presentazione
CULTURA
POPOLARE
>
RASSEGNA
STAMPA
PUGLIA IN
CAPITANATA (...)
La
Capitanata
vive
questi
problemi
da
terzo-mondo,
ma
quest'ultimi
anni
dà
segnali
di
un
bisogno
comunicativo
straordinario
che
spinge
a
conoscere
subito
e
insieme.
Laddove
l'interesse
verso
il
dato
locale,
verso
quelli
che
si
suole
chiamare
'microstoria',
perdendo
ogni
connotazione
di
puro
colore
e
di
curiosità,
diventa
espressione
del
vivente
e
del
vissuto.
I
braccianti
testimoni
La
memoria
che
resta Nel
1976
venne
istituito
presso
la
Biblioteca
Provinciale
di
Foggia
l'Archivio
della
Cultura
di
base,
per
ricercare
e
raccogliere
direttamente
sul
territorio
quei
materiali
relativi
alla
tradizione
orale
e
scritta
delle
classi
subalterne,
che
avrebbero
poi
dovuto
andare
a
formare,
il
primo
nucleo
dell'archivio
della
fonocineteca
provinciale. La
parte
più
importante
ed
affascinante
del
libro
resta,
però,
quella
dedicata
alla
storia
contadina
del
Tavoliere,
tutta
affidata,
nella
sua
ricostruzione,
alla
memoria,
al
racconto,
al
canto
dei
protagonisti;
cosicché
in
un
mosaico
di
aneddoti
e
di
testimonianze
si
snodano
le
vicende
dei
braccianti:
di
coloro
che
hanno
rappresentato
non
solo
la
categoria
più
compatta
tra
i
lavoratori
della
terra,
ma
anche
la
classe
sottoposta
alle
più
dure
forme
di
sfruttamento.
Nelle
loro
parole
calde
e
sincere,
che
conservano,
però,
tutta
la
rudezza
e
la
forza
della
zolla,
ricorre
spesso
la
memoria
della
precarietà
e
della
saltuarietà
che,
insieme
al
salario
insufficiente,
hanno
sempre
caratterizzato
il
rapporto
di
lavoro
delle
masse
bracciantili,
determinando
quelle
condizioni
di
miseria
che
nel
1909
suscitarono
l'indignazione
di
Enrico
Presutti
e
degli
altri
commissari
estensori
per
la
Puglia
dell'inchiesta
parlamentare
sulle
condizioni
dei
contadini
nelle
province
meridionali.
La
maggior
parte
dei
braccianti
viveva
in
grossi
centri
rurali
-
Cerignola,
Lucera,
San
Severo,
Torremaggiore,
-
nei
quali
si
addensava
il
93,6%
della
popolazione
residente,
mentre
il
solo
6,4%
dimorava
in
case
sparse. Questo,
in
definitiva,
il
messaggio
di
sofferenza
e
di
riscatto
affidato
dai
braccianti
a
La
memoria
che
resta;
il
merito
dei
curatori
del
libro
è
di
averlo
pubblicizzato
in
un
lavoro
che,
pur
non
esaurendo
la
conoscenza
dei
fenomeni
di
lotta
legati
alla
presenza
di
Di
Vittorio
in
Puglia
e
pur
non
definendo,
in
modo
compiuto
le
condizioni
sociali
dei
contadini
e
la
situazione
dell'economia
agraria
pugliese
agli
inizi
del
secolo,
inaugura,
tuttavia,
un
modo
nuovo
di
scrivere
la
storia
basato
sulla
interdisciplinarietà
della
ricerca
e
sulle
fonti
orali
delle
classi
subalterne.
RIFORMA
della
SCUOLA, 1982,
n.5,
pp.
15-16
La
metropoli
arretrata
e
la
provincia
avanzata 1°
aprile.
Da
Foggia,
Biblioteca
Provinciale
-
Archivio
cultura
di
base,
è
approdato
sui
mio
tavolo
del
Laboratorio
didattico
di
matematica,
all'Istituto
«Guido
Castelnuovo»,
un
grosso
pacco
di
pubblicazioni.
Dirò
tra
un
momento
che
rapporto
c'è
tra
la
didattica
della
matematica
e
la
Biblioteca
di
Foggia,
diretta
dal
dottor
Angelo
Celuzza;
comincio
però
col
presentare
al
lettore
questa
istituzione
e
alcune
sue
iniziative.
La
Biblioteca
ha
antiche
tradizioni
e
preziosi
fondi;
istituita
nel
1834,
si
avvia
a
compiere
il
secolo
e
mezzo
di
vita.
Il
5
ottobre
del
1974
è
stata
inaugurata
la
nuova
sede,
così
che
ora
la
Provincia
della
Capitanata
ha
una
«grande
e
moderna
struttura
bibliotecaria»,
come
dice
il
Celuzza
in
un
opuscolo
pubblicato
per
l'occasione;
esso
fa
vedere,
in
chiare
illustrazioni,
la
razionale
distribuzione
dei
locali
nei
quattro
piani
dell'edificio,
le
diverse
Sale
(Riunioni,
Fondi
Speciali,
Cataloghi,
Consultazione,
Adulti,
Ragazzi),
con
più
di
500
posti
a
sedere.
BIBLIOTECA
PROVINCIALE,
Foggia.
Recensione
di
ROBERTO
CIPRIANI GIOVANNI
RINALDI
e
PAOLA
SOBRERO
(a
cura
di).
Questo
ampio
e
documentato
volume,
frutto
di
anni
di
ricerche
sul
campo
da
parte
di
due
giovani
studiosi
usciti
dalla
scuola
del
DAMS
di
Bologna,
si
inserisce
degnamente
nel
filone
di
studi
che
ormai
da
tempo
si
vanno
conducendo
sulla
cosiddetta
storia
orale,
cioè
di
quel
vissuto
quotidiano
che
non
trova
posto
nei
documenti
ufficiali
e
che
però
rappresenta
la
massima
parte
di
ogni
esperienza
di
vita.
La
ricerca
da
cui
l'opera
nasce
ha
avuto
come
ambito
di
riferimento
la
parte
meridionale
del
cosiddetto
Tavoliere
delle
Puglie
ed
in
particolare
il
territorio
di
Cerignola
e
le
zone
circostanti.
Tale
scelta
non
è
casuale
perché
è
proprio
qui
che
sin
dagli
inizi
del
novecento
comincia
a
svolgersi
una
lunga
serie
di
avvenimenti
sociali,
economici,
politici
e
religiosi
che
aiutano
a
capire
quali
siano
stati
i
rapporti
e
gli
scontri
tra
le
varie
forze
sociali
a
confronto.
Chiesa
e
fascismo,
anarchici
e
socialisti,
comunisti
e
braccianti
sono
i
protagonisti
di
un
lunga
vicenda
che
vede
in
campo
i
due
«Peppino»
di
Cerignola:
Giuseppe
di
Vittorio
e
Giuseppe
Caradonna,
schierati
su
opposti
fronti.
Ma,
in
realtà,
più
che
di
uomini
noti
il
libro
parla
di
una
folla
di
personaggi
in
larga
misura
mai
balzati
prima
agli
«onori»
di
un
testo
stampato,
che
riportasse
il
loro
nome.
I
risultati,
cui
il
riuscito
tentativo
di
Rinaldi
e
Sobrero
perviene,
sono
di
ordine
storico
e
sociologico
insieme,
perché
la
narrazione
spazia
sì
all'indietro
nel
tempo
ma
si
innesta
sul
quotidiano
contemporaneo,
non
foss'altro
per
il
fatto
che
i
testimoni
del
passato
lo
sono
anche
rispetto
al
presente
col
quale
interagiscono,
sulla
scorta
della
esperienza
trascorsa.
Soprattutto
la
lettura
delle
diverse
testimonianze
risulta
interessante
ed
affascinante
perché
offre
squarci
imprevedibili
sulle
condizioni
di
vita
e
di
lavoro,
specialmente
attraverso
le
cosiddette
«storie
della
masseria»
ed
i
canti
(quest'ultimi
opportunamente
provvisti
di
trascrizione
musicale).
Non
poteva
mancare
in
un
contesto
siffatto
un'esauriente
trattazione
relativa
al
ruolo
del
sindacalista
Giuseppe
Di
Vittorio,
che
resta
un
simbolo
mitico
e
carismatico
insieme.
La
sua
figura
si
ricollega
altresì
alla
popolarissima
festa
del
primo
maggio,
che
rappresenta
il
fulcro
dell'autorappresentazione
del
bracciantato.
Nella
parte
introduttiva
al
volume
piace
segnalare
il
bel
saggio
di
Cesare
Bermani
su
«Ricerca
militante,
culto
della
personalità
e
simbolismo
laico».
Accompagnano
il
testo
alcune
pregevoli
foto
d'epoca
che
servono
a
definire
in
modo
più
compiuto
l'atmosfera
delle
circostanze
narrate.
Fra
queste
ultime
conviene
almeno
citare
alcuni
passaggi
più
significativi:
«il
Secolo
dei
Fenomeni»
(su
avvenimenti
di
carattere
vario:
dall'eruzione
del
Vesuvio
all'epidemia
di
«spagnola»),
«la
libertà
di
crepare
di
fame»
(sulle
difficoltà
di
vita
e
di
lavoro),
«il
filo
a
sangue»
(una
sorta
di
tortura
punitiva
per
un
lavoro
non
eseguito
alla
perfezione),
«il
lavoro
arbitrario»
(quasi
uno
sciopero
alla
rovescia).
LIBRI
"Primo
maggio,
protagonisti
e
simboli
Sono
molti,
anzi
troppi,
i
fotolibri
pubblicati
da
pubblici
enti
per
far
conoscere,
nei
limiti
miserissimi
in
cui
può
riuscirvi
l'istantanea,
la
propria
storia,
urbanistica,
politica
o
superflua,
ovvero
la
vita
di
un
loro
illustre
concittadino.
Quasi
sempre
noiosi,
chi
li
sfoglia
(chi
li
sfoglia?)
non
arriva
fino
in
fondo.
Attenzione
a
non
fraintenderci:
siamo,
sì,
reazionari,
ma
solo
fino
a
un
certo
punto.
Intendiamo
scrivere,
infatti,
che
è
superflua
e
noiosa
la
rappresentazione
nell'istantanea
fotografica
della
storia
e
delle
Vite
Illustri,
non
gli
eventi
e
le
persone
in
sé.
Un
tempo
queste
umane
ma
deprimenti
celebrazioni
si
facevano
a
tre
dimensioni:
commissionando
un
busto,
oppure
un
bassorilievo,
magari
semplicemente
una
lapide
con
l'epigrafe
dettata
da
un
professore
funerografo
che
si
trova
con
facilità
in
ogni
luogo
abitato.
