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CULTURA POPOLARE  >  TESTI

 

 

  Bibliografia sul Primo Maggio, dal sito www.mayday2002.net

  Cesare Bermani, dal volume "Introduzione alla storia orale"

  Cesare Bermani, dall'introduzione al volume "La memoria che resta"

  Alfonso M. Di Nola, prefazione al volume "Il simbolo conteso"

  Renato Sitti, prefazione al volume "Primo Maggio"

  I braccianti raccontano, brani da "La memoria che resta" 
      nel sito della Masseria Canestrello

 

 

 

 

 

 


Bermani

Dall'introduzione di CESARE BERMANI
"Ricerca militante, culto della personalità e simbolismo laico"
al volume La memoria che resta. Vissuto quotidiano, mito e storia dei braccianti del Basso Tavoliere, a cura di G. Rinaldi e P. Sobrero, Foggia, 1981

« Per fare storia volgete risolutamente la schiena al passato e, innanzi tutto, vivete. Mescolatevi alla vita. Alla vita intellettuale, senza dubbio, in tutta la sua varietà. Storici, siate geografi. Siate anche giuristi. E sociologi. E psicologi. [...] Ma vivete anche una vita pratica. Non accontentatevi di osservare oziosamente dalla riva quel che avviene sul mare in tempesta. [...] Rimboccatevi le maniche [...] e aiutate i marinai nella manovra. È tutto? No. È addirittura niente, se dovete continuare a separare la vostra azione dal vostro pensiero, la vostra vita di storici dalla vostra vita di uomini. Fra azione e pensiero non c'è separazione. Non ci sono barriere. Bisogna che la storia non vi appaia più come una necropoli addormentata, dove soltanto ombre passano, prive d'ogni sostanza. Bisogna che penetriate nel vecchio palazzo silenzioso in cui dorme, animati dalla lotta sostenuta, ricoperti dalla polvere del combattimento, del sangue coagulato del mostro che avete vinto, e spalancando le finestre, richiamando la luce e il rumore, risvegliate con la vostra vita giovane e bollente la gelida vita della principessa addormentata... »1

Mi sono ricordato di questi consigli di Lucien Febvre leggendo questo volume su Vissuto quotidiano, mito e storia dei braccianti del Basso Tavoliere, dove notazioni sociologiche e messe a punto storiche, trascrizioni musicali e ricerca antropologica si unificano per valorizzare la peculiare cultura espressa dai braccianti pugliesi, all'interno di una esperienza che si inserisce in quella tradizione di ricerca militante che - sin dalla fine degli anni quaranta e con maggiore rigore dalla fine degli anni cinquanta - ha ricercato il rapporto con spezzoni della Classe, non solo per farne emergere le culture, ma anche per organizzarle e diffonderle, cioè per farle conoscere e renderle matrici di nuova cultura, concependo quindi il proprio intervento anche come strumento di lotta politica e sociale diretta. 
Il volume curato da Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero è una esemplare organizzazione a fini didattici e divulgativi di fonti orali trascritte. Le varie sezioni in cui il libro si articola esemplificano i temi che sono emersi come dominanti all'interno di una ricerca su campo condotta a Cerignola, che si è avvalsa della collaborazione di 94 braccianti e militanti, le cui testimonianze sono state registrate su nastro magnetico. I documenti originali, cioè i nastri, i filmati, le fotografie, i manoscritti reperiti, sono consultabili parte presso l'Archivio della Cultura di Base della Biblioteca Provinciale di Foggia, parte presso l'archivio privato di Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero a Cerignola, parte presso l'Istituto Ernesto de Martino di Milano. Alcune delle testimonianze qui trascritte sono già state utilizzate per il montaggio del disco II sole si è fatto rosso. Giuseppe Di Vittorio 2. Per quanto attiene alla comunicazione orale formalizzata, nella sezione apposita sono stati fatti rientrare quei racconti che - sia pure in diverse varianti - sono conosciuti da quasi tutti i braccianti perché raccontati alla fine del lavoro nelle masserie, mentre i canti sono dati sia nella trascrizione verbale sia in quella musicale. La sezione dedicata a Giuseppe Di Vittorio è stata integrata con un saggio su Mito e carisma nel simbolo Di Vittorio, necessario complemento esplicativo. La festa del Primo Maggio a Cerignola - d'altronde filmata nel corso del 1977 - viene descritta mediante il saggio Primo Maggio: proletariato agricolo e autorappresentazione di classe, ne poteva essere altrimenti, ed è corredata da una ricca documentazione fotografica. Tra i vari aspetti emersi come dominanti nelle testimonianze registrate, è stato qui accantonato quello della religiosità, trattato approfonditamente in altro volume 3 e a cui sono stati dedicati due filmati: Cerignola: le processioni della Settimana Santa (aprile 1976) e La Cavalcata degli Angeli e il pellegrinaggio all'Incoronata di Foggia (aprile-maggio 1977). 
Il volume è costruito in modo da prestarsi altrettanto bene nell'ambito del rapporto che Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero hanno instaurato con i braccianti e i militanti comunisti di Cerignola e in direzione degli studenti. Esso è un effettivo strumento di democratizzazione del sapere storico, senza perdere di interesse anche per lo studioso di problemi sociali e politici. La Cronologia delle lotte bracciantili in Capitanata (1943-1951), curata da Linda Giuva, è per esempio uno strumento di lavoro utile per qualunque grado della ricerca, da quella di livello scolastico a quella di livello specialistico. (...)

