintesi
storiche
nazionali
(dove
per
storia
si
intende
storia
di
fatti
e
mai
storia
di
uomini).
I
gruppi
dirigenti
degli
organismi
politici
e
sindacali
d'altro
canto
hanno
sempre
delegato
a
quegli
stessi
ambienti
intellettuali
la
gestione
e
la
fortuna
delle
raccolte
documentarie
delle
organizzazioni
da
loro
dirette,
senza
mai
affrontare
il
problema
direttamente
con
i
lavoratori
legittimi
proprietari
di
quei
materiali.
Questo
tuttavia
non
ha
per
fortuna
determinato
la
totale
dissipazione
dei
materiali
documentaria
del
mondo
operaio
e
popolare.
Da
molti
anni
numerosissimi
gruppi
di
intellettuali,
che
non
godono
certo
del
favore
degli
ambienti
culturali
ufficiali,
nemmeno
di
sinistra,
o
delle
grosse
case
editrici,
numerosissimi
centri
promossi
da
enti
locali
o
organizzatisi
a
livello
associativo
(non
raramente
con
iniziative
individuali)
hanno
cercato
di
porre
rimedio
a
questa
imperdonabile
mancanza
di
sensibilità
di
quanti
hanno
avuto
e
hanno
responsabilità
a
tutti
i
livelli
delle
organizzazioni
popolari
italiane.
Sono
sorti
così
in
Italia,
soprattutto
negli
ultimi
dieci
quindici
anni,
per
non
ricordare
i
precursori
a
tutti
noti,
centinaia
di
"archivi",
"centri
di
documentazione",
"laboratori",
"raccolte
individuali"
che
hanno
cercato
di
ricostruire
il
tessuto
documentario
distrutto
o
disperso
con
la
raccolta
presso
privati,
negli
armadietti
dimenticati
delle
leghe
o
delle
vecchie
sedi
di
partito.
E
qui
parlando
con
la
gente,
esaminando
il
materiale
rintracciato,
si
è
scoperta
la
pluralità
delle
fonti
per
la
storia
del
mondo
operaio
e
popolare.
Il
documento
scritto
deve
essere
integrato
con
la
testimonianza
orale,
(racconto
di
vita,
ricordo
di
fatti
e
avvenimenti,
riporto
dei
ricordi
dei
propri
antenati,
canto
e
musica
collegati
alle
vicende
quotidiane
o
alle
lotte
per
l'esistenza
o
per
il
miglioramento
delle
condizioni
di
vita,
immagini
fotografiche
sul
cui
valore
storico
si
comincia
a
discutere,
con
molta
approssimazione,
anche
a
livello
di
storiografia
ufficiate,
film,
corrispondenza
soprattutto
di
guerra,
o
di
prigionia).
Tutti
questi
archivi,
centri,
gruppi
di
ricerca
producono
iniziative,
pubblicazioni,
manifestazioni
di
cui
gli
ambienti,
le
istanze,
gli
organi
di
stampa
non
si
occupano
preferendo
dedicare
ampi
spazi
alle
manifestazioni
più
vistose
e
spettacolari
delle
macroricostruzioni
di
aspetti
marginali
di
espressioni
culturali
del
passato
(si
pensi
a
tutto
l'inutile
ciarlare
di
questi
ultimi
anni
sugli
ovvii
significati
della
festa
e
della
cosiddetta
"spettacolarità
della
storia".
Nel
corso
del
duro,
continuo
lavoro
di
questi
gruppi
di
ricostruttori
della
memoria
storica
del
mondo
operaio
e
popolare,
è
venuta
formandosi
una
nuova
figura
di
ricercatore
e
operatore
culturale
insieme:
lo
storico
delle
culture.