Oggi
si
preferisce
un
fotolibro:
forse
costa
di
meno,
forse
soddisfa
la
smania
iconografica-documentaria-archiviale
di
qualche
tizio
convinto
che
l'immagine
vale
mille
erma.
Bisognerebbe
allora
inaugurare
i
fotolibri
come
quelle:
scoprendoli
dalla
pezza
che
li
nasconde
fra
commossi
battimani,
perlomeno
dei
soci
del
locale
fotoclub...
LA
GAZZETTA
DEL
MEZZOGIORNO
(La
Gazzetta
di
Capitanata) Le
storie.
Nella
prestigiosa
università
inglese
un
testo
sulla
vita
dei
braccianti
del
basso
Tavoliere Un
pezzo
di
passato
della
Capitanata
è
volato
da
tempo
a
Cambridge,
nella
biblioteca
del
prestigioso
King’s
College
Centre.
Da
poco
più
di
vent’anni,
diverse
copie
del
libro
"La
memoria
che
resta.
Vissuto
quotidiano,
mito
e
storia
dei
braccianti
del
Basso
Tavoliere"
sono
custodite
negli
scaffali
dell’università
inglese.
Dalle
nostre
parti,
invece,
non
se
ne
trova
più
una
in
circolazione,
mentre
diverse
iniziative
culturali,
in
tutta
Italia,
si
rifanno
al
patrimonio
culturale
rurale
raccolto
proprio
in
quelle
pagine.
Torna
d’attualità,
dunque,
un
volume
scritto
a
quattro
mani
da
Giovanni
Rinaldi
e
Paola
Sobrero,
nel
1981.
La
ricerca
fra
le
classi
più
umili
del
nostro
territorio
doveva
contribuire
alla
nascita
di
un
archivio
della
cultura
di
base,
da
organizzare
presso
la
biblioteca
provinciale
di
Foggia
sul
finire
degli
Anni
Settanta. Capire
la
vita
dei
giorni
bui,
della
fame
e
della
sofferenza,
ma
anche
le
immense
capacità
espressive
delle
classi
popolari
attraverso
le
loro
testimonianze
dirette.
È
questo
il
filo
conduttore
della
pubblicazione:
440
pagine,
58
testi
musicali,
moltissime
foto
che
ritraggono
volti
stanchi
e
case
semplici.
C’è
tutta
la
religiosità
popolare,
la
liturgia
laico-celebrativa,
il
teatro
e
lo
spettacolo
popolare
di
un
tempo.
Non
mancano
le
tradizioni
orali,
la
gestualità,
l’iconografia,
gli
usi
e
le
abitudini
di
un
passato
ancora
troppo
vicino.
Un
passato
che
non
può
essere
dimenticato
così
in
fretta.
Sono
i
numeri
a
parlare
chiaro:
770
ore
di
nastro
registrato,
18mila
scatti
fotografici,
4mila
e
duecento
diapositive
a
colori,
200
foto
d’epoca.
A
tanto
ammonta
la
quantità
di
materiale
reperito
e
prodotto
di
cui
questo
manuale
è
solo
un
primo
capitolo.
Scelta
la
strada
del
dialogo:
gli
uomini
e
le
donne
ripescavano
liberamente
vicende
e
aneddoti
nei
loro
ricordi. "L’arnese
era
la
falce
che
per
tagliare
il
grano
bisognava
curvarsi
di
più
della
zappa
lavorando
dai
dieci
dodici
ore
al
giorno
sotto
quel
sole
cocente.
Lascio
immaginare
come
duole
a
chi
legge,
figuriamoci
ai
lavoratori
i
quali
desideravano
che
una
nuvoletta
con
un
bel
venticello
coprendo
un
solo
minuto
il
sole,
per
godere
un
po’
di
fresco.
Per
andare
a
lavorare
si
doveva
andare
a
piedi
e
per
non
consumare
scarpe
si
camminava
scalzi,
com’era
miserabile
la
vita".
Quella
di
Giuseppe
Angione,
bracciante,
classe
1895,
è
una
delle
tante
storie
raccolte
fedelmente
nel
libro
(errori
compresi
–
ndr).
Soltanto
in
alcuni
casi,
relativi
a
ricerche
particolari,
veniva
predisposta
una
serie
di
domande,
che,
a
seconda
delle
occasioni,
orientava
il
dialogo.
Sono
stati
raccolti
canti
religiosi,
musiche
strumentali
e
suoni
d’ambiente:
rumori,
grida,
lamenti,
commenti
estemporanei.
I
lavori
sono
disposti
in
maniera
tematica,
con
le
note
bibliografiche
di
Linda
Giuva
(moglie
di
Massimo
D’Alema
–
ndr):
"il
lavoro
come
esistenza
quotidiana",
"la
comunicazione
orale
formalizzata",
"Giuseppe
Di
Vittorio",
"Lotte
sociali
e
sindacali
nel
II
dopoguerra",
"Il
primo
maggio". Insomma,
una
gran
quantità
di
fatti
ed
eventi
su
un’epoca
che
ha
segnato
la
nostra
storia.
Fatti
ed
eventi
raccolti
in
un
libro
che
ha
ispirato
l’attore
e
ricercatore
foggiano
doc
Enrico
Messina
della
compagnia
"Armamaxa"
di
Belluno,
alle
prese
con
"Braccianti",
un
lavoro
teatrale
sul
bracciantato
agricolo
del
Basso
Tavoliere.
La
rappresentazione
debutterà
il
primo
marzo
ad
Argelato,
in
provincia
di
Bologna,
nell’ambito
della
rassegna
Tracce.
I
materiali
originali
contenuti
nel
volume,
inoltre,
saranno
presto
riportati
in
formato
digitale
al
Centro
di
Documentazione
"Il
Dock"
della
Biblioteca
provinciale.
Senza
dimenticare
che,
su
invito
di
Giuseppe
Cassieri,
scrittore
e
saggista
di
fama
nazionale,
Sergio
D’Amaro
sta
lavorando
ad
un’opera
sulla
storia
culturale
del
Tavoliere
attraverso
i
canti
sociali,
politici
e
di
protesta.
Molti
materiali
orali
sono
tratti
dal
volume
"La
memoria
che
resta",
mentre
altri,
inediti,
verranno
ricavati
dall’archivio
di
Giovanni
Rinaldi,
che
sarà
anche
consulente
dell’opera.
Questi
sono
soltanto
tre
dei
maggiori
esempi
di
utilizzo
del
libro,
un
lavoro
che
purtroppo
–
come
detto
–
non
è
più
in
circolazione
dalle
nostre
parti. "Sarebbe
opportuna
una
riedizione"
sottolinea
Rinaldi.
"Perché
la
memoria
che
resta,
resti
sempre
anche
qui,
nella
nostra
terra". Vai
alla
pagina
>
PROGETTO
LA
MEMORIA
CHE
RESTA
CORRIERE
DEL
MEZZOGIORNO UN
PROGETTO
DELL'ATTORE
ENRICO
MESSINA
Cantare
il
sudore,
la
fatica,
le
lotte
dei
lavoratori
agricoli
del
Tavoliere:
è
questo
l'intento
di
Braccianti,
lo
spettacolo
che
esordirà
in
anteprima
venerdì
marzo
al
teatro
comunale
di
Argelato
(Bologna).
Quindi,
proseguirà
per
Castello
d'Argile,
Pieve
di
Cento,
S.
Pietro
in
Casale,
Cento:
le
città
emiliane
che
ospitano
«Tracce
di
teatro
d'autore»,
la
rassegna
nella
quale
Braccianti
è
inserito. Vai
alla
pagina
>
PROGETTO
LA
MEMORIA
CHE
RESTA
PROTAGONISTI Chi
trova
un
libro
ben
curato
trova
un
tesoro.
E'
quello
che
è
accaduto
all'attore
Enrico
Messina,
a
cui
è
capitato
tra
le
mani
"La
memoria
che
resta.
Vissuto
quotidiano,
mito
e
storia
dei
braccianti
del
basso
Tavoliere",
curato
da
Giovanni
Rinaldi
e
Paola
Sobrero.
Pubblicato
ventanni
fa
nel
1981
nell'ambito
dei
lavori
di
ricerca
antropologica
e
di
storia
orale
che
miravano
alla
fine
degli
anni
'70
alla
costituzione
dell'Archivio
della
Cultura
di
Base
presso
la
Biblioteca
Provinciale
di
Foggia.
Dopo
vent'anni,
quasi
all'improvviso,
da
matrici
culturali
diverse,
intrecciandosi
attraverso
nuove
forme
culturali
spuntano
proposte
diverse
e
creative
che
riutilizzano
e
ricreano
le
voci,
le
storie,
le
immagini
di
quel
grande
libro/archivio
sulla
storia
del
nostro
territorio
e
dei
suoi
protagonisti. Infatti
dal
materiale
del
libro
Enrico
Messina
sta
preparando
una
rappresentazione
teatrale
che
verrà
presentata
Venerdì
1
Marzo
2002
ad
Argelato
(BO),
in
occasione
di
"Tracce",
importante
rassegna
della
ricerca
teatrale
italiana,
come
spiega
lo
stesso
Messina:
-
Ho
appena
cominciato
la
preparazione
del
mio
nuovo
lavoro,
che
prende
le
mosse
da
"La
Memoria
che
Resta"
e
da
alcuni
altri
tra
i
materiali
da
me
richiesti
al
Dock
di
Foggia
in
consultazione,
e
che,
per
ora
in
via
provvisoria,
chiamo
"Braccianti".
Uno
studio
del
lavoro
in
fieri
verrà
presentato
ad
Argelato
(BO),
in
occasione
di
"Tracce",
importante
rassegna
della
ricerca
teatrale
italiana,
che
ospiterà
il
mio
spettacolo
HRUODLANDUS
Libera
Rotolata
Medioevale.
Grazie
alla
sensibilità
e
all'interesse
del
Direttore
Artistico
della
rassegna,
Federico
Toni,
in
quell'occasione
saranno
presenti
anche
i
direttori
del
Centro
Etnografico
Ferrarese
e
del
Museo
della
Civiltà
Contadina,
che
si
sono
detti
molto
interessati
a
trovare
una
via
di
collaborazione
possibile
per
la
realizzazione
di
Braccianti
-. La
pubblicazione
era
ed
è
un
percorso
che
mescola
vita,
memoria,
tradizione
scritta
e
orale.
Un
cammino
di
ricerca
tra
diverse
generazioni
e
tipologie
espressive
comprese
in
un
arco
cronologico
che
va
dal
primo
900
agli
anni
80.
Un
percorso
da
vedere,
leggere
e
sentire.
Immagini,
racconti,
canti,
testimonianze
quotidiane
indagate
e
raccolte
in
un
racconto
biografico
di
una
terra
e
dei
suoi
uomini.