1- LUCIEN FEBVRE, Vivere la storia, in Problemi di metodo storico, Torino, Einaudi, 1976, p. 152 e sg. Trattasi di parole rivolte agli allievi della Scuola normale superiore all'inizio dell'anno accademico 1941-42 
2-I Dischi del Sole, DS 316/18, Milano, Edizioni Bella Ciao, 1978. Montaggio a cura di Maria Luisa Betri e Franco Coggiola; con un opuscolo accluso a cura di Maria Luisa Betri, Franco Coggiola, Giovanni Rinaldi. 
3- ROBERTO CIPRIANI, GIOVANNI RINALDI, PAOLA SOBRERO, II simbolo conteso. Simbolismo politico e religioso nelle culture di base meridionali. Roma, Editrice lanua, 1979, p. 168.

 


ALFONSO MARIA DI NOLA

Prefazione di ALFONSO MARIA DI NOLA
al volume di R. Cipriani, G. Rinaldi, P. Sobrero, 
Il simbolo conteso. Simbolismo politico e religioso nelle culture di base meridionali
, Ianua, Roma, 1979 

 

Questo lavoro collettivo su aspetti della vita politico-religiosa del Sud mi pare possa scindersi in due parti, fra loro sostanzialmente embricate: da un lato una lettura di tipo nuovo dei dati meridionali, da un altro lato la sofferta diretta rielaborazione di «vissuti» registrati sul campo. E la qualità delle analisi condotte impone a quanti si interessano di classi sfruttate del paese (consentitemi di rifiutare qui il termine «subalterno», molto usurato e tutto da rivedere, anche nel quadro di un'istanza della circolazione dei segnali culturali cui ci richiama, per esempio, Giuseppe Galasso) serie problematiche e severi impegni. 
La novità delle posizioni teoriche sta nell'approccio - a materiali che possiamo genericamente designare come demologici - secondo le linee di una lettura «simbolica», che comporta la scoperta o la rivalutazione delle datità reali. Di questo tentativo, estremamente stimolante e moderno, si sono fatto carico Roberto Cipriani, ormai da anni ben noto per le sue ricerche socio-religiose sul meridione, Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero. 
I loro contributi si strutturano puntuali, documentati, teoricamente impegnati, nelle prime due parti dell'opera. È purtroppo vero quanto Cipriani dice in apertura del suo studio: che nel campo degli studi sociologici non vi sono molti apporti di rilievo per quanto riguarda l'analisi dei simboli. Forse sondaggi esplicativi sulla natura e funzione del simbolo li troviamo in altre sedi, per esempio nelle trattazioni fìlosofìche di Cassirer o nelle osservazioni etnologiche di Turner. 
Nella demologia italiana, ma anche nelle indagini demologiche compiute all'estero, lo spessore simbolico è costantemente ignorato o passa attraverso approssimazioni e incertezze. Ed è forse opportuno in questa breve nota introduttiva, anche pagando lo scotto di una pedanteria erudita che, come patrimonio della cultura borghese, non possiamo ignorare, soffermarsi su quanto significano i processi di simbolizzazione. Simbolo è un termine greco che sostanzialmente designa un sun-ballein, un «gettare insieme» o un «giustapporre» le due parti di un coccio frammentato per ricostituirlo in unità significante, soprattutto nei sistemi di votazione ed elezione dell'Attica e delle assemblee popolari di Atene. Era il sum-bolon l'indice materiale che consentiva l'accertamento dell'esercizio del diritto di voto ed evitata la duplicazione di tale esercizio, quando, lasciata nelle mani del seggio la parte frammentata e