Questa
figura,
in
possesso
di
capacità
di
approfondire
una
serie
di
tematiche
nelle
situazioni
culturali
più
diverse,
si
propone
fondamentalmente
due
obiettivi:
a)
instaurare
un
rapporto
non
subalterno
tra
le
masse
popolari
con
un
nuovo
concetto
di
cultura
che
includa
e
generalizzi
la
partecipazione
attiva
individuale
a
forme
organizzate
e
collettive
di
produzione
culturale;
b)
elaborare
e
concretizzare
strutture
e
metodologie
operative
di
ricerca,
di
analisi
e
di
utilizzazioni
di
queste
che
consentano
di
realizzare
sintesi
con
la
partecipazione
più
ampia
possibile
di
oggetti
sociali.
Paola
Sobrero
e
Giovanni
Rinaldi
sono
due
di
queste
nuove
figure
intellettuali
che,
in
un
rapporto
costante
e
critico
con
le
organizzazioni
del
mondo
operaio
popolare,
da
anni
conducono
un
lavoro
certamente
degno
di
maggior
attenzione
da
parte
degli
ambienti
culturali
e
soprattutto
dei
mezzi
di
comunicazione
del
movimento
operaio
e
democratico
italiani.
Con
questo
lavoro
sul
primo
maggio
a
Cerignola
essi
concludono
una
lunga,
tenace,
ricerca
che
si
è
avvalsa
della
gamma
completa
delle
fonti
disponibili.
In
questo
libro
essi
hanno
messo
a
frutto
compiutamente
i
risultati
di
un'esperienza
di
ricerca
e
di
una
metodologia
di
lavoro
che
si
articola
in
alcune
fasi
ormai
collaudate:
reperimento
dei
documenti
(testi
scritti,
testimonianze
orali,
immagini
fotografiche),
analisi
e
schedatura
degli
stessi,
selezione
e
sintesi.
Il
risultato
è
di
alto
significato
storico
e
espressivo.
Un
mondo,
che
tanti
ritengono
obsoleto
e
dimenticato,
irrompe
alla
superficie
con
il
suo
messaggio
non
effimero,
non
labile,
ma
solido
e
duro
come
la
pietra.
Un
libro
come
questo
sarebbe
piaciuto
a
Giuseppe
Di
Vittorio
con
la
sua
alta
concezione
umana
della
cultura,
con
la
sua
visione
aperta
di
un
rapporto
perennemente
interagente
fra
masse
e
cultura.
Si
ricordi
ancora
una
volta
la
più
grande
impresa
di
cultura
di
massa
condotta
in
Italia
da
Di
Vittorio
e
da
migliaia
di
dirigenti
sindacali
di
base
negli
anni
'50
per
l'elaborazione,
località
per
località,
del
Piano
del
lavoro.
Su
quella
linea
non
si
è
andati
e
le
organizzazioni
dei
lavoratori
ne
pagano
ancora
le
conseguenze.
Le
vecchie
culture
agitanti
armamentari
pseudo
avanguardisti
hanno
in
gran
parte
rioccupato
le
loro
postazioni
egemoniche
e
ne
è
uscita
la
"crisi
di
valori",
attribuita
a
tutte
le
ragioni
tranne
che
all'unica
vera:
l'obliterazione
della
funzione
rivoluzionaria
delle
masse
popolari
nel
processo
di
formazione
di
nuovi,
autentici
modelli
culturali
di
vita.
In
questo
episodio
di
Cerignola,
nel
momento
in
cui
si
riprende
un
discorso
non
celebrativo
su
Di
Vittorio
e
sul
suo
pensiero,
l'organizzazione
sindacale
incontra
un'altra
occasione
favorevole
per
rifondare
un
tentativo
di
approfondimento
di
alcuni
temi
della
cultura
contemporanea
e
sulla
funzione
di
questa
nel
processo
di
rinnovamento
della
società.
Da
questa
occasione
una
proposta
alla
CGIL
che
potrebbe
farsi
carico
di
un
convegno
nazionale
di
tutti
i
centri,
gruppi
di
ricerca,
laboratori,
singoli
ricercatori
che
negli
ultimi
dieci-quindici
anni
hanno
cercato
di
ricostruire
un
archivio
ideale
del
movimento
operaio
e
popolare
italiano.