"La
memoria
che
resta"
ora
si
fa
azione
nel
lavoro
di
Messina,
azione
che
interpreta
l'esperienza
dell'uomo
e
della
sua
terra
contro
l'amnesia
della
globalizzazione,
affidata
all'immaginazione
teatrale
di
un
attore-ricercatore,
che
con
il
teatro
recupera
e
salva
una
memoria
biografica
che
è
testimonianza
di
una
identità.
Una
operazione
che
porta
alla
luce
un
racconto
di
realtà
vissuta
salvaguardandola
dal
vuoto,
dall'assenza,
dall'oblio
attraverso
tracce
e
segni
di
un
passato
ansioso
di
futuro.
La
memoria,
l'identità
e
la
moralità
degli
individui
e
dei
popoli,
non
si
acquisisce,
si
conquista. Probabilmente
la
memoria
non
è
il
passato
che
si
ricorda.
Essa
forse,
ci
sta
di
fronte
e
ci
avvolge
come
un
gioco,
un
gioco
teatrale
appunto,
fonte
di
informazioni
di
un
tempo
al
plurale
che
ci
appartiene
e
che
non
sempre
può
considerarsi
definitivamente
trascorso. Qual'è,
oggi,
il
senso
della
memoria
che
abbiamo
come
civiltà?
Ne
abbiamo
uno?
Ne
abbiamo
molti?
Ne
abbiamo
bisogno?
Come
individui
e
come
società,
come
cultura
e
come
storia,
noi
siamo
ciò
che
ricordiamo
e
ciò
che
dimentichiamo.
L'operazione
di
Messina
si
oppone
all'oblio
di
un
lavoro
di
cui
si
rischiava
l'oblio.
Il
lavoro
della
terra,
le
memorie
e
la
quotidianità
dei
braccianti
del
basso
Tavoliere
hanno
ispirato
un
lavoro
teatrale
che
si
fa
azione
di
passione,
presenza
costante
e
non
serbatoio
di
un
passato
inerte.
In
lei
si
giocano
i
sensi
delle
vite
che
si
legano
e
si
sciolgono
fra
loro,
nei
tempi
e
nelle
storie
che
ne
tessono
la
rete. Vai
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PROGETTO
LA
MEMORIA
CHE
RESTA
LA
GAZZETTA
DEL
MEZZOGIORNO
(Gazzetta
di
Capitanata) La
storia.
L'autore
de
"Lacapagira"
girerà
in
Capitanata
un
documentario
sui
movimenti
bracciantili Film
storici
ambientati
in
provincia
di
Foggia?
La
proposta
arriva
da
Alessandro
Piva,
regista
de
"Lacapagira",
pellicola
autoprodotta,
girata
in
economia
nei
bassifondi
baresi,
che
due
anni
fa
ha
vinto
il
David
di
Donatello,
riscuotendo
successi
al
Festival
di
Berlino
e
nelle
sale
cinematografiche
di
tutta
Italia. "Ho
preso
contatti
con
Rinaldi,
subito
dopo
aver
visionato
parte
del
materiale
trovato
sul
web"
aggiunge
Piva,
che
già
dieci
anni
fa
si
dedicò
allo
studio
delle
lotte
di
classe
nel
meridione.
"Passerò
il
primo
maggio
fra
Cerignola
e
San
Severo,
i
due
centri
che,
insieme
a
Lucera
e a
Torremaggiore,
segnarono
quel
periodo
storico,
con
prese
di
posizione
e
uomini
di
rilievo".
Precisi
i
riferimenti
alla
rivolta
del
23
marzo
1950
a
San
Severo,
che
portò
all'arresto
di
180
persone.
Altrettanto
chiaro
il
riferimento
alla
figura
di
Giuseppe
Di
Vittorio.
"In
quegli
anni,
la
solidarietà
di
classe
era
molto
sentita,
tanto
che
i
figli
dei
cafoni
incarcerati
venivano
ospitati
in
altre
regioni
di
Italia
da
operai
e
contadini".
Successe
così
anche
a
Severino
Cannelonga,
ex
parlamentare
comunista,
ospitato
da
una
famiglia
abruzzese,
quando
il
padre
Carmine
fu
accusato
di
insurrezione
armata
contro
le
istituzioni
dello
Stato,
sempre
nella
primavera
del
50. Sarà
coinvolto
anche
l'istituto
tecnico
agrario
di
San
Severo,
nello
speciale
che
girerà
Alessandro.
"Mi
piacerebbe
contrapporre
il
vecchio
al
nuovo,
per
cercare
di
cogliere
i
cambiamenti
dell'agricoltura
e
del
suo
ruolo
nell'economia
generale
di
questi
posti".
Cosa
sanno
i
ragazzi
delle
rappresaglie
di
oltre
mezzo
secolo
fa,
dell'assalto
alla
macelleria,
dell'intervento
delle
forze
dell'ordine
di
Foggia,
di
quei
due
anni
di
carcere
e
del
processo
celebrato
a
Lucera
il 4
aprile
del
1952?
E'
probabile
che
sappiano
poco
o
nulla:
tempo
fa,
Severino
Cannelonga
tenne
una
lezione
in
istituto
per
raccontare
ai
giovani
quei
giorni
di
rabbia
e di
sangue.
Moltissimi
ignoravano
del
tutto
la
vicenda,
la
storia
di
cinquantanni
addietro". Fa
un
lungo
respiro,
Piva,
prima
di
riprendere
il
suo
racconto
a
"La
Gazzetta".
"Queste
terre
custodiscono
storie
ed
avvenimenti
che
devono
arrivare
alle
nuove
generazioni:
in
tal
senso,
il
Dock
-
Centro
servizi
e
documentazione
multimediale
della
Provincia
di
Foggia
-
potrebbe
svolgere
un
ottimo
lavoro.
Attraverso
Internet,
ho
conosciuto
anche
questa
struttura,
cogliendone
le
potenzialità".
Poi,
dopo
un'altra
pausa,
Piva
aggiunge:
"Io
non
mi
fermo
qui".
E
promette:
"Adesso
che
ho
ritrovato
il
filo,
peraltro
mai
completamente
interrotto,
con
il
passato
della
Puglia
e
del
Sud,
cercherò
di
portare
avanti
questa
ricchezza
di
esperienze
e di
vissuto".
VIVEUR IL
CINEMA
SCENDE
IN
CAMPO LA
GAZZETTA
DEL
MEZZOGIORNO Eventi.
Immagini
degli
anni
Cinquanta
sullo
sfondo
della
rappresentazione
di
un
autore
foggiano Fra
qualche
settimana
torneranno
nei
campi
di
Palmori:
schiene
curve,
braccia
protese,
pelle
nera
che
gocciola
sudore,
offesa
da
un
sole
troppo
caldo
che
non
vuole
saperne
di
tramontare.
Verranno
qui,
da
noi,
nonostante
la
siccità.
Torneranno
a
raccogliere
pomodori,
verranno
nella
piana
del
Tavoliere
a
riempire
casse
su
casse,
per
guadagnarsi
la
giornata.
E li
vedremo,
la
sera,
stesi
sull’erba
dei
giardini,
di
fronte
alla
stazione,
tutti
presi
dai
loro
discorsi
in
una
lingua
che
non
conosciamo.
Una
maglia
di
cotone
a
fare
da
cuscino,
la
busta
dei
panini
appena
aperta,
una
birra
fresca
a
lavare
via
la
stanchezza. "La
nostra
idea
è
quella
di
creare
nuova
memoria,
perché
nessuno
dimentichi
quello
che
è
successo
ai
nostri
padri,
ai
nostri
nonni
e
quello
che
potrebbe
accadere
ai
nostri
figli"
spiega
tutto
d’un
fiato
Enrico,
33
anni
e
una
formazione
intensa
cominciata
poco
più
di
due
lustri
fa
alla
scuola
di
formazione
attoriale
del
teatro
del
sole
di
Milano.
È
stato
in
Africa,
Enrico,
fermandosi
in
Senegal,
in
Costa
d’Avorio
e in
Burkina
Faso.
Ha
ascoltato
le
storie
della
tradizione
orale
di
quei
popoli
lontani,
ha
pensato
che
lui
non
aveva
belle
storie
da
restituire.
È
tornato
nella
sua
terra,
nelle
terre
daune.
Ha
cominciato
dagli
studi
sui
movimenti
bracciantili,
ha
conosciuto
Raffaele
Delli
Carri,
81
anni,
uno
degli
ultimi
terrazzani,
con
una
vita
passata
a
cacciare
di
frodo
in
terre
che
non
avrebbe
potuto
neppure
attraversare.
"Mi
sono
scontrato
con
il
nostro
passato,
ho
visto
gli
occhi
celesti
di
Raffaele,
le
sue
mani
e il
suo
viso
scolpiti
dalla
stanchezza,
ho
visto
il
suo
sorriso
largo,
quello
che
vanta
chi
è
sempre
stato
libero"
racconta
Enrico,
che
in
questi
giorni
ha
fatto
tappa
a
Foggia
per
lavorare
al
suo
progetto,
in
vista
dell’incontro
operativo
fra
tutti
i
referenti
coinvolti,
in
programma
venerdì
10
maggio
all’ufficio
cultura
della
Provincia
di
Bologna.
All'incontro
parteciperà
anche
l'assessore
alla
pubblica
istruzione
della
Provincia
di
Foggia
Anna
Maria
Carrabba,
in
vista
di
una
possibile
adesione
dell'ente
di
piazza
XX
Settembre. Val
la
pena
ricordare,
che
la
settimana
scorsa
anche
il
regista
Alessandro
Piva
è
stato
in
Capitanata,
per
girare
un
servizio
televisivo
sui
movimenti
bracciantili,
da
mandare
in
onda
nella
trasmissione
televisiva
"La
storia
siamo
noi",
su
Rai
tre. Le
rappresentazioni
itineranti
verranno
allestite
nelle
scuole,
in
piazza,
nelle
biblioteche,
nei
musei,
nei
centri
di
documentazione.
Ogni
volta,
si
cercherà
di
arricchire
il
lavoro
con
esperienze
dirette
vissute
dalla
gente
del
posto.
Insomma,
lo
spettacolo
viaggia
su
un
canovaccio
piuttosto
elastico,
che
di
volta
in
volta
si
trasforma
per
ospitare
pillole
di
testimonianze,
scelte
fra
quelle
che
più
si
addicono
al
tema
trattato.
Non
solo
testimonianze
del
passato,
quindi,
ma
anche
racconti
dei
nostri
giorni.
"Perché
la
storia
si
ripete,
e i
braccianti
umili
e
sfruttati
esistono
anche
oggi,
esisteranno
anche
domani".
E
fra
qualche
giorno,
i
nuovi
braccianti
arriveranno
a
popolare
la
terra
di
Palmori
e
mille
altre
terre
in
Italia
e
nel
mondo. Vai
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PROGETTO
LA
MEMORIA
CHE
RESTA
LA
GAZZETTA
DEL
MEZZOGIORNO In
onda
il
29
maggio
su
Raitre.
