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CULTURA POPOLARE  > RASSEGNA STAMPA

  Sangiovanni: "Il mio disco nel nome di Di Vittorio"
     
di Claudio Gabaldi (Corriere del Mezzogiorno, 8 febbraio 2006)

  Canti popolari e lotte contadine
     
di Lucia Lo Priore (Mondimedievali.net, gennaio 2006)

  Un museo dei ricordi
     
di Leonardo P. Aucello (Il Gargano Nuovo, dicembre 2005)

  Quando si lavorava da "buio a buio" 
     
di Marco Rossi (Rassegna Sindacale, n. 37, 13/19 ottobre 2005)

  I braccianti di Puglia. La memoria che resta 
     
di Emanuele Di Nicola (www.100annicgil.it)

  La voce degli esclusi 
     
di Giovanna Zunino (VS-Valore Scuola, n. 14, luglio 2005)

  La lunga stagione di lotte nei campi della protesta 
     
di Sergio Torsello (Nuovo Quotidiano di Puglia, 8/3/2005)
  Compagni, queste sono mazzate pesanti 
     
di Ivan Della Mea (l'Unità, 12/12/2004)

  DELLA MEA La memoria dei braccianti patrimonio dimenticato 
     
di Claudio Gabaldi (Corriere del Mezzogiorno, 22/11/2004)

  Di Vittorio, un coro per dare voce alle lotte del Sud
     
di Michele Trecca (La Gazzetta del Mezzogiorno, 15/2/2003)

  Le braccianti di Giuseppe Di Vittorio
     
di Emanuela Angiuli (Corriere del Mezzogiorno, 9/6/2002)

  Piva, sulle tracce di Zatterin, un documentario in Capitanata
     
di Anna Langone (La Gazzetta del Mezzogiorno, 12/5/2002)
  Storie di braccianti a teatro
     
di Mara Mundi (La Gazzetta del Mezzogiorno, 8/5/2002)
  Il cinema scende in campo
      di Paola La Sala (Viveur, 3/5/2002)
  Piva, regista dei nostri campi
      
di Mara Mundi (La Gazzetta del Mezzogiorno, 24/3/2002)
  La memoria che si fa presente
      
di Sergio Imperio (Protagonisti, 23/3/2002)
  "Braccianti": 
      esordio bolognese per una storia di lavoratori del Tavoliere
      
di Claudio Gabaldi (Corriere del Mezzogiorno, 26/2/2002)
  La memoria resta a Cambridge
     
di Mara Mundi (La Gazzetta del Mezzogiorno, 12/2/2002)
  Primo Maggio. Protagonisti e simboli...
     
recensione di Ando Gilardi (Progresso Fotografico, n.91, 2/1984)
  La memoria che resta 
      recensione di Roberto Cipriani (La Critica Sociologica, 1982-83)
  La memoria che resta 
      recensione di Valerio Montanari (A.I.B. Bollettino, 1-6/1982)
  La metropoli arretrata e la provincia avanzata 
      di Lucio Lombardo Radice (Riforma della Scuola, 5/1982)
  I braccianti testimoni 
      di Antonio Ventura (Cronache della Regione Puglia, 12/1981)

  Territorio e cultura 
      di Antonio Motta (Puglia, 21/11/1980)











 

 

 

 

 

 

 


PUGLIA

PUGLIA 
Venerdì 21 novembre 1980 "LETTURE" 