Un
archivio
sparso,
in
tanti
piccoli
contenitori,
per
tutto
il
paese,
dai
grandi
centri
ai
più
sperduti
angoli
della
provincia.
Con
l'obiettivo
di
realizzare
una
Carta
ragionata
degli
archivi
del
mondo
operaio
e
popolare
italiano,
affinchè
ognuno
sappia
quanta
ricchezza
possiede
ancora
questo
movimento,
sappia
che
cosa
può
trovare
in
ognuno
di
quegli
archivi
e
possa
utilizzarne
i
materiali,
non
solo
per
tanti
libri
come
questo,
di
Paola,
Giovanni
e
del
Laboratorio
Culturale
G.
Angione,
ma
per
impostare
programmi
di
un'attività
culturale
non
compromessa
da
un
attualismo
inficiato
di
superficiale
approccio
e
di
inutile
attivismo
parapolitico.
Un'altra
proposta
che
forse
non
sarebbe
dispiaciuta
a
Giuseppe
Di
Vittorio.

FONTI
ORALI
CESARE
BERMANI
Introduzione alla storia orale.
Vol. 1: Storia, conservazione delle fonti, problemi di metodo,
Odradek,
Roma, 1999, pp. 37-40
[...]
I gruppi collegati all'Istituto [de Martino]
Dei
numerosi gruppi collegati sul territorio nazionale all'Istituto Ernesto de
Martino - passati e presenti - ricordo solo quelli che hanno operato
continuativamente o almeno per lunghi periodi in direzione della
valorizzazione della cultura orale.
a)
La Biblioteca popolare di Piadena e la Lega di cultura di Piadena
[...]
b) Il Circolo Gianni Bosio di Roma [...]
c) Il gruppo di Cerignola
Di esso facevano parte Roberto Cipriani, Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero,
che hanno intrecciato stretti rapporti con l'Istituto de Martino nel 1978.
Questo gruppo ha condotto una ricerca sulla storia del bracciantato a
Cerignola, in collaborazione con 94 braccianti ed ex braccianti, le cui
testimonianze sono finite con filmati, fotografie e manoscritti in un
armadio della Biblioteca Provinciale di Foggia. Altri materiali sono
presso gli archivi personali dei ricercatori, presso quello di Roberto
Leydi, presso l'Istituto Ernesto de Martino.
Quello del gruppo di Cerignola è quindi un caso tipico di smembramento di
una ricerca importante.
Esso ha prodotto lavori di grande qualita' nell'ottica del superamento
della divisione disciplinare tra etnologia/antropologia e storia nonchè
due filmati di carattere etnologico.
La sua decennale vicenda merita di essere raccontata.
L'attività di ricerca inizia nel 1973 sulla base di domande di questo
genere: perchè Cerignola "rossa", patria dei braccianti, che ha
avuto un'enorme importanza per tutta la vicenda storica del bracciantato
meridionale, dove il Pci è un mito, dove l'amministrazione comunale è di
sinistra, sembra oggi non avere più storia? Come mai la memoria dei
braccianti è come soffocata? Perchè un intellettuale organico al
bracciantato come Giuseppe Angione, depositario della locale storia del
Partito sino agli anni Cinquanta, non ha interlocutori, sebbene
sistematicamente si sforzi di comunicare e codificare attraverso racconti
e componimenti scritti il patrimonio teorico ed esistenziale di un'intera
generazione di lavoratori?
Si tratta di interrogativi preliminari a un possibile uso contemporaneo
della "memoria che resta", non di un programma di raccolta di
"storia di vinti".