Protagonisti
i
braccianti CORRIERE DEL MEZZOGIORNO Donne
di Puglia Voci femminili raccontano la
stagione delle lotte sindacali e delle rivendicazioni della terra fra il primo e
il secondo dopoguerra in Capitanata "Quando
mori Di Vittorio, due giorni andai a Roma, si, due giorni. Stava da qua
[scoperto dalla vita in su] come se fosse che stava a dormire, con la testa lui
cosi, con la cravatta rossa. Eh, mi uccisi la vita mia sempre a piangere. Piglia
e dicevano: "E che è? Che ti è?", Che mi è? Mi è compagno! Che mi
è?! mi è compagno!" notte e giorno sempre a piangere e non me ne volevo
venire. E poi facemmo il corteo là. Non si finiva mai. Qua la bara e qua io.
Dissi: "Andatevene che io devo andare appresso alla bara". Mi misi
vicino alla carrozza (...) Quelli come camminavano, i fiori li menavano e
camminava sopra, Di Vittorio. Da Cerignola scasò tutta Cerignola. Quanti
pulmann che partirono da Cerignola! Uuuh! Femmine, bambini, tutti da Di
Vittorio, tutti là. E quelli dicevano: "Tu sei passata la prima volta
[davanti alla bara]", i compagni, "E adesso devo passare di nuovo. Non
mi dite niente che se no vi rompo la faccia" dissi io "Io devo
passare. Lo devo vedere." 
Grafica
il
Dock
Partecipazioni
Pubblicazioni
ricerche
e
materiali
archivio immagini
archivio
testi
Sangiovanni: "Il mio disco nel nome di
Di Vittorio"
di Claudio Gabaldi (Corriere del
Mezzogiorno,
8 febbraio 2006)
Canti popolari e lotte contadine
di Lucia Lo Priore (Mondimedievali.net,
gennaio 2006)
Un museo dei ricordi
di Leonardo P. Aucello (Il Gargano
Nuovo, dicembre 2005)
Quando si lavorava da "buio a buio"
di Marco Rossi (Rassegna Sindacale, n.
37, 13/19 ottobre 2005)
I braccianti di Puglia. La memoria che
resta
di Emanuele Di Nicola (www.100annicgil.it)
La voce degli esclusi
di Giovanna Zunino (VS-Valore Scuola,
n. 14, luglio 2005)
La lunga stagione di lotte nei campi
della protesta
di Sergio Torsello (Nuovo Quotidiano di
Puglia, 8/3/2005)
Compagni,
queste sono mazzate pesanti
di Ivan Della Mea (l'Unità, 12/12/2004)
DELLA MEA La memoria dei braccianti
patrimonio dimenticato
di Claudio Gabaldi (Corriere del
Mezzogiorno, 22/11/2004)
Di Vittorio, un coro per dare voce alle
lotte del Sud
di
Michele Trecca (La Gazzetta del Mezzogiorno, 15/2/2003)
Le braccianti di Giuseppe Di Vittorio
di Emanuela Angiuli (Corriere del Mezzogiorno, 9/6/2002)
Piva,
sulle
tracce
di
Zatterin,
un
documentario
in
Capitanata
di
Anna
Langone
(La
Gazzetta
del
Mezzogiorno,
12/5/2002)
Storie
di
braccianti
a
teatro
di
Mara
Mundi
(La
Gazzetta
del
Mezzogiorno,
8/5/2002)
Il
cinema
scende
in
campo
di
Paola
La
Sala
(Viveur,
3/5/2002)
Piva,
regista
dei
nostri
campi
di
Mara
Mundi
(La
Gazzetta
del
Mezzogiorno,
24/3/2002)
La
memoria
che
si
fa
presente
di
Sergio
Imperio
(Protagonisti,
23/3/2002)
"Braccianti":
esordio
bolognese
per
una
storia
di
lavoratori
del Tavoliere
di
Claudio
Gabaldi
(Corriere
del
Mezzogiorno,
26/2/2002)
La
memoria
resta
a
Cambridge
di
Mara
Mundi
(La
Gazzetta
del
Mezzogiorno,
12/2/2002)
Primo
Maggio.
Protagonisti
e
simboli...
recensione
di
Ando
Gilardi
(Progresso
Fotografico,
n.91,
2/1984)
La
memoria
che
resta
recensione
di
Roberto
Cipriani
(La
Critica
Sociologica,
1982-83)
La
memoria
che
resta
recensione
di
Valerio
Montanari (A.I.B.
Bollettino,
1-6/1982)
La
metropoli
arretrata
e
la
provincia
avanzata
di
Lucio
Lombardo
Radice
(Riforma
della
Scuola,
5/1982)
I
braccianti
testimoni
di
Antonio
Ventura
(Cronache
della
Regione
Puglia,
12/1981)
Territorio
e
cultura
di
Antonio
Motta
(Puglia,
21/11/1980)
Venerdì
21
novembre
1980
"LETTURE"
Territorio
e
cultura
di
ANTONIO
MOTTA
La
nascita
agli
inizi
del
'77
dell'Archivio
della
Cultura
di
base
merito
indiscusso
dell'azione
tenace
della
Biblioteca
Provinciale
di
Foggia,
coordinato
da
Giovanni
Rinaldi
e
Paola
Sobrero,
ci
dà
questa
speranza.
Se
lo
scopo
è
di
fare
uscire
le
tradizioni
popolari
e
le
manifestazioni
della
cultura
di
base
dall'equivoco
accademico
e
illustre
o
dagli
schemi
della
«paesanità»
mi
sembra
che
il
centro
si
muova
nella
direzione
giusta
proponendo
un'immagine
'aperta'
del
territorio,
poiché:
«politica
e
cultura
di
un
territorio
sono
anche
le
situazioni
materiali,
il
lavoro,
le
lotte,
le
quotidianità,
la
storia
non
raccontata,
i
miti,
l'espressione
orale
e
gestuale,
le
manifestazioni
politiche
e
religiose
che
sono
memoria
collettiva
e
attualità
storica
di
contadini,
braccianti,
operai».
(in
«Fogli
Volanti»,
1,1977,
p.
3).
A
parte
i
«Fogli
volanti»
che
affiancano
la
ricerca
sul
campo
qui
basterà
ricordare,
tra
l'altro,
la
mostra
fotografica
«Braccianti,
storia
e
cultura»
tenuta
in
occasione
del
ventennale
della
morte
di
Giuseppe
Di
Vittorio,
e
più
recentemente
«Donne
nella
storia:
vita
e
lotte
femminili
del
dopoguerra
ferrarese
e
in
Capitanata»
realizzata
in
collaborazione
con
il
centro
etnografico
ferrarese;
ancora
la
realizzazione
dell'LP
«Il
sole
si
è
fatto
rosso.
Giuseppe
Di
Vittorio»
(Dischi
del
Sole)
che
raccoglie
testimonianze
e
canti;
di
braccianti
e
militanti
di
base
di
Cerignola
e
interventi
di
dirigenti
sindacali
e
politici
nazionali.
È
questo
un
primo
esempio
di
fare
cultura
«dal
basso»,
è
soprattutto
un
esempio
che
dimostra
la
vitalità
delle
culture
periferiche
quando
esse
si
danno
un
volto
proprio
che
non
significhi
necessariamente
dipendenza
dai
modelli
stereotipi
dell'industria
culturale.
(...)
Cronache
della
Regione
Puglia
a.
X,
n.12,
dicembre
1981,
"PUGLIALIBRI"
di
ANTONIO
VENTURA
Vissuto
quotidiano,
mito
e
storia
dei
braccianti
del
Basso
Tavoliere
a
cura
di
G.
Rinaldi
e
P.
Sobrero
Foggia,
Amministrazione
Provinciale
di
Capitanata
1981
pagg.438
Programma
ambizioso
che,
dopo
un
esordio
denso
di
felici
iniziative
a
livello
provinciale
e
regionale,
si
interruppe
definitivamente
nel
1979.
Di
recente
l'Amministrazione
Provinciale
di
Foggia,
ha
voluto
recuperare
quella
ricerca
interrotta
e,
pubblicando
La
memoria
che
resta,
ha
provveduto
a
diffondere
i
testi
e
le
fotografie
che
l'Archivio
nei
suoi
tre
anni
di
attività
ha
raccolto
sulla
storia
e
sulla
cultura
dei
braccianti
in
Capitanata.
l
libro
costituisce,
pertanto,
un
vero
e
proprio
strumento
di
lavoro,
perché,
accanto
alla
ricca
documentazione
fotografica
ed
alla
trascrizione
delle
testimonianze
dei
braccianti
fornisce
una
serie
di
notizie
storico-statistiche
sulla
situazione
socio-economica
del
Tavoliere
dagli
inizi
del
secolo
sino
al
secondo
dopoguerra
(pp.
95-101)
ed
una
circostanziata
cronologia
delle
lotte
bracciantili
in
Capitanata
(pp.
297-356)
che
costituisce
un'utile
introduzione
alla
lettura
dei
documenti.
Mentre,
le
due
bibliografie
sui
braccianti
della
provincia
di
Foggia
(pp.
155-164)
e
su
Giuseppe
Di
Vittorio
(pp.
223-245)
consentono
a
chi
ne
abbia
interesse
di
approfondire
lo
studio
dell'argomento.
Questo
accentramento
delle
popolazioni
agricole
in
vere
e
proprie
città-contadine
è
sempre
stato
un
fenomeno
tipico
della
Capitanata,
dove,
come
giustamente
scrisse
Manlio
Rossi
Doria,
la
presenza
di
un
latifondo
capitalista
nettamente
prevalente
sul
microfondo
contadino,
insufficiente
a
garantire
qualsiasi
forma
di
sussistenza,
portò
alla
formazione
di
grandi
masse
di
lavoratori
che
non
avevano
alcuna
possibilità
di
stabilire
un
rapporto
fisso
con
la
terra.
Si
ammassavano,
quindi,
nelle
città-contadine,
e
vivevano
in
un
ambiente
disumano
per
carenza
di
servizi
igienico-sanitari,
per
alta
mortalità
infantile,
sottonutrizione
ed
analfabetismo,
efficacemente
descritto
nel
1952
da
Giuseppe
Longo
nella
sua
Capitanata
in
marcia,
relazione
destinata
alla
Commissione
parlamentare
d'inchiesta
sulla
disoccupazione.
Su
una
realtà
sociale
tanto
degradata
intervenne
Giuseppe
Di
Vittorio,
il
grande
bracciante,
il
"capocafone"
di
Tommaso
Fiore
tutto
impegnato
"a
redimere
il
popolo
di
formiche",
ad
affermare
la
nuova
civiltà
contadina
e
il
diritto
dei
contadini
alla
vita
civile.