IN CAPITANATA 
Territorio e cultura
 

di ANTONIO MOTTA 

(...) La Capitanata vive questi problemi da terzo-mondo, ma quest'ultimi anni dà segnali di un bisogno comunicativo straordinario che spinge a conoscere subito e insieme. Laddove l'interesse verso il dato locale, verso quelli che si suole chiamare 'microstoria', perdendo ogni connotazione di puro colore e di curiosità, diventa espressione del vivente e del vissuto. 
La nascita agli inizi del '77 dell'Archivio della Cultura di base merito indiscusso dell'azione tenace della Biblioteca Provinciale di Foggia, coordinato da Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero, ci dà questa speranza. Se lo scopo è di fare uscire le tradizioni popolari e le manifestazioni della cultura di base dall'equivoco accademico e illustre o dagli schemi della «paesanità» mi sembra che il centro si muova nella direzione giusta proponendo un'immagine 'aperta' del territorio, poiché: «politica e cultura di un territorio sono anche le situazioni materiali, il lavoro, le lotte, le quotidianità, la storia non raccontata, i miti, l'espressione orale e gestuale, le manifestazioni politiche e religiose che sono memoria collettiva e attualità storica di contadini, braccianti, operai». (in «Fogli Volanti», 1,1977, p. 3).
A parte i «Fogli volanti» che affiancano la ricerca sul campo qui basterà ricordare, tra l'altro, la mostra fotografica «Braccianti, storia e cultura» tenuta in occasione del ventennale della morte di Giuseppe Di Vittorio, e più recentemente «Donne nella storia: vita e lotte femminili del dopoguerra ferrarese e in Capitanata» realizzata in collaborazione con il centro etnografico ferrarese; ancora la realizzazione dell'LP «Il sole si è fatto rosso. Giuseppe Di Vittorio» (Dischi del Sole) che raccoglie testimonianze e canti; di braccianti e militanti di base di Cerignola e interventi di dirigenti sindacali e politici nazionali. È questo un primo esempio di fare cultura «dal basso», è soprattutto un esempio che dimostra la vitalità delle culture periferiche quando esse si danno un volto proprio che non significhi necessariamente dipendenza dai modelli stereotipi dell'industria culturale. 
(...)


Cronache

Cronache della Regione Puglia
a. X, n.12, dicembre 1981, "PUGLIALIBRI"

I braccianti testimoni

di ANTONIO VENTURA

La memoria che resta 
Vissuto quotidiano, mito e storia dei braccianti del Basso Tavoliere
 
a cura di G. Rinaldi e P. Sobrero 
Foggia, Amministrazione Provinciale di Capitanata 1981 
pagg.438 

Nel 1976 venne istituito presso la Biblioteca Provinciale di Foggia l'Archivio della Cultura di base, per ricercare e raccogliere direttamente sul territorio quei materiali relativi alla tradizione orale e scritta delle classi subalterne, che avrebbero poi dovuto andare a formare, il primo nucleo dell'archivio della fonocineteca provinciale. 
Programma ambizioso che, dopo un esordio denso di felici iniziative a livello provinciale e regionale, si interruppe definitivamente nel 1979. Di recente l'Amministrazione Provinciale di Foggia, ha voluto recuperare quella ricerca interrotta e, pubblicando La memoria che resta, ha provveduto a diffondere i testi e le fotografie che l'Archivio nei suoi tre anni di attività ha raccolto sulla storia e sulla cultura dei braccianti in Capitanata. 

l libro costituisce, pertanto, un vero e proprio strumento di lavoro, perché, accanto alla ricca documentazione fotografica ed alla trascrizione delle testimonianze dei braccianti fornisce una serie di notizie storico-statistiche sulla situazione socio-economica del Tavoliere dagli inizi del secolo sino al secondo dopoguerra (pp. 95-101) ed una circostanziata cronologia delle lotte bracciantili in Capitanata (pp. 297-356) che costituisce un'utile introduzione alla lettura dei documenti. Mentre, le due bibliografie sui braccianti della provincia di Foggia (pp. 155-164) e su Giuseppe Di Vittorio (pp. 223-245) consentono a chi ne abbia interesse di approfondire lo studio dell'argomento. 

La parte più importante ed affascinante del libro resta, però, quella dedicata alla storia contadina del Tavoliere, tutta affidata, nella sua ricostruzione, alla memoria, al racconto, al canto dei protagonisti; cosicché in un mosaico di aneddoti e di testimonianze si snodano le vicende dei braccianti: di coloro che hanno rappresentato non solo la categoria più compatta tra i lavoratori della terra, ma anche la classe sottoposta alle più dure forme di sfruttamento. 