staccata dal coccio, si riusciva a controllare il corpo elettorale, evitando le frequenti prevaricazioni di chi votava due volte o più volte. La parte esibita dal votante veniva giustapposta alla parte detenuta dal seggio e si esercitava, in tal modo, un potere democratico di controllo. Simbolo diviene, quando nella storia delle culture si svincola da questa sua matrice pratica, un termine denso di valenze, che troviamo riconosciute e rivisitate in questi studi. Se, riducendo al un discorso estremamente semplificato il problema della comunicazione simbolica, volessimo tentare, con tutta la cautela antropologica, una definizione, diremmo che nella lessicografia attuale «simbolo» è un'immagine scissa in due parti: una di esse è il visibile e riconoscibile nell'immediatezza della percezione, l'altra parte entra negli universi delle emozioni e dei «vissuti». 
(...) 
Nell'ambito delle anamnesi personali un segno può significare cose assolutamente diverse. La croce può essere annunzio di gloria dell'uomo che, attraverso la passione del Figlio di Dio, viene richiamato alla redenzione dal peccato, e convoca con sé l'attesa dell'intera natura prostrata, secondo il dettato dell'Epistola ai Romani di Paolo e della II petrina. Ma può farsi segnale di distruzione e disfacimento, di prepotenza e di emarginazione per un ebreo. 
Qui, in queste pagine, il simbolo si colloca con estrema chiarezza storica, appartenente, cioè, a un tempo e. ad un fluire di epoche, anche rivissute, che accompagnano il riscatto del sud, poi frustrato e mortificato dai gavismi, dalle casse del mezzogiorno, dalle mafie. Ma dentro di esse circola un'aria pura che è quella dello scoprire, nel tempo, i ritmi pulsanti della storia, di una liberazione che ha costruito il paese e lo ha avviato verso redenzioni democratiche. 
E queste redenzioni le ha pagate il sud dei Di Vittorio e dei braccianti, poiché, dopo la storia del silenzio qui carnalmente segnata (principalmente nella terza parte di testimonianze e registrazioni), un nord è cresciuto, facendo pagare a braccia meridionali il suo crescere. E lì, da noi, restano piazze di Calabria e di Lucania, dove quotidianamente i signori e i servi dei signori contano i denti dei ragazzi per assumerli alla fatica dei campi. Questo libro ha cose stupende, anche se resta legato alla dicotomia gramsciana egemone/subalterno, in gran parte superata o, almeno, soggetta a future e serie revisioni. 
La dimostrazione della correttezza filologica dei reperti sta proprio in questo confermare la storica fluidità dei simboli. Qui ti si fanno sangue e ribellione del sud, speranza ed attesa di una dimensione diversa del mondo. Il sogno, in molti interventi, si incarna in veicolo di una comunicazione rivoluzionaria che non appartiene al mondo dei dotti, ma alla storia del silenzio, dove gente senza ruolo borghese esplode in un suo voler dire e operare che la violenza del potere mortifica. 
E, nell'attuale interesse per la storia orale, veramente ci si trova - al di là delle fini analisi teoriche - in presenza di un palinsesto nel quale forse dovremo trovare il modo futuro, in statu nascenti, di fare storia, eliminando lo schema dei dotti. Poiché il punto focale dell'epoca nasce da qui, da questi fermenti meridionali, ed è destinato, per impensate vie, a sopravvivere contro ogni prevaricazione culta.