Con
la
sua
azione
ruppe
l'isolamento
dei
braccianti
del
Tavoliere
e
divenne
la
voce
di
tutti
loro.
Fu
lui,
infatti,
che
insegnò
ai
contadini
a
discutere
di
salario,
di
orario,
di
sciopero
e,
organizzando
in
struttura
sindacale
la
lotta
di
classe,
divenne
il
portavoce
con
"quelli
di
Roma"
delle
secolari
esigenze
dei
braccianti
e
fece
sì
che
la
grande
pianura
del
Tavoliere
cessasse
d'essere
la
piaga
della
Puglia,
per
divenire
occasione
di
emancipazione
sociale
e
civile
del
proletariato
agricolo.
TACCUINO
di
LUCIO
LOMBARDO
RADICE
Nel
Sud
e
nelle
Isole
abbiamo
visto
troppe
volte,
ahimè,
crescere
grattacieli
nel
deserto.
Questa
volta,
però,
la
nuova,
grande,
moderna
struttura
funziona
in
modo
intelligente,
moderno,
efficace.
Come
biblioteca
in
senso
stretto
e
«classico»,
innanzi
tutto;
e
ne
fanno
fede
i
cataloghi
di
«fondi
rari»
e
di
manoscritti
che
mi
sono
stati
mandati.
Di
più,
è
stato
organizzato
un
convegno-tavola
rotonda
lo
scorso
anno
attorno
al
volume
«Primo
non
leggere»
di
Barone
e
Petrucci
(Armando
Petrucci,
il
paleografo
della
Università
di
Roma,
è,
se
non
vado
errato,
nativo
della
Capitanata),
pubblicato
con
il
titolo
«Organizzazione
bibliotecaria
e
pubblica
lettura
in
Italia»;
è
già
il
settimo
dei
«Quaderni
della
biblioteca
».
Ma
passiamo
alle
attività
della
Biblioteca
che
più
direttamente
ci
interessano
come
«Riforma
della
scuola».
Nella
intestazione
di
questa
nota
di
taccuino,
abbiamo
scritto:
«Archivio
cultura
di
base».
Che
cosa
è?
E'
una
istituzione
che
si
propone
di
raccogliere
e
salvare
documenti
di
storia
locale
e
di
cultura
popolare;
essa
«può
contare...
sulla
struttura
di
un
"sistema
bibliotecario"
comprendente
53
biblioteche
comunali
e
coordinato
dalla
Biblioteca
provinciale
di
Foggia».
Così
Guido
e
Rino
Pensato,
che
proseguono
mettendo
in
luce
alcuni
risultati
già
conseguiti
dalla
nuova
iniziativa:
«il
recupero
di
materiali
e
documenti
destinati
alla
sparizione
e,
di
riflesso,
il
risvegliarsi
di
un'attenzione
ormai
sopita
per
il
loro
recupero,
la
loro
conservazione
da
parte
di
singoli
e
istituzioni
(le
Camere
del
Lavoro,
per
fare
un
esempio);
...la
documentazione,
attraverso
fotografie,
filmati,
registrazioni
sonore
o
in
videonastri,
ecc.
di
«manifestazioni
della
cultura
popolare
in
Capitanata:
la
ritualità
religiosa...la
ritualità
laico-
politica
a
Cerignola»
(il
"culto"
di
Giuseppe
Di
Vittorio)...la
condizione
e
il
ruolo
della
donna
a
Orsara...la
cultura
bracciantile
sempre
a
Cerignola...».
Un
primo,
grosso,
tangibile
risultato
è
il
volume
«LA
MEMORIA
CHE
RESTA,
vissuto
quotidiano
mito
e
storia
dei
braccianti
del
basso
tavoliere»,
a
cura
di
Giovanni
Rinaldi
e
Paola
Sobrero.
Decine
e
decine
di
testimonianze
orali;
fotografie,
registrazioni
di
storie;
testi
verbali
e
musicali;
un'opera
magnifica.
E,
alla
fine,
per
completare
la
mia
gioia:
«Cultura
popolare,
socializzazione
della
ricerca
e
sperimentazione
didattica».
Incontro
con
studenti
dell'Istituto
agrario;
sperimentazione
didattica
della
IV
D
del
Liceo
Socrate
di
Bari.
Non
posso,
purtroppo,
riferire
sul
lavoro
e
i
risultati
dei
vari
«gruppi»;
il
titolo
della
relazione
di
Mara
Labriola,
«Didattica
della
storia
e
cultura
del
territorio»,
fa
capire
di
che
sì
tratta.
A
livello
superiore,
liceale,
si
tratta
in
definitiva
dello
stesso
orientamento
dì
lavoro
di
Evelina
Pasquotti
a
Pordenone,
di
Giovanni
Biondi
e
Rosetta
Michelotti
a
Pelago
(che
nostalgia
dei
miei
piccoli
amici
toscani),
personaggi
già
comparsi
una
o
più
volte
nei
miei
Taccuini,
in
classi
elementari.
Spero
che
i
foggiani
mi
leggano,
e
contribuiscano
al
«dossier»
sull'insegnamento
della
storia
che
stiamo
preparando
per
il
numero
della
ripresa
autunnale.
«Biblioteca
e
scuola»:
l'iniziativa
della
Biblioteca
provinciale
di
Foggia
non
si
limita
a
riferire
ricerche,
a
offrire
una
bella
Sala
ragazzi.
Avrei
voglia
di
riferire
sulla
iniziativa
«Teatro
-
animazione»
promossa
dalla
Biblioteca,
e
documentata
in
un
volume
a
cura
di
Liliana
De
Ponte
(1979),
che
vorrei
vedere
largamente
diffuso
nella
scuola
obbligatoria.
Ora,
questi
«bibliotecari»
iperattivi
(altro
che
i
classici
«topi»!
sono
loro
che
ti
stanano)
vogliono
stimolare
anche
aggiornamento
e
sperimentazioni
scientifiche
nella
Capitanata;
ed
è
per
questo
che
si
sono
rivolti
al
nostro
laboratorio
di
didattica
delle
scienze,
è
così
che
li
ho
conosciuti.
E
ne
sono
felice.
AIB
Associazione
Italiana
Biblioteche
BOLLETTINO
D'INFORMAZIONI
N.S.
ANNO
XXII,
n.1-2
gennaio-giugno
1982
Recensione
di
VALERIO
MONTANARI
La
memoria
che
resta.
Vissuto
quotidiano,
mito
e
storia
dei
braccianti
del
Basso
Tavoliere.
A
cura
di
Rinaldi
e
Sobrero.
Foggia,
Amministrazione
Provinciale
della
Capitanata,
1981.
440
p.,
58
tav.
La
Biblioteca
provinciale
di
Foggia
con
la
costituzione
di
un
Archivio
della
Cultura
di
Base,
destinato
ad
organizzare
la
«memoria»
delle
classi
subalterne,
tradizionalmente
presente
solo
di
riflesso
accanto
a
quella
delle
classi
egemoni,
ha
intrapreso
una
iniziativa
coraggiosa,
«rara
avis»
nel
panorama
delle
nostre
istituzioni
di
pubblica
lettura.
Il
non
ignorare
che
esiste
una
cultura
popolare
e
una
storia
non
scritta
sui
libri,
chiamarne
in
causa
i
protagonisti,
vuoi
dire
far
svolgere
alla
biblioteca,
che
classifica
e
organizza
le
fonti,
un
ruolo
fondamentale
nella
formazione
e
nell'autoformazione
individuale
e
collettiva,
che
è
uno
dei
temi,
come
sottolineano
nel
loro
acuto
saggio
introduttivo
Guido
e
Pino
Pensato,
su
cui
«si
misura
il
discorso
sul
destino
sociale
e
professionale,
oggi
cosi
incerto,
del
bibliotecario
della
biblioteca
pubblica».
La
parte
centrale
del
lavoro
raccoglie,
infatti,
una
mole
imponente
di
testimonianze
e
documenti
fotografici
inerenti
alle
condizioni
di
vita
e
di
lavoro
dei
braccianti
locali,
offrendo
uno
spaccato
di
storia
sociale
del
nostro
secolo
analizzato
attraverso
i
comportamenti
individuali
e
collettivi
con
quella
forza
evocativa
che
nasce
proprio
dalla
«quotidianità».
I
materiali
sono
disposti
in
maniera
tematica
(II
lavoro
come
esistenza
quotidiana
-
La
comunicazione
orale
formalizzata
-
Giuseppe
Di
Vittorio
-
Lotte
sociali
e
sindacali
nel
secondo
dopoguerra
-
II
Primo
Maggio)
e
al
loro
interno
diacronicamente,
consentendo
di
seguire,
sulla
traccia
delle
note
introduttive
quasi
tutte
dovute
a
Linda
Giuva,
il
divenire
del
racconto
storico
e
riproducendo
la
complementarietà
fra
ricerca
e
intervento,
la
tensione
osmotica
fra
osservatori
e
osservati.
I
saggi
di
Cesare
Bermani
(«Ricerca
militante,
culto
della
personalità
e
simbolismo
laico»),
di
Giovanni
Rinaldi
e
Paola
Sobrero
(«Fonti
orali,
soggettività
e
rappresentazione
nel
rapporto
tra
ricerca,
promozione
culturale
di
base
e
pubbliche
istituzioni.
Resoconto
di
un'esperienza»)
illustrano
perspicuamente
la
metodologia
della
ricerca
e
le
difficoltà
affrontate
nel
tradurre
la
«soggettività»
con
tutte
le
«sfumature
impercettibili
suggerite
e
condizionate
dal
dispiegarsi
del
rapporto».
Non
va,
d'altra
parte,
dimenticato
che
nel
nostro
paese
la
storia
orale,
come
possibilità
di
ricostruire
processi
storici
recenti
utilizzando
non
fonti
d'archivio
ma
fonti
«vive»,
sta
muovendo
i
primi
passi,
diversamente
dai
paesi
anglosassoni
dove
vanta
una
tradizione
ormai
consolidata.
L'ultima
parte
del
volume
rende
conto
sia
della
socializzazione
della
ricerca
sia
della
sperimentazione
didattica
dei
materiali
raccolti:
un
modo
concreto,
quest'ultimo,
di
ricercare
la
verità
storica
ricostruendola
sul
campo
in
quell'area,
«il
territorio»,
che
con
la
sua
cultura
costituisce
una
chiave
per
intendere
nella
loro
intima
struttura
avvenimenti
storici
di
respiro
nazionale.
La
Critica
Sociologica
nn.
63-64,
autunno
inverno
1982-1983
La
memoria
che
resta.
Vissuto
quotidiano,
mito
e
storia
dei
braccianti
del
basso
Tavoliere
Amministrazione
Provinciale
di
Capitanata.
Biblioteca
Provinciale
Foggia.