Nelle loro parole calde e sincere, che conservano, però, tutta la rudezza e la forza della zolla, ricorre spesso la memoria della precarietà e della saltuarietà che, insieme al salario insufficiente, hanno sempre caratterizzato il rapporto di lavoro delle masse bracciantili, determinando quelle condizioni di miseria che nel 1909 suscitarono l'indignazione di Enrico Presutti e degli altri commissari estensori per la Puglia dell'inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini nelle province meridionali. La maggior parte dei braccianti viveva in grossi centri rurali - Cerignola, Lucera, San Severo, Torremaggiore, - nei quali si addensava il 93,6% della popolazione residente, mentre il solo 6,4% dimorava in case sparse. 
Questo accentramento delle popolazioni agricole in vere e proprie città-contadine è sempre stato un fenomeno tipico della Capitanata, dove, come giustamente scrisse Manlio Rossi Doria, la presenza di un latifondo capitalista nettamente prevalente sul microfondo contadino, insufficiente a garantire qualsiasi forma di sussistenza, portò alla formazione di grandi masse di lavoratori che non avevano alcuna possibilità di stabilire un rapporto fisso con la terra. Si ammassavano, quindi, nelle città-contadine, e vivevano in un ambiente disumano per carenza di servizi igienico-sanitari, per alta mortalità infantile, sottonutrizione ed analfabetismo, efficacemente descritto nel 1952 da Giuseppe Longo nella sua Capitanata in marcia, relazione destinata alla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla disoccupazione. Su una realtà sociale tanto degradata intervenne Giuseppe Di Vittorio, il grande bracciante, il "capocafone" di Tommaso Fiore tutto impegnato "a redimere il popolo di formiche", ad affermare la nuova civiltà contadina e il diritto dei contadini alla vita civile. Con la sua azione ruppe l'isolamento dei braccianti del Tavoliere e divenne la voce di tutti loro. Fu lui, infatti, che insegnò ai contadini a discutere di salario, di orario, di sciopero e, organizzando in struttura sindacale la lotta di classe, divenne il portavoce con "quelli di Roma" delle secolari esigenze dei braccianti e fece sì che la grande pianura del Tavoliere cessasse d'essere la piaga della Puglia, per divenire occasione di emancipazione sociale e civile del proletariato agricolo. 

Questo, in definitiva, il messaggio di sofferenza e di riscatto affidato dai braccianti a La memoria che resta; il merito dei curatori del libro è di averlo pubblicizzato in un lavoro che, pur non esaurendo la conoscenza dei fenomeni di lotta legati alla presenza di Di Vittorio in Puglia e pur non definendo, in modo compiuto le condizioni sociali dei contadini e la situazione dell'economia agraria pugliese agli inizi del secolo, inaugura, tuttavia, un modo nuovo di scrivere la storia basato sulla interdisciplinarietà della ricerca e sulle fonti orali delle classi subalterne. 


RIFORMA

RIFORMA della SCUOLA, 1982, n.5, pp. 15-16

TACCUINO
di LUCIO LOMBARDO RADICE

La metropoli arretrata e la provincia avanzata

1° aprile. Da Foggia, Biblioteca Provinciale - Archivio cultura di base, è approdato sui mio tavolo del Laboratorio didattico di matematica, all'Istituto «Guido Castelnuovo», un grosso pacco di pubblicazioni. Dirò tra un momento che rapporto c'è tra la didattica della matematica e la Biblioteca di Foggia, diretta dal dottor Angelo Celuzza; comincio però col presentare al lettore questa istituzione e alcune sue iniziative. La Biblioteca ha antiche tradizioni e preziosi fondi; istituita nel 1834, si avvia a compiere il secolo e mezzo di vita. Il 5 ottobre del 1974 è stata inaugurata la nuova sede, così che ora la Provincia della Capitanata ha una «grande e moderna struttura bibliotecaria», come dice il Celuzza in un opuscolo pubblicato per l'occasione; esso fa vedere, in chiare illustrazioni, la razionale distribuzione dei locali nei quattro piani dell'edificio, le diverse Sale (Riunioni, Fondi Speciali, Cataloghi, Consultazione, Adulti, Ragazzi), con più di 500 posti a sedere.
Nel Sud e nelle Isole abbiamo visto troppe volte, ahimè, crescere grattacieli nel deserto. Questa volta, però, la nuova, grande, moderna struttura funziona in modo intelligente, moderno, efficace. Come biblioteca in senso stretto e «classico», innanzi tutto; e ne fanno fede i cataloghi di «fondi rari» e di manoscritti che mi sono stati mandati. Di più, è stato organizzato un convegno-tavola rotonda lo scorso anno attorno al volume «Primo non leggere» di Barone e Petrucci (Armando Petrucci, il paleografo della Università di Roma, è, se non vado errato, nativo della Capitanata), pubblicato con il titolo «Organizzazione bibliotecaria e pubblica lettura in Italia»; è già il settimo dei «Quaderni della biblioteca ». Ma passiamo alle attività della Biblioteca che più direttamente ci interessano come «Riforma della scuola».