 


RENATO SITTI

Prefazione di RENATO SITTI
(Direttore del Museo del Risorgimento e della Resistenza - Centro Etnografico di Ferrara)

al volume Primo Maggio. Protagonisti e simboli della festa del lavoro a Cerignola e in Puglia,
a cura di G. Rinaldi, Comune di Cerignola - Laboratorio Culturale G. Angione, Cerignola, 1982

 

Se si escludono le massime e ristrette istanze centrali non è mai entrata, come dato acquisito, nella tradizione del movimento operaio italiano, l'esigenza di conservare memoria scritta di se stesso, oltre le spontanee iniziative individuali delle autobiografie o delle opere storiografiche (biografie, saggi storici su particolari momenti o organizzazioni) di produzione specialistica, collegata direttamente alle vicende della cultura ufficiale, più o meno universitaria, e alle richieste occasionali dell'organizzazione editoriale.
Nei nostri pellegrinaggi per l'Italia dei partiti popolari e sindacati, soprattutto della CGIL, durante venti anni di lavoro di ricerca per un inventario delle fonti per una storia del mondo operaio e popolare (concetto assai più ampio e più storiograficamente corretto di quello di movimento operaio), ci è accaduto centinaia di volte di ascoltare la storia di archivi dispersi, di montagne di documenti dati alle fiamme, consegnati ai rifiuti o comunque buttati perché occupavano spazio più necessario ad altro.
Questo indifferentemente in grosse organizzazioni provinciali, come nelle piccole leghe o sedi sindacali e di partito comunali o frazionali. Indicare le ragioni di questa gravissima carenza non è semplice. Fondamentalmente penso che il demerito vada diviso fra gli ambienti intellettuali della sinistra italiana e i dirigenti politici e sindacali. I primi sono quelli, che chiamerei gli intellettuali di ghiaccio, che non hanno mai voluto considerare quello della cultura come un affare che coinvolge direttamente anche il destino delle masse popolari.

Gli stessi intellettuali (o politici poco importa) che anche in Puglia hanno censurato iniziative di ricerca culturale di ampio respiro e hanno poi vanamente profuso fiumi di lacrime di coccodrillo sugli esiti nefasti della loro azione. Questi sono propensi da sempre a sottovalutare il valore storico del documento "minore", dell'archivio del piccolo comune, della piccola organizzazione politica o sindacale e a privilegiare i grandi archivi nazionali dove solo pensano di poter attingere gli elementi per le grandi sintesi storiche nazionali (dove per storia si intende storia di fatti e mai storia di uomini). I gruppi dirigenti degli organismi politici e sindacali d'altro canto hanno sempre delegato a quegli stessi ambienti intellettuali la gestione e la fortuna delle raccolte documentarie delle organizzazioni da loro dirette, senza mai affrontare il problema direttamente con i lavoratori legittimi proprietari di quei materiali.

Questo tuttavia non ha per fortuna determinato la totale dissipazione dei materiali documentaria del mondo operaio e popolare. Da molti anni numerosissimi gruppi di intellettuali, che non godono certo del favore degli ambienti culturali ufficiali, nemmeno di sinistra, o delle grosse case editrici, numerosissimi centri promossi da enti locali o organizzatisi a livello associativo (non raramente con iniziative individuali) hanno cercato di porre rimedio a questa imperdonabile mancanza di sensibilità di quanti hanno avuto e hanno responsabilità a tutti i livelli delle organizzazioni popolari italiane.