Ben presto però si affacciano altri interrogativi: come mai gli storici
del movimento operaio si sono occupati quasi esclusivamente della cultura
e dell'azione delle organizzazioni anzichè della cultura e delle
condizioni materiali di esistenza della classe? Come mai, cioè, la
storiografia del movimento operaio si è modellata su quella borghese?
Frattanto il gruppo constata che il bracciante scrive o racconta la propria storia, se questo serve: se c'è il figlio che gliela domanda, se il
Partito gliela chiede, se ci sono dei ricercatori che si propongono di
trovare dei canali di comunicazione per farla conoscere ad altri
braccianti e per discuterne con loro.
Allora, secondo lo stile di lavoro proprio all'lstituto de Martino, il
recital di canzoni, la drammatizzazione, l'audiovisivo, la mostra
fotografica diventano strumenti di comunicazione di classe, protesi cioè
ad attivare dei processi culturali tra i lavoratori di Cerignola. Nel
mettere in pratica questo progetto il gruppo si accorge però che dietro
l'accellerata distruzione della cultura bracciantile, ormai entrata in una
sorta di agonia prolungata, non stanno solo Ie trasformazioni
economico-sociali che hanno ridotto di molto il peso politico dei
braccianti, che erano allora già scesi da 13.000 a 3.000, ma anche la
volontà politica dei locali dirigenti comunisti. Il Pci infatti realizza
che quella iniziativa di ricerca sta attivando una cultura bracciantile
sommersa, che pareva irreversibilmente pietrificata. Siccome l'iniziativa
è diretta a eventi che in qualche modo riguardano anche l'organizzazione
politica e il partito, l'intervento politico-culturale dei ricercatori è
guardato con sospetto. A Cerignola il bracciante che è diventato
dirigente del partito non rifiuta la propria condizione di partenza e
continua anzi a condividerne i modi e le forme del quotidiano (ciò che è
indispensabile per il mantenimento di rapporti diffusi), salvo
dimenticarsene nel momento della pratica dirigenziale, che è sottoposta
alle regole e ai modelli di una prassi politica ormai scollegata da
esigenze di socializzazione. Per cui i modi e i valori della propria
cultura di appartenenza divengono per lui degli ostacoli a fronte della
prassi politica ufficiale, anche se parallelamente restano di fatto gli
strumenti e le leve cui riferirsi per ogni tipo di azione politica. Ne
risulta una politica culturale che impedisce l'organizzazione della
cultura di base perchè teme l'insorgenza dal basso di elementi polemici
verso l'organizzazione e la sua politica, che diffida di una storiografia
che non parli attraverso i gruppi dirigenti perchè essa rappresenta di
fatto una critica politica all'organizzazione, una implicita dimostrazione
dello scollamento esistente tra organizzazione e realtà.
La storia dei braccianti pugliesi è tra I'altro intrisa di violenza, e
molti vecchi militanti sono lacerati tra la convinzione che certe forme di
lotta oggi non più praticate sarebbero ancora efficaci e il rispetto
della linea del Partito. Nel gruppo di ricerca si finisce per domandarsi:
non sarebbe meglio discutere di tutto il passato del Partito, invece di
rischiare di rinnegarlo in blocco per paura di dissensi? C'è un
rapporto tra l'attaccamento a forme di lotta non più praticate e il modo
di vivere di certi strati del bracciantato? Può diventare un militante
cosciente chi opera su se stesso delle "vittorie sulla propria
memoria", cioè nega alla memoria la sua libera possibilità di
espressione?
In mancanza di referenti a livello locale in grado di garantire circolarità
e organizzazione al lavoro svolto, I'Archivio della Cultura di Base della
Biblioteca provinciale di Foggia sembra ai ricercatori di Cerignola
rappresentare una effettiva possibilità di iniziativa e di gestione.