Archivio
della
Cultura
di
Base,
Foggia,
1981,
pp.
440.
Sta
in
questo
appunto
il
pregio
della
raccolta,
che
mette
insieme
le
testimonianze
di
singoli
e
gruppi,
uomini
e
donne,
giovani
ed
anziani.
Si
giunge
così
ad
un
totale
di
oltre
una
cinquantina
d'interventi,
tutti
debitamente
inquadrati
storicamente
ma
rispettati
nella
loro
spontaneità
(e
magari
contraddittorietà)
ed
appena
commentati
-
in
nota
-
al
fine
di
fornire
gli
elementi
necessari
alla
comprensione
ed
alla
interpretazione
di
taluni
fatti
diversamente
poco
comprensibili
anche
perché
poco
noti.
Si
potrà
magari
obiettare
che
si
tratta
di
un'indagine
«parziale»,
nel
duplice
senso
del
termine,
sia
perché
trae
contenuti
da
specifiche
appartenenze
di
classe
sociale
sia
perché
offre
appena
uno
spaccato
di
una
realtà
invero
più
complessa
ed
articolata.
Eppure
il
lavoro
resta
largamente
meritorio
perché
documenta
per
la
prima
volta,
in
modo
sufficientemente
organico,
tutta
una
storia
individuale
e
sociale
del
bracciantato
di
Capitanata
altrimenti
lasciato
in
ombra
e
senza
punti
chiari
di
riferimento.
PROGRESSO
FOTOGRAFICO
N.
91,
febbraio
1984
a
cura
di
ANDO
GILARDI
della
festa
del
lavoro
a
Cerignola
e
in
Puglia"
documenti
testimonianze
e
immagini
a
cura
di
Giovanni
Rinaldi,
prefazione
di
Renato
Sitti,
introduzione
di
Paola
Sobrero
e
Giovanni
Rinaldi,
ed.
Amministrazione
Comunale
di
Cerignola,
pagg.
180.
E
adesso
dopo
aver
fatto
dello
spirito
a
buon
mercato
sui
cippi
dagherrotipi,
parliamo
bene
di
questo.
Se
lo
merita
essendo
dedicato
a
Giuseppe
Di
Vittorio,
certo
il
più
grande
anarchico
della
storia
dell'anarchia
italiana.
Temo
però
che
al
di
là
di
questo
volume
d'immagini,
non
passerà
alla
storia
dell'anarchia
e
nemmeno
a
quella
del
partito
comunista.
Gli
anarchici
lo
rimproverarono
di
essercisi
iscritto,
i
comunisti,
o
almeno
quelli
che
scrivono
la
loro
storia,
non
gli
perdonano
di
essere
rimasto,
in
fondo,
anarchico.
Resta
comunque
amato
e
ricordato
a
Cerignola,
il
suo
paese
natale,
che
gli
dedica
un
culto
non
direi
politico
ma
piuttosto
contadino.
Lo
si
ricorda
con
riti
di
qualità
arborea,
per
intenderci,
e
lo
si
celebra
come
un
inizio
della
primavera.
Ahimè!
la
bella
stagione
del
riscatto
dei
braccianti,
come
la
sognava
lui
bracciante
fino
alle
midolla,
non
è
venuta.
Non
intendiamo
dire
che
ancor
oggi
i
lavoratori
della
terra
senza
terra
sono
sfruttati
e
vilipesi
come
ai
tempi
suoi.
Un
po'
di
riscatto
è
venuto,
anzi
parecchio
in
certi
casi.
Ma
è
senza
papaveri,
senza
un
briciola
di
canzone.
Tutto
ciò
si
"sente"
in
questo
libro
di
fotografie.
Quelle
degli
anni
'70
sono
a
colori.
Bellissime!
Il
rosso
può
talvolta
essere
candido.
Anzi!
di
questi
tempi
se
non
è
candido
non
è
più
rosso.
Molte
istantanee
riproducono
ritratti
di
Di
Vittorio,
il
grande
anarchico,
rifatti
con
mani
inesperte
ricopiando
fotografie.
Sono
bellissimi.
Quando
morì,
era
segretario
generale
della
Confederazione
del
Lavoro,
la
CGIL,
il
suo
posto
venne
preso
da
un
moderno
sindacalista,
Lama,
che
fuma
sempre
la
pipa.
Sempre!
Alla
sua
morte
questo
creerà
un
problema
angoscioso:
non
si
sa
mai,
alla
base,
se
bisogna
lasciarla
nei
grandi
ritratti
del
Defunto,
oppure
è
meglio
toglierla
perché
fa
un
po'
frivolo
e
poi
i
trapassati
non
fumano.
Visita
la
Fototeca
Storica
Nazionale
Ando
Gilardi,
Milano
Intervista
ad
Ando
Gilardi
(di
Luca
Pagni)
12
febbraio
2002
LA
MEMORIA
RESTA
A
CAMBRIDGE
Scritto
vent'anni
fa
il
libro
che
ha
ispirato
un'opera
teatrale
di
MARA
MUNDI![]()
![]()
26
febbraio
2002
«Braccianti»:
esordio
bolognese
per
una
storia
di
lavoratori
del
Tavoliere
di
CLAUDIO
GABALDI
A
portare
sulla
scena
la
vita
delle
plebi
pugliesi
sarà
Enrico
Messina,
singolare
figura
di
attore
ed
etno-ricercatore.
Nato
a
Foggia
33
anni
fa,
formatesi
al
teatro
del
Sole
di
Milano,
dopo
aver
girato
in
tournée
per
Germania,
Austria,
Svizzera,
Ucraina
e
Francia,
si
è
ammalato
di
mal
d'Africa.
In
Burkina
Faso,
Senegal
e
Costa
d'Avorio
ha
studiato
la
tradizione
orale
del
popolo
mandingo,
affidata
ai
griot
bambara,
cantastorie
erranti,
e
ne
ha
tratto
ispirazione
per
i
suoi
lavori
successivi.
In
questi
giorni
Messina
è
a
Milano,
per
mettere
a
punto
gli
ultimi
dettagli
di
Braccianti.
L'opera
non
ha
ancora
assunto
una
fisionomia
definitiva.
Messina,
infatti,
preferisce
definirla
«progetto».
Un
progetto
che
nasce
da
una
ricerca
antropologica,
effettuata
sul
campo,
o
meglio,
sulle
campagne
daune,
battute
sul
finire
degli
anni
Settanta
da
Paola
Sobrero
e
Giovanni
Rinaldi,
etnologi
per
passione,
e
compilatori
del
volume
La
memoria
che
resta.
Non
tutto
il
materiale
raccolto
è
finito
nel
libro:
fuori
ne
sono
rimasti
filmati
e
registrazioni
sonore,
testimonianze
dirette
dalle
quali
Messina
ha
attinto
abbondantemente:
al
punto
che
una
selezione
vera
e
propria
non
è
ancora
stata
ultimata.
Quello
di
Argelato
sarà,
insomma,
un
primo
tentativo,
un
embrione
di
rappresentazione.
Nel
teatro
verrà
collocato
uno
schermo,
sul
quale
scorreranno
le
immagini
che
correderanno
la
drammatizzazione
vera
e
propria.
Gli
attori
narreranno
storie
come
quella
di
un
salariato
quarantenne
espulso
di
fatto
dal
mercato
del
lavoro
per
far
posto
a
dodicenni,
più
produttivi
e
remissivi.
A
recitare,
oltre
ad
Enrico
Messina,
ci
sarà
anche
Micaela
Sapienza.
«Spero
di
riuscire
a
farne
una
vera
e
propria
produzione
teatrale,
da
portare
in
giro,
magari
a
partire
dalla
prossima
stagione»
racconta
Federico
Toni,
direttore
artistico
di
«Tracce
di
teatro
d'autore».
La
rassegna,
giunta
quest'anno
alla
sesta
edizione,
si
è
sempre
caratterizzata
per
l'attenzione
riservata
all'impegno
civile
degli
autori
che
ospita.
Fra
i
quali,
quest'anno
figura
anche
Marco
Paolini,
con
I-T-G.
Racconto
per
Ustica.
«Marco
Paolini
oggi
è
notissimo,
ma
sino
a
qualche
anno
fa
non
lo
conosceva
praticamente
nessuno
-
continua
Toni
-
E
io
credo
che
per
Messina
sarà
la
stessa
cosa:
la
sua
bravura
esploderà
fra
qualche
anno».
Nell'attesa
Toni
è
alla
ricerca
di
partner
per
produrre
Braccianti.
Potrebbe
trovarli
nel
Dock,
il
centro
servizi
e
documentazioni
multimediali
della
provincia
di
Foggia;
ma
anche
nel
Centro
Etnografico
ferrarese
e
il
Museo
della
civiltà
contadina
di
S.
Marino
di
Bentivoglio
(Bologna).
Come
mai
tanta
attenzione
alla
vita
dei
braccianti
foggiani
da
parte
di
due
istituzioni
culturali
emiliane?
«Perché
abbiamo
riscontrato
forti
somiglianze
nella
storia
dei
proletari
contadini
in
Puglia
ed
in
Emilia»,
spiega
Toni,
«Qui
da
noi,
in
passato,
era
pieno
di
risaie;
e
mi
ricordo
ancora
i
racconti
di
mia
nonna
sulle
condizioni
di
lavoro
e
sullo
sfruttamento
delle
mondine.
Ne
sono
nate
tradizioni
folkloristiche
molto
caratterizzate.
Un
incontro
fra
le
due
culture
è
possibile».![]()
![]()
N.
10,
23
marzo
2002
Teatro
/
Ricerche
antropologiche
LA
MEMORIA
CHE
SI
FA
PRESENTE
Una
ricerca
antropologica
scritta
venti
anni
fa
diventa
opera
teatrale
di
SERGIO
IMPERIO
![]()
![]()
24
aprile
2002
PIVA,
REGISTA
DEI
NOSTRI
CAMPI
In
onda
a
fine
maggio
nel
programma
di
Mirabella
di
MARA
MUNDI
Agli
inizi
della
prossima
settimana,
Piva
sarà
in
Capitanata
per
realizzare
un
documentario
sui
movimenti
bracciantili
che
hanno
interessato
il
nostro
territorio
negli
Anni
Cinquanta.
Il
servizio
andrà
in
onda,
a
fine
maggio,
nel
corso
del
programma
tv
"La
storia
siamo
noi"
di
Michele
Mirabella,
dal
mercoledì"
al
venerdì"
su
rai
tre,
a
partire
dalle
ore
otto."In
questo
periodo,
sto
cercando
materiale
sulle
tensioni
sociali
del
secondo
dopoguerra,
quando
i
più
disperati
lottavano
per
un
fazzoletto
di
terra"
dichiara
Alessandro
Piva
a
"La
Gazzetta".