Sono sorti così in Italia, soprattutto negli ultimi dieci quindici anni, per non ricordare i precursori a tutti noti, centinaia di "archivi", "centri di documentazione", "laboratori", "raccolte individuali" che hanno cercato di ricostruire il tessuto documentario distrutto o disperso con la raccolta presso privati, negli armadietti dimenticati delle leghe o delle vecchie sedi di partito. E qui parlando con la gente, esaminando il materiale rintracciato, si è scoperta la pluralità delle fonti per la storia del mondo operaio e popolare. Il documento scritto deve essere integrato con la testimonianza orale, (racconto di vita, ricordo di fatti e avvenimenti, riporto dei ricordi dei propri antenati, canto e musica collegati alle vicende quotidiane o alle lotte per l'esistenza o per il miglioramento delle condizioni di vita, immagini fotografiche sul cui valore storico si comincia a discutere, con molta approssimazione, anche a livello di storiografia ufficiate, film, corrispondenza soprattutto di guerra, o di prigionia).

Tutti questi archivi, centri, gruppi di ricerca producono iniziative, pubblicazioni, manifestazioni di cui gli ambienti, le istanze, gli organi di stampa non si occupano preferendo dedicare ampi spazi alle manifestazioni più vistose e spettacolari delle macroricostruzioni di aspetti marginali di espressioni culturali del passato (si pensi a tutto l'inutile ciarlare di questi ultimi anni sugli ovvii significati della festa e della cosiddetta "spettacolarità della storia". Nel corso del duro, continuo lavoro di questi gruppi di ricostruttori della memoria storica del mondo operaio e popolare, è venuta formandosi una nuova figura di ricercatore e operatore culturale insieme: lo storico delle culture.
Questa figura, in possesso di capacità di approfondire una serie di tematiche nelle situazioni culturali più diverse, si propone fondamentalmente due obiettivi: a) instaurare un rapporto non subalterno tra le masse popolari con un nuovo concetto di cultura che includa e generalizzi la partecipazione attiva individuale a forme organizzate e collettive di produzione culturale; b) elaborare e concretizzare strutture e metodologie operative di ricerca, di analisi e di utilizzazioni di queste che consentano di realizzare sintesi con la partecipazione più ampia possibile di oggetti sociali.

Paola Sobrero e Giovanni Rinaldi sono due di queste nuove figure intellettuali che, in un rapporto costante e critico con le organizzazioni del mondo operaio popolare, da anni conducono un lavoro certamente degno di maggior attenzione da parte degli ambienti culturali e soprattutto dei mezzi di comunicazione del movimento operaio e democratico italiani. Con questo lavoro sul primo maggio a Cerignola essi concludono una lunga, tenace, ricerca che si è avvalsa della gamma completa delle fonti disponibili. In questo libro essi hanno messo a frutto compiutamente i risultati di un'esperienza di ricerca e di una metodologia di lavoro che si articola in alcune fasi ormai collaudate: reperimento dei documenti (testi scritti, testimonianze orali, immagini fotografiche), analisi e schedatura degli stessi, selezione e sintesi. Il risultato è di alto significato storico e espressivo. Un mondo, che tanti ritengono obsoleto e dimenticato, irrompe alla superficie con il suo messaggio non effimero, non labile, ma solido e duro come la pietra.