Nella intestazione di questa nota di taccuino, abbiamo scritto: «Archivio cultura di base». Che cosa è? E' una istituzione che si propone di raccogliere e salvare documenti di storia locale e di cultura popolare; essa «può contare... sulla struttura di un "sistema bibliotecario" comprendente 53 biblioteche comunali e coordinato dalla Biblioteca provinciale di Foggia». Così Guido e Rino Pensato, che proseguono mettendo in luce alcuni risultati già conseguiti dalla nuova iniziativa: «il recupero di materiali e documenti destinati alla sparizione e, di riflesso, il risvegliarsi di un'attenzione ormai sopita per il loro recupero, la loro conservazione da parte di singoli e istituzioni (le Camere del Lavoro, per fare un esempio); ...la documentazione, attraverso fotografie, filmati, registrazioni sonore o in videonastri, ecc. di «manifestazioni della cultura popolare in Capitanata: la ritualità religiosa...la ritualità laico- politica a Cerignola» (il "culto" di Giuseppe Di Vittorio)...la condizione e il ruolo della donna a Orsara...la cultura bracciantile sempre a Cerignola...».
Un primo, grosso, tangibile risultato è il volume «LA MEMORIA CHE RESTA, vissuto quotidiano mito e storia dei braccianti del basso tavoliere», a cura di Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero. Decine e decine di testimonianze orali; fotografie, registrazioni di storie; testi verbali e musicali; un'opera magnifica.

E, alla fine, per completare la mia gioia: «Cultura popolare, socializzazione della ricerca e sperimentazione didattica». Incontro con studenti dell'Istituto agrario; sperimentazione didattica della IV D del Liceo Socrate di Bari.
Non posso, purtroppo, riferire sul lavoro e i risultati dei vari «gruppi»; il titolo della relazione di Mara Labriola, «Didattica della storia e cultura del territorio», fa capire di che sì tratta. A livello superiore, liceale, si tratta in definitiva dello stesso orientamento dì lavoro di Evelina Pasquotti a Pordenone, di Giovanni Biondi e Rosetta Michelotti a Pelago (che nostalgia dei miei piccoli amici toscani), personaggi già comparsi una o più volte nei miei Taccuini, in classi elementari. Spero che i foggiani mi leggano, e contribuiscano al «dossier» sull'insegnamento della storia che stiamo preparando per il numero della ripresa autunnale. «Biblioteca e scuola»: l'iniziativa della Biblioteca provinciale di Foggia non si limita a riferire ricerche, a offrire una bella Sala ragazzi. Avrei voglia di riferire sulla iniziativa «Teatro - animazione» promossa dalla Biblioteca, e documentata in un volume a cura di Liliana De Ponte (1979), che vorrei vedere largamente diffuso nella scuola obbligatoria.
Ora, questi «bibliotecari» iperattivi (altro che i classici «topi»! sono loro che ti stanano) vogliono stimolare anche aggiornamento e sperimentazioni scientifiche nella Capitanata; ed è per questo che si sono rivolti al nostro laboratorio di didattica delle scienze, è così che li ho conosciuti. E ne sono felice.


AIB

AIB Associazione Italiana Biblioteche
BOLLETTINO D'INFORMAZIONI
N.S. ANNO XXII, n.1-2 gennaio-giugno 1982

Recensione di VALERIO MONTANARI

BIBLIOTECA PROVINCIALE, Foggia.
La memoria che resta. 
Vissuto quotidiano, mito e storia dei braccianti del Basso Tavoliere. 

A cura di Rinaldi e Sobrero. 
Foggia, Amministrazione Provinciale della Capitanata, 1981. 440 p., 58 tav.