"Così,
navigando
in
Internet,
mi
sono
imbattuto
nel
libro
La
memoria
che
resta,
pubblicato
dalla
Biblioteca
provinciale
di
Foggia
nel
1981".
Si
tratta
di
una
ricerca
sul
campo,
compiuta
a
quattro
mani
da
Giovanni
Rinaldi
e
Paola
Sobrero,
nelle
campagne
del
Basso
Tavoliere,
per
raccogliere
testimonianze
dirette,
foto
d'epoca,
registrazioni
audio,
canti
sociali
ed
espressioni
teatrali
della
classe
più
umile
e
povera
di
quel
periodo.
L'idea
era
quella
di
costruire
un
archivio
della
cultura
di
base,
per
mantenere
il
filo
di
continuità
con
fatti
ed
eventi
del
vissuto
quotidiano.
Insomma,
raccontare
gli
avvenimenti
di
un'epoca,
con
le
voci
di
chi
ogni
giorno
era
alle
prese
con
il
lavoro
nei
campi,
fatto
di
sudore
e
sacrifici.
Quella
dell'archivio
fu
senzaltro
una
bella
intuizione,
che
purtroppo
dopo
qualche
anno
si
bloccò.
Fu
così
che,
di
tutto
quel
lavoro
di
ricerca,
restò
soltanto
un
libro,
tra
l'altro
diventato
rarissimo:
se
ne
trovano
una
copia
in
Biblioteca
provinciale
e
ben
19
alla
biblioteca
di
Cambridge,
che
allora
ne
fece
richiesta.
"In
440
pagine,
abbiamo
riassunto
circa
770
ore
di
nastro
registrato,
18
mila
scatti
fotografici,
4
mila
e
ducento
diapositive
a
colori
e
200
foto
d'epoca"
spiega
Giovanni
Rinaldi,
che
metterà
a
disposizione
della
troupe
rai
bobine,
documenti
filmati
e
fotografici.
Un'indagine
approfondita,
dunque,
che
rischia
di
perdersi
se
non
verrà
digitalizzata
in
tempi
brevi.
Forte
il
rischio
di
danneggiamenti
ai
nastri
magnetici
e
alle
pellicole.
"Di
questi
tempi,
caratterizzati
da
grandi
scontri
sindacati-governo
sui
temi
del
lavoro,
uno
sguardo
al
passato
potrebbe
mostrare
origini
e
fondamenta
di
questa
Repubblica"
sottolinea
Piva,
che
ricorda
con
affetto
Foggia,
città
natale
della
nonna.
Magari
con
un
film?"può
darsi:
è
nelle
ipotesi
dei
progetti
futuri.
La
Puglia
sarebbe
il
posto
migliore
per
girare
ambientazioni
storiche.
Si
dovrebbe
pensare
ad
una
film
commission,
che
al
pari
delle
altre
regioni,
come
Piemonte,
Lombardia,
Emilia
Romagna
e
Lazio,
offra
servizi
e
convenzioni
per
le
troupe".
Un
suggerimento
che
si
aggiunge
alla
proposta
fatta,
qualche
giorno
fa
ad
Accadia,
da
Lino
Banfi,
per
rilanciare
i
piccoli
Comuni.
Un'idea
da
cogliere
al
volo
per
ritagliarci
uno
spazio
in
un
settore
cinematografico
specifico.
N.18,
A.
X, 3
maggio
2002
di
PAOLA
LA
SALA
L'EVENTO
Le
lotte
bracciantili
che
insanguinarono
l’alto
Tavoliere
agli
inizi
degli
anni
Cinquanta
hanno
ispirato
il
documentario
che
il
regista
Alessandro
Piva
ha
girato
agli
inizi
della
settimana
scorsa
in
Capitanata.
Lo
trasmetterà
Rai
Tre
alla
fine
di
maggio,
ma
Viveur
ne
svela
il
contenuto.
La
storia
siamo
noi
è
il
titolo
della
trasmissione
in
onda
su RAI3
dal
mercoledì
al
venerdì
sera
che,
alla
fine
del
mese
prossimo,
ospiterà
un
documentario
girato
nelle
terre
di
Capitanata
diretto
dal
regista
di
origine
salernitana,
ma
pugliese
d’adozione,
Alessandro
Piva,
autore
un
paio
d’anni
fa
del
fortunato
Lacapagira
che,
del
tutto
inaspettatamente,
si
portò
a
casa
un
David
di
Donatello
come
migliore
opera
prima.
Piva
torna
a
girare,
dunque,
nella
regione
dove
ha
trascorso
l’adolescenza
e la
giovinezza
per
raccontarne
altre
storie,
per
disegnare
le
figure
d’altre
persone,
gente
dalla
faccia
scolpita
nella
pietra
e
nel
sole.
Saranno,
infatti,
le
lotte
bracciantili
degli
anni
Cinquanta
il
tema
che
il
regista
trentaquattrenne
affronterà
nel
suo
documentario,
le
cui
riprese
incominceranno
a
ridosso
del
1
maggio
fra
San
Severo
e le
campagne
circostanti,
quelle
terre,
cioè,
che
furono
teatro
di
scontri
anche
aspri,
come
la
rivolta
di
San
Severo
del
23
marzo
1950
che
ebbe
come
conseguenza
180
arresti
(i
braccianti
tratti
in
arresto
furono
poi
difesi
dall’avvocato
Lelio
Basso,
direttore,
fra
le
altre
cose,
dell’ultima
rivista
antifascista
pubblicata
in
Italia,
Pietre,
e
vittima
anch’egli
di
numerosi
arresti
per
motivi
politici).
Un
periodo,
quello
del
secondo
dopoguerra
nel
meridione
d’Italia,
caratterizzato
da
forti
tensioni
sociali
riguardanti
soprattutto
le
problematiche
del
lavoro
agricolo
e
dei
rapporti
fra
i
braccianti
e il
padrone
che,
come
abbiamo
ricordato
poc’anzi,
sfociarono
in
forti
tensioni;
avvenimenti
di
cui
probabilmente
le
nuove
generazioni
stanno
perdendo
la
memoria.
Memoria
sbiadita
che
occorre
rispolverare,
se
non
altro
per
riportare
alla
luce
un
pezzo
fondamentale
della
nostra
storia,
nemmeno
poi
tanto
lontana,
che
rappresenta
un
momento
nodale
del
passato
di
una
terra
come
la
nostra
attraversata
sempre
da
mille
turbolenze.
"Pane
e
lavoro
era
un
po'
lo
slogan
di
quelle
giornate
di
lotta
e
furore
nelle
nostre
campagne
e
questo
quasi
certamente
sarà
il
titolo
del
documentario
di
Piva,
che
in
una
decina
di
minuti
proverà
a
farne
rivivere
memorie
sicuramente
non
sopite"
Prendendo
spunto
da
un
testo
fondamentale
come
La
memoria
che
resta,
scritto
da Giovanni
Rinaldi
e Paola
Sobrero,
pubblicato
nell’81
dalla
Biblioteca
Provinciale
di
Foggia,
Alessandro
Piva
proverà
a
ricostruire
e a
far
rivivere
con
la
macchina
da
presa
quei
giorni
di
lotta
e di
solidarietà
in
un
periodo
storico
come
questo
che
stiamo
attraversando
nel
quale
il
tema
del
lavoro
e le
stesse
lotte
di
classe
assurgono
a
nuova,
urgente
attualità.
Un’occasione,
dunque,
per
tentare
una
sorta
di
parallelismo
fra
il
passato
e il
presente,
a
buon
diritto
figlio
di
quel
passato;
un
passato,
fra
l’altro,
che
deve
essere
recuperato
e in
un
certo
senso
restituito
ai
giovani
di
oggi.
Pane
e
lavoro
era
un
po’
lo
slogan
di
quelle
giornate
di
lotta
e
furore
nelle
nostre
campagne,
e
questo
quasi
certamente
sarà
anche
il
titolo
del
documentario
di
Piva,
che
in
una
decina
di
minuti
proverà
a
farne
rivivere
memorie
sicuramente
non
sopite
nel
tempo
attraverso
testimonianze
dirette
di
chi
quei
giorni
li
ha
vissuti.
Nel
corso
di
una
piacevole
chiacchierata
con
Alessandro
Piva,
il
regista
ci
spiega
a
grandi
linee
la
genesi
di
un
progetto
che
prenderà
vita
proprio
nelle
prossime
settimane
a
compimento
di
una
sorta
di
predestinazione.
Era
da
tempo,
infatti,
che
raccoglieva
materiale
documentario
riguardante
i
fatti
e i
movimenti
meridionali
di
lotta
degli
anni
fra
il
1948
e il
1950,
periodo
nel
quale,
come
prosegue
lo
stesso
regista,
si
è
giocato
molto
del
destino
del
nostro
Paese.
Si
deve
a
uno
degli
autori
de
La
storia
siamo
noi,
Pasquale
Misuraca,
in
ogni
caso,
l’avvio
vero
e
proprio
del
progetto.
Misuraca,
dopo
averlo
contattato,
infatti,
ha
dato
carta
bianca
circa
la
scelta
dell’argomento
da
trattare
fra
quelli
della
nostra
storia
recente
al
regista
de
Lacapagira;
«per
me
è
stato
quasi
come
rispondere
a un
appello
-
precisa,
- se
non
siamo
noi
autori
della
nuova
generazione
a
occuparci
in
maniera
più
approfondita
di
argomenti
come
questi,
a
chi
spetta
questo
compito?»
La
rivolta
di
San
Severo
del
23
marzo
del
‘50,
per
sedare
la
quale
furono
mobilitati
addirittura
i
carri
armati
dell’esercito,
costituirà
il
nucleo
centrale
del
lavoro
di
Piva,
le
cui
riprese
inizieranno
già
questa
settimana:
si
partirà
da
San
Severo
per
proseguire
via
via
là
dove
la
ricostruzione
porterà,
senza
un
itinerario
ben
preciso,
Ma
il
suo
documentario,
attraverso
varie
testimonianze
di
chi
oggi
lo
vive
quotidianamente,
offrirà
anche
l’occasione
per
analizzare
come
- e
se -
è
in
realtà
cambiato
il
rapporto
con
la
terra
e
con
l’agricoltura
rispetto
a
quello
d’allora.
In
una
manciata
di
minuti,
dunque,
il
giovane
regista
riporterà
alla
luce
un
segmento
fondamentale
della
nostra
storia,
che
ha
visto,
in
particolare,
le
terre
pianeggianti
del
Basso
Tavoliere
fare
da
teatro
alle
lotte
della
povera
gente,
i
cosiddetti
cafoni,
che
su
quelle
zolle
hanno
versato
non
soltanto
il
loro
sudore.
Un’operazione
di
recupero
che
dal
passato
cerca
le
radici
e le
ragioni
del
presente,
con
l’obiettivo
di
contribuire
a
costruire
una
sorta
di
archivio
della
memoria.