Un libro come questo sarebbe piaciuto a Giuseppe Di Vittorio con la sua alta concezione umana della cultura, con la sua visione aperta di un rapporto perennemente interagente fra masse e cultura. Si ricordi ancora una volta la più grande impresa di cultura di massa condotta in Italia da Di Vittorio e da migliaia di dirigenti sindacali di base negli anni '50 per l'elaborazione, località per località, del Piano del lavoro. Su quella linea non si è andati e le organizzazioni dei lavoratori ne pagano ancora le conseguenze. Le vecchie culture agitanti armamentari pseudo avanguardisti hanno in gran parte rioccupato le loro postazioni egemoniche e ne è uscita la "crisi di valori", attribuita a tutte le ragioni tranne che all'unica vera: l'obliterazione della funzione rivoluzionaria delle masse popolari nel processo di formazione di nuovi, autentici modelli culturali di vita. In questo episodio di Cerignola, nel momento in cui si riprende un discorso non celebrativo su Di Vittorio e sul suo pensiero, l'organizzazione sindacale incontra un'altra occasione favorevole per rifondare un tentativo di approfondimento di alcuni temi della cultura contemporanea e sulla funzione di questa nel processo di rinnovamento della società.

Da questa occasione una proposta alla CGIL che potrebbe farsi carico di un convegno nazionale di tutti i centri, gruppi di ricerca, laboratori, singoli ricercatori che negli ultimi dieci-quindici anni hanno cercato di ricostruire un archivio ideale del movimento operaio e popolare italiano. Un archivio sparso, in tanti piccoli contenitori, per tutto il paese, dai grandi centri ai più sperduti angoli della provincia. Con l'obiettivo di realizzare una Carta ragionata degli archivi del mondo operaio e popolare italiano, affinchè ognuno sappia quanta ricchezza possiede ancora questo movimento, sappia che cosa può trovare in ognuno di quegli archivi e possa utilizzarne i materiali, non solo per tanti libri come questo, di Paola, Giovanni e del Laboratorio Culturale G. Angione, ma per impostare programmi di un'attività culturale non compromessa da un attualismo inficiato di superficiale approccio e di inutile attivismo parapolitico. Un'altra proposta che forse non sarebbe dispiaciuta a Giuseppe Di Vittorio.


FONTI ORALI

CESARE BERMANI
Introduzione alla storia orale.
Vol. 1: Storia, conservazione delle fonti, problemi di metodo

Odradek, Roma, 1999, pp. 37-40

[...] 
I gruppi collegati all'Istituto [de Martino] 

Dei numerosi gruppi collegati sul territorio nazionale all'Istituto Ernesto de Martino - passati e presenti - ricordo solo quelli che hanno operato continuativamente o almeno per lunghi periodi in direzione della valorizzazione della cultura orale. 

a) La Biblioteca popolare di Piadena e la Lega di cultura di Piadena [...] 
b) Il Circolo Gianni Bosio di Roma [...] 