La Biblioteca provinciale di Foggia con la costituzione di un Archivio della Cultura di Base, destinato ad organizzare la «memoria» delle classi subalterne, tradizionalmente presente solo di riflesso accanto a quella delle classi egemoni, ha intrapreso una iniziativa coraggiosa, «rara avis» nel panorama delle nostre istituzioni di pubblica lettura. Il non ignorare che esiste una cultura popolare e una storia non scritta sui libri, chiamarne in causa i protagonisti, vuoi dire far svolgere alla biblioteca, che classifica e organizza le fonti, un ruolo fondamentale nella formazione e nell'autoformazione individuale e collettiva, che è uno dei temi, come sottolineano nel loro acuto saggio introduttivo Guido e Pino Pensato, su cui «si misura il discorso sul destino sociale e professionale, oggi cosi incerto, del bibliotecario della biblioteca pubblica».

La parte centrale del lavoro raccoglie, infatti, una mole imponente di testimonianze e documenti fotografici inerenti alle condizioni di vita e di lavoro dei braccianti locali, offrendo uno spaccato di storia sociale del nostro secolo analizzato attraverso i comportamenti individuali e collettivi con quella forza evocativa che nasce proprio dalla «quotidianità». I materiali sono disposti in maniera tematica (II lavoro come esistenza quotidiana - La comunicazione orale formalizzata - Giuseppe Di Vittorio - Lotte sociali e sindacali nel secondo dopoguerra - II Primo Maggio) e al loro interno diacronicamente, consentendo di seguire, sulla traccia delle note introduttive quasi tutte dovute a Linda Giuva, il divenire del racconto storico e riproducendo la complementarietà fra ricerca e intervento, la tensione osmotica fra osservatori e osservati.

I saggi di Cesare Bermani («Ricerca militante, culto della personalità e simbolismo laico»), di Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero («Fonti orali, soggettività e rappresentazione nel rapporto tra ricerca, promozione culturale di base e pubbliche istituzioni. Resoconto di un'esperienza») illustrano perspicuamente la metodologia della ricerca e le difficoltà affrontate nel tradurre la «soggettività» con tutte le «sfumature impercettibili suggerite e condizionate dal dispiegarsi del rapporto». Non va, d'altra parte, dimenticato che nel nostro paese la storia orale, come possibilità di ricostruire processi storici recenti utilizzando non fonti d'archivio ma fonti «vive», sta muovendo i primi passi, diversamente dai paesi anglosassoni dove vanta una tradizione ormai consolidata.

L'ultima parte del volume rende conto sia della socializzazione della ricerca sia della sperimentazione didattica dei materiali raccolti: un modo concreto, quest'ultimo, di ricercare la verità storica ricostruendola sul campo in quell'area, «il territorio», che con la sua cultura costituisce una chiave per intendere nella loro intima struttura avvenimenti storici di respiro nazionale.


La Critica

La Critica Sociologica
nn. 63-64, autunno inverno 1982-1983

Recensione di ROBERTO CIPRIANI

GIOVANNI RINALDI e PAOLA SOBRERO (a cura di).
La memoria che resta.
Vissuto quotidiano, mito e storia dei braccianti del basso Tavoliere

Amministrazione Provinciale di Capitanata. Biblioteca Provinciale Foggia.
Archivio della Cultura di Base, Foggia, 1981, pp. 440.

Questo ampio e documentato volume, frutto di anni di ricerche sul campo da parte di due giovani studiosi usciti dalla scuola del DAMS di Bologna, si inserisce degnamente nel filone di studi che ormai da tempo si vanno conducendo sulla cosiddetta storia orale, cioè di quel vissuto quotidiano che non trova posto nei documenti ufficiali e che però rappresenta la massima parte di ogni esperienza di vita. La ricerca da cui l'opera nasce ha avuto come ambito di riferimento la parte meridionale del cosiddetto Tavoliere delle Puglie ed in particolare il territorio di Cerignola e le zone circostanti. Tale scelta non è casuale perché è proprio qui che sin dagli inizi del novecento comincia a svolgersi una lunga serie di avvenimenti sociali, economici, politici e religiosi che aiutano a capire quali siano stati i rapporti e gli scontri tra le varie forze sociali a confronto. Chiesa e fascismo, anarchici e socialisti, comunisti e braccianti sono i protagonisti di un lunga vicenda che vede in campo i due «Peppino» di Cerignola: Giuseppe di Vittorio e Giuseppe Caradonna, schierati su opposti fronti. Ma, in realtà, più che di uomini noti il libro parla di una folla di personaggi in larga misura mai balzati prima agli «onori» di un testo stampato, che riportasse il loro nome.
Sta in questo appunto il pregio della raccolta, che mette insieme le testimonianze di singoli e gruppi, uomini e donne, giovani ed anziani. Si giunge così ad un totale di oltre una cinquantina d'interventi, tutti debitamente inquadrati storicamente ma rispettati nella loro spontaneità (e magari contraddittorietà) ed appena commentati - in nota - al fine di fornire gli elementi necessari alla comprensione ed alla interpretazione di taluni fatti diversamente poco comprensibili anche perché poco noti. Si potrà magari obiettare che si tratta di un'indagine «parziale», nel duplice senso del termine, sia perché trae contenuti da specifiche appartenenze di classe sociale sia perché offre appena uno spaccato di una realtà invero più complessa ed articolata. Eppure il lavoro resta largamente meritorio perché documenta per la prima volta, in modo sufficientemente organico, tutta una storia individuale e sociale del bracciantato di Capitanata altrimenti lasciato in ombra e senza punti chiari di riferimento.