L'Archivio, collocato all'interno di una biblioteca pubblica e di un
sistema bibliotecario composto da 53 biblioteche sul territorio
provinciale, opera infatti per un po' di anni con continuità effettuando
ricerche e interventi, registrando, fotografando e filmando. II lavoro si
svolge con la piena collaborazione dei braccianti e con un'utenza di figli
di braccianti, sicchè si costituiscono nuovi gruppi di ricerca in vari
paesi della provincia e cresce anche la richiesta da parte della scuola
per consulenze a fini di sperimentazione didattica. L'Archivio è insomma
nel pieno della sua espansione, quando nel 1983 muta la politica culturale
dell'Ente locale ed esso viene liquidato, per cui il gruppo dei
ricercatori si sperde e i materiali raccolti finiscono smembrati in
maniera del tutto casuale.
d) Il Canzoniere Popolare e l'Archivio della Cultura di Base di Bergamo
[...]
e) Il gruppo di Omegna [...]
f) L'Associazione culturale Società di Mutuo Soccorso E. de Martino di
Venezia [...]

BIBLIO
Bibliografia
sul Primo Maggio (tratta dal sito mayday2002

)
[…]
LA
FESTA
10.4 Ritualismo, simbologia, iconografia
Il
tema del "transfert de sacralité" rappresentato dal 1° maggio
era stato già acutamente trattato da S. Grossmann, Wie soll die Maifeier
sein?, "Der Kampf", I, 1908, pp. 376-378, che aveva anche
sottolineato l'importanza di un accompagnamento musicale nei cortei.
Sul ritualismo e il simbolismo politico-religioso delle manifestazioni
del 1° maggio, cfr. anche: R. Cipriani - G. Rinaldi - P. Sobrero, Il
simbolo conteso. Simbolismo politico e religioso nelle culture di base
meridionali, Roma, Janua, 1979 (in particolare, nella parte terza, le
testimonianze su Il Primo Maggio); G. Rinaldi - P. Sobrero (a cura di), La
memoria che resta. Vissuto quotidiano, mito e storia dei braccianti del
basso Tavoliere, Foggia, Amministrazione provinciale di Basilicata, 1981
(in particolare la sezione su Il Primo Maggio); G. Rinaldi (a cura di),
Primo Maggio. Protagonisti e simboli della festa del lavoro a Cerignola e
in Puglia, Cerignola, Laboratorio Culturale Giuseppe Angione, 1982; E.
J. Hobsbawm, Worlds of Labour, London, Weidenfeld and Nicolson, 1984 (in
particolare il cap. The Transformation of Labour Rituals); V. L. Lidtke,
The Alternative Culture. Socialist Labor in Imperial Germany, New York -
Oxford, Oxford University Press, 1985 (con molti riferimenti alla Maifeier);
D. Petzina (Hg.), Fahnen, Fäuste, Körper. Symbolik und Kultur der
Arbeiterbewegung, Essen, Klartext, 1986; A. Chwalba, La croix et le
drapeau rouge: le symbolisme et les fêtes religieuses des socialistes
polonais avant 1914, "Revue d'histoire moderne et contemporaine",
Octobre - Décembre 1987, pp. 669-678; L. Rivas Lara, Ritualización
socialista del 1° de mayo. Fiesta, huelga, manifestación?, "Historia
Contemporánea de la Universidad del Pais Vasco", 3, 1990. Per alcune
analisi della iconografia del 1° maggio: G. Ginex, Realismo, simboli e
allegorie per il Primo Maggio: le fonti visive, in: Storie e immagini del
1° Maggio, cit., pp. 139-149; B. W. Bouvier, Es wird kommen der Mai …
Zur Ikonographie des Arbeitermai im Kaiserreich, in: I. Marssolek - T.
Schelz-Brandenburg (Hg.), Demokratischer Sozialismus und sozialistische
Theorie, Bonn, 1995; alla iconografia e alla simbologia delle immagini del
1° maggio sono dedicati anche i contributi di F. Tych, G. Ginex, A.
Elorza, J. Gielkens, J. Jemnitz in Il 1° maggio tra passato e futuro,
cit.

|