c) Il gruppo di Cerignola 
Di esso facevano parte Roberto Cipriani, Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero, che hanno intrecciato stretti rapporti con l'Istituto de Martino nel 1978. Questo gruppo ha condotto una ricerca sulla storia del bracciantato a Cerignola, in collaborazione con 94 braccianti ed ex braccianti, le cui testimonianze sono finite con filmati, fotografie e manoscritti in un armadio della Biblioteca Provinciale di Foggia. Altri materiali sono presso gli archivi personali dei ricercatori, presso quello di Roberto Leydi, presso l'Istituto Ernesto de Martino. 
Quello del gruppo di Cerignola è quindi un caso tipico di smembramento di una ricerca importante. 
Esso ha prodotto lavori di grande qualita' nell'ottica del superamento della divisione disciplinare tra etnologia/antropologia e storia nonchè due filmati di carattere etnologico. 
La sua decennale vicenda merita di essere raccontata. 
L'attività di ricerca inizia nel 1973 sulla base di domande di questo genere: perchè Cerignola "rossa", patria dei braccianti, che ha avuto un'enorme importanza per tutta la vicenda storica del bracciantato meridionale, dove il Pci è un mito, dove l'amministrazione comunale è di sinistra, sembra oggi non avere più storia? Come mai la memoria dei braccianti è come soffocata? Perchè un intellettuale organico al bracciantato come Giuseppe Angione, depositario della locale storia del Partito sino agli anni Cinquanta, non ha interlocutori, sebbene sistematicamente si sforzi di comunicare e codificare attraverso racconti e componimenti scritti il patrimonio teorico ed esistenziale di un'intera generazione di lavoratori? 
Si tratta di interrogativi preliminari a un possibile uso contemporaneo della "memoria che resta", non di un programma di raccolta di "storia di vinti". 
Ben presto però si affacciano altri interrogativi: come mai gli storici del movimento operaio si sono occupati quasi esclusivamente della cultura e dell'azione delle organizzazioni anzichè della cultura e delle condizioni materiali di esistenza della classe? Come mai, cioè, la storiografia del movimento operaio si è modellata su quella borghese? Frattanto il gruppo constata che il bracciante scrive o racconta la propria storia, se questo serve: se c'è il figlio che gliela domanda, se il Partito gliela chiede, se ci sono dei ricercatori che si propongono di trovare dei canali di comunicazione per farla conoscere ad altri braccianti e per discuterne con loro. 
Allora, secondo lo stile di lavoro proprio all'lstituto de Martino, il recital di canzoni, la drammatizzazione, l'audiovisivo, la mostra fotografica diventano strumenti di comunicazione di classe, protesi cioè ad attivare dei processi culturali tra i lavoratori di Cerignola. Nel mettere in pratica questo progetto il gruppo si accorge però che dietro l'accellerata distruzione della cultura bracciantile, ormai entrata in una sorta di agonia prolungata, non stanno solo Ie trasformazioni economico-sociali che hanno ridotto di molto il peso politico dei braccianti, che erano allora già scesi da 13.000 a 3.000, ma anche la volontà politica dei locali dirigenti comunisti. Il Pci infatti realizza che quella iniziativa di ricerca sta attivando una cultura bracciantile sommersa, che pareva irreversibilmente pietrificata. Siccome l'iniziativa è diretta a eventi che in qualche modo riguardano anche l'organizzazione politica e il partito, l'intervento politico-culturale dei ricercatori è guardato con sospetto. A Cerignola il bracciante che è diventato dirigente del partito non rifiuta la propria condizione di partenza e continua anzi a condividerne i modi e le forme del quotidiano (ciò che è indispensabile per il mantenimento di rapporti diffusi), salvo dimenticarsene nel momento della pratica dirigenziale, che è sottoposta alle regole e ai modelli di una prassi politica ormai scollegata da esigenze di socializzazione. Per cui i modi e i valori della propria cultura di appartenenza divengono per lui degli ostacoli a fronte della prassi politica ufficiale, anche se parallelamente restano di fatto gli strumenti e le leve cui riferirsi per ogni tipo di azione politica. Ne risulta una politica culturale che impedisce l'organizzazione della cultura di base perchè teme l'insorgenza dal basso di elementi polemici verso l'organizzazione e la sua politica, che diffida di una storiografia che non parli attraverso i gruppi dirigenti perchè essa rappresenta di fatto una critica politica all'organizzazione, una implicita dimostrazione dello scollamento esistente tra organizzazione e realtà. 
La storia dei braccianti pugliesi è tra I'altro intrisa di violenza, e molti vecchi militanti sono lacerati tra la convinzione che certe forme di lotta oggi non più praticate sarebbero ancora efficaci e il rispetto della linea del Partito. Nel gruppo di ricerca si finisce per domandarsi: non sarebbe meglio discutere di tutto il passato del Partito, invece di rischiare di rinnegarlo in blocco per paura di dissensi? C'è un rapporto tra l'attaccamento a forme di lotta non più praticate e il modo di vivere di certi strati del bracciantato? Può diventare un militante cosciente chi opera su se stesso delle "vittorie sulla propria memoria", cioè nega alla memoria la sua libera possibilità di espressione? 
In mancanza di referenti a livello locale in grado di garantire circolarità e organizzazione al lavoro svolto, I'Archivio della Cultura di Base della Biblioteca provinciale di Foggia sembra ai ricercatori di Cerignola rappresentare una effettiva possibilità di iniziativa e di gestione. L'Archivio, collocato all'interno di una biblioteca pubblica e di un sistema bibliotecario composto da 53 biblioteche sul territorio provinciale, opera infatti per un po' di anni con continuità effettuando ricerche e interventi, registrando, fotografando e filmando. II lavoro si svolge con la piena collaborazione dei braccianti e con un'utenza di figli di braccianti, sicchè si costituiscono nuovi gruppi di ricerca in vari paesi della provincia e cresce anche la richiesta da parte della scuola per consulenze a fini di sperimentazione didattica. L'Archivio è insomma nel pieno della sua espansione, quando nel 1983 muta la politica culturale dell'Ente locale ed esso viene liquidato, per cui il gruppo dei ricercatori si sperde e i materiali raccolti finiscono smembrati in maniera del tutto casuale. 