I risultati, cui il riuscito tentativo di Rinaldi e Sobrero perviene, sono di ordine storico e sociologico insieme, perché la narrazione spazia sì all'indietro nel tempo ma si innesta sul quotidiano contemporaneo, non foss'altro per il fatto che i testimoni del passato lo sono anche rispetto al presente col quale interagiscono, sulla scorta della esperienza trascorsa. Soprattutto la lettura delle diverse testimonianze risulta interessante ed affascinante perché offre squarci imprevedibili sulle condizioni di vita e di lavoro, specialmente attraverso le cosiddette «storie della masseria» ed i canti (quest'ultimi opportunamente provvisti di trascrizione musicale). Non poteva mancare in un contesto siffatto un'esauriente trattazione relativa al ruolo del sindacalista Giuseppe Di Vittorio, che resta un simbolo mitico e carismatico insieme. La sua figura si ricollega altresì alla popolarissima festa del primo maggio, che rappresenta il fulcro dell'autorappresentazione del bracciantato. Nella parte introduttiva al volume piace segnalare il bel saggio di Cesare Bermani su «Ricerca militante, culto della personalità e simbolismo laico». Accompagnano il testo alcune pregevoli foto d'epoca che servono a definire in modo più compiuto l'atmosfera delle circostanze narrate. Fra queste ultime conviene almeno citare alcuni passaggi più significativi: «il Secolo dei Fenomeni» (su avvenimenti di carattere vario: dall'eruzione del Vesuvio all'epidemia di «spagnola»), «la libertà di crepare di fame» (sulle difficoltà di vita e di lavoro), «il filo a sangue» (una sorta di tortura punitiva per un lavoro non eseguito alla perfezione), «il lavoro arbitrario» (quasi uno sciopero alla rovescia).


PROGRESSO FOTOGRAFICO

PROGRESSO FOTOGRAFICO
N. 91, febbraio 1984

LIBRI
a cura di ANDO GILARDI

"Primo maggio, protagonisti e simboli
della festa del lavoro a Cerignola e in Puglia"

documenti testimonianze e immagini a cura di Giovanni Rinaldi,
prefazione di Renato Sitti,
introduzione di Paola Sobrero e Giovanni Rinaldi,
ed. Amministrazione Comunale di Cerignola, pagg. 180.

Sono molti, anzi troppi, i fotolibri pubblicati da pubblici enti per far conoscere, nei limiti miserissimi in cui può riuscirvi l'istantanea, la propria storia, urbanistica, politica o superflua, ovvero la vita di un loro illustre concittadino. Quasi sempre noiosi, chi li sfoglia (chi li sfoglia?) non arriva fino in fondo. Attenzione a non fraintenderci: siamo, sì, reazionari, ma solo fino a un certo punto. Intendiamo scrivere, infatti, che è superflua e noiosa la rappresentazione nell'istantanea fotografica della storia e delle Vite Illustri, non gli eventi e le persone in sé. Un tempo queste umane ma deprimenti celebrazioni si facevano a tre dimensioni: commissionando un busto, oppure un bassorilievo, magari semplicemente una lapide con l'epigrafe dettata da un professore funerografo che si trova con facilità in ogni luogo abitato. Oggi