STORIE
DI
BRACCIANTI
A
TEATRO
Una
produzione
della
compagnia
"Armamaxa"
di
Belluno
di
MARA
MUNDI
Sono
i
nuovi
braccianti,
quelli
che
arrivano
dall’Africa,
per
lavorare
la
terra,
senza
molti
diritti,
senza
alcuna
pretesa
se
non
quella
di
tirare
a
campare.
Arrivano
anche
dai
Paesi
dell’Est,
con
la
loro
pelle
chiara
che
teme
ancora
di
più
la
palla
di
fuoco,
rossa
e
inclemente.Altri
tempi,
altre
storie.
Fino
a
quindici
anni
fa i
nostri
braccianti
si
davano
appuntamento
davanti
al
teatro
Giordano,
oppure
di
fronte
alla
Prefettura
di
Foggia,
con
la
speranza
di
essere
scelti
per
la
campagna.Passato
e
presente
s’incontrano,
fra
razze
diverse,
volti
stanchi,
miseria
e
rabbia
urlate
in
faccia
ad
una
sorte
iniqua,
che
ti
inchioda
alla
precarietà,
all’insicurezza
di
un
futuro
sempre
più
incalzante.
Storie
che
si
ripetono.
Così,
da
questa
consapevolezza
nasce
il
progetto
"Braccianti",
prodotto
dalla
compagna
teatrale
"Armamaxa"
di
Belluno,
fondata
dal
giovane
attore
foggiano
Enrico
Messina,
insieme
ad
Alberto
Nicolino.
Tradizione
e
tecnologia
si
fondono
nell’iniziativa
promossa
in
collaborazione
con
la
Provincia
di
Bologna,
il
Comune
di
Argelato,
Tracce
di
Teatro
d’Autore
di
Pieve
di
Cento,
il
Centro
Etnografico
Ferrarese
e il
Museo
della
Civiltà
Contadina
di
San
Marino
Bentivoglio.
Una
pedana,
due
grandi
schermi
di
quelli
invisibili,
il
videoproiettore
e il
pubblico
intorno,
a
fare
da
cornice
ai
due
attori,
Enrico
Messina
e
Micaela
Sapienza.
È
il
teatro
della
narrazione,
fatto
di
parola
e di
ascolto,
di
gesti
e di
movimenti
che
accompagnano
il
testo.
Sullo
schermo
appaiono
i
braccianti
della
Capitanata,
che
agli
inizi
degli
Anni
Cinquanta
hanno
lottato
per
una
vita
migliore,
a
colpi
di
insurrezioni
e di
proteste.
Sono
le
testimonianze,
audio
e
video,
raccolte
da
Giovanni
Rinaldi
e
Paola
Sobrero,
autori
del
libro
"La
memoria
che
resta.
Vissuto
quotidiano,
mito
e
storia
dei
braccianti
del
Basso
Tavoliere",
pubblicato
dalla
Biblioteca
Provinciale
di
Foggia
nel
1981.
Dal
passato,
quindi,
tornano
voci
di
gente
comune,
piccoli
rituali
di
ogni
giorno,
antiche
credenze,
sfoghi
contro
i
padroni,
canti
sociali,
liturgie
laico-celebrative.
Esce
da
una
pagina
di
storia
e
arriva
sul
grande
schermo
anche
Giuseppe
Angione,
che
aveva
85
anni
quando,
un
quarto
di
secolo
fa,
raccontò
a
Giovanni
e
Paola
di
quel
tozzo
di
pane
diviso
con
Giuseppe
Di
Vittorio.![]()
![]()
12
maggio
2002
Piva,
sulle
tracce
di
Zatterin
un
documentario
in
Capitanata
di
ANNA LANGONE
foggia «Sono
molto
attratto
dal
mondo
dei
braccianti
foggiani,
dal
loro
lavoro
sulla
terra,
dalle
loro
lotte.
Per
questo
ho
voluto
realizzare
questo
documentario»:
così
Alessandro
Piva
presenta
Pane
e
lavoro,
un
documento
(circa
10
minuti),
girato
nelle
campagne
di
San
Severo,
per
«La
storia
siamo
noi»,
il
programma
di
Raitre
che
lo
manderà
in
onda
il
29
maggio
(ore
20,05).
Il
regista
de Lacapagira
(David
di
Donatello
nel
2000)
ha
lavorato
negli
stessi
luoghi
che
il
23
marzo
1950
fecero
da
cornice
a
una
violenta
protesta
dei
braccianti,
sedata
addirittura
con
l'arrivo
dei
carrarmati
dell'esercito.
«Questo
filmato
-
spiega
il
regista
barese
di
origini
campane
- è
più
che
una
ricostruzione
di
quella
vicenda,
è
un
brivido
che
voglio
comunicare
agli
spettatori,
visto
il
punto
di
partenza
del
mio
lavoro.
Ho
trovato
negli
archivi
Rai
il
servizio
che Ugo
Zatterin
realizzò
in
occasione
della
rivolta
di
San
Severo
ed
ho
riproposto
gli
stessi
luoghi,
per
mostrarne
il
cambiamento
avvenuto
in
cinquant'anni.
Sono
riuscito
a
rintracciare
persino
alcune
delle
persone
che
Zatterin
intervistò
in
quella
circostanza».
«Cicerone»
di
Piva,
aiutato
dalla
Provincia
nel
suo
viaggio
tra
passato
e
presente
di
campi
e
braccianti,
è
stato
Giovanni
Rinaldi,
autore
con Paola
Sobrero
de La
memoria
che
resta
(edito
dalla
Provincia
di
Foggia),
un
testo
che
ha
molto
affascinato
Piva.
«Il
legame
con
la
Puglia
per
me
è
molto
forte
-
dice
il
regista
- è
questo
che
mi
ha
spinto
a
girare
Lacapagira.
Per
lo
stesso
motivo
tornerò
a
girare
la
prossima
estate
in
Puglia,
anche
in
Capitanata».
Un
seguito
de
«Lacapagira»
o
altro?
«Racconterò
una
storia,
che
non
sarà
staccata
dal
contesto
in
cui
la
realizzerò.
Non
farò
certo
un
film
virtuale,
come
alcuni
dei
film
che
vengono
girati
oggi.
In
Puglia,
del
resto,
è
impossibile
staccarsi
da
ciò
che
rappresentano
il
paesaggio,
il
territorio,
con
la
loro
forte
identità».
Le braccianti di
Giuseppe DI VITTORIO
di EMANUELA ANGIULI
Le parole di Savina Barbarossa bracciante di Cerignola, classe 1907, sono
conservate fra i documenti sonori raccolti da due ricercatori, Giovanni Rinaldi
e Paola Sobrero, che a metà degli anni 70 hanno fondato l'Archivio della
Cultura di Base della Biblioteca Provinciale di Foggia, esperienza a dir poco
unica per il rilievo assunto nella costruzione delle fonti orali
demoantropologiche nel panorama delle istituzioni culturali del Mezzogiorno.
Rileggendo oggi il volume pubblicato nel 1981da Rinaldi e Sobrero, mi rendo
conto, per me che cerco le tracce del vissuto femminile nella contemporanea
storiografia pugliese, quanto prezioso sia stato quel lavoro di ricerca
attraverso il quale, dal primo al secondo dopoguerra, le testimonianze di anonimi
protagonisti della stagione delle lotte sindacali e delle rivendicazioni della
terra in Capitanata, prendono voce nella narrazione della Memoria che resta.
Fra i braccianti, i contadini, i mezzadri, i pastori, curatoli, soprastanti e
padroni che ogni giorno riempiono le piazze di Cerignola e il Piano delle Fosse,
che escono ed entrano fra vicoli, portoni, bassi, botteghe, per incontrarsi,
pattuire o emigrare, si muovono le donne, figure di stracci e di fame, pronte a
partire prima dell'alba per le masserie, costrette a tutte le "malearti",
i lavori più duri e degradanti, fissati nei ricordi di Lucia Barbarossa
bracciante per la vita. Anche la percezione dello spazio e del tempo assumono
nella visione memoriale delle contadine il senso indelebile di un'ossessione
dilatata, come se i confini fra luoghi e tempi dell'esistenza avessero perso
qualsiasi scansione rituale. "Facevamo sette otto chilometri a piedi, non
si capiva la campagna quanto era, con i fasci di sarmenti addosso quando
tornavamo." La descrizione del lavoro agricolo fatto da Lucia assomiglia
alla mappa del Tavoliere, attraverso tutte le fasi delle colture "Prima
andavamo alla pungeime - ricorda - cosi chinate a togliere l'erba in mezzo al
grano, stavamo a pulire il grano. Erano malamente i curatoli, i padroni. Avevamo
a Turnesidde che parlava con indecenza, noi chinate culo in aria e quelli, la
vrachetta di quelli appoggiata sotto le donne. Che proprio un giorno mi
fastidiai e dissi "Turnesidde tu te n'a scej proprie da ret'i ffemene se no
me fè scapecerrè". Ci mettevamo la mattina, finivamo di lavorare al
calare del sole. Prima di finire di lavorare ti dovevi dire il rosario a San
Matteo, a San Michele (...) Poi al tabacco, ho fatto 24 anni di tabacco (...)
Poi siamo andati alle pesche, a cogliere le pesche a Cerignola. Poi siamo andati
a fare l'erba, con i fasci addosso con l'erba. Poi andavamo caricando l'acqua e
l'andavamo vendendo, per dare da mangiare a cinque figli (...) abbiamo fatto
tutte le malearti del mondo. E non tenevamo nemmeno il pane. Ce ne siamo andati
in campagna con i pistacchi, coi fichi secchi. Venivi dalla campagna con le robe
bagnate e quelle rimanevano. Le scarpe della campagna tutte rotte e quelle
tenevamo, non ci potevamo cambiare."
Quante erano le cerignolane come lei, fra il 1920 e il 1950? Non esistono stime
precise, duemila e forse di più, costrette a consumare le ore della sera in
case dove spesso convivevano le intimità di tre quattro famiglie
"coricate", separate da qualche tramezzo. "Prima in un letto
marito moglie - sono ancora parole di Lucia - e tutti i figli che tenevi tra i
piedi, cimici, pulci, pidocchi in una casa (...) poi la paglia delle ristoppie
del grano quelle tenevamo per letto. E che prendevamo allora? Quando tornavi
dalla campagna ti andavi a prendere un'alice, i sarachidde compravamo quelle ce
le mettavamo in mezzo al pane, ci mettavamo davanti alla porta e mangiavamo, e
quello era che mangiavamo, che sapevamo la minestra come si mangiava?"
L'apparizione di Giuseppe Di Vittorio, anche lui bambino mandato a pulire il
grano dall'erba, si configura ben presto, anche per le braccianti, un evento
me