d) Il Canzoniere Popolare e l'Archivio della Cultura di Base di Bergamo [...] 
e) Il gruppo di Omegna [...] 
f)  L'Associazione culturale Società di Mutuo Soccorso E. de Martino di Venezia [...] 


BIBLIO

Bibliografia sul Primo Maggio (tratta dal sito mayday2002 )

[…]

LA FESTA
10.4 Ritualismo, simbologia, iconografia

Il tema del "transfert de sacralité" rappresentato dal 1° maggio era stato già acutamente trattato da S. Grossmann, Wie soll die Maifeier sein?, "Der Kampf", I, 1908, pp. 376-378, che aveva anche sottolineato l'importanza di un accompagnamento musicale nei cortei.
Sul ritualismo e il simbolismo politico-religioso delle manifestazioni del 1° maggio, cfr. anche: R. Cipriani - G. Rinaldi - P. Sobrero, Il simbolo conteso. Simbolismo politico e religioso nelle culture di base meridionali, Roma, Janua, 1979 (in particolare, nella parte terza, le testimonianze su Il Primo Maggio); G. Rinaldi - P. Sobrero (a cura di), La memoria che resta. Vissuto quotidiano, mito e storia dei braccianti del basso Tavoliere, Foggia, Amministrazione provinciale di Basilicata, 1981 (in particolare la sezione su Il Primo Maggio); G. Rinaldi (a cura di), Primo Maggio. Protagonisti e simboli della festa del lavoro a Cerignola e in Puglia, Cerignola, Laboratorio Culturale Giuseppe Angione, 1982; E. J. Hobsbawm, Worlds of Labour, London, Weidenfeld and Nicolson, 1984 (in particolare il cap. The Transformation of Labour Rituals); V. L. Lidtke, The Alternative Culture. Socialist Labor in Imperial Germany, New York - Oxford, Oxford University Press, 1985 (con molti riferimenti alla Maifeier); D. Petzina (Hg.), Fahnen, Fäuste, Körper. Symbolik und Kultur der Arbeiterbewegung, Essen, Klartext, 1986; A. Chwalba, La croix et le drapeau rouge: le symbolisme et les fêtes religieuses des socialistes polonais avant 1914, "Revue d'histoire moderne et contemporaine", Octobre - Décembre 1987, pp. 669-678; L. Rivas Lara, Ritualización socialista del 1° de mayo. Fiesta, huelga, manifestación?, "Historia Contemporánea de la Universidad del Pais Vasco", 3, 1990. Per alcune analisi della iconografia del 1° maggio: G. Ginex, Realismo, simboli e allegorie per il Primo Maggio: le fonti visive, in: Storie e immagini del 1° Maggio, cit., pp. 139-149; B. W. Bouvier, Es wird kommen der Mai … Zur Ikonographie des Arbeitermai im Kaiserreich, in: I. Marssolek - T. Schelz-Brandenburg (Hg.), Demokratischer Sozialismus und sozialistische Theorie, Bonn, 1995; alla iconografia e alla simbologia delle immagini del 1° maggio sono dedicati anche i contributi di F. Tych, G. Ginex, A. Elorza, J. Gielkens, J. Jemnitz in Il 1° maggio tra passato e futuro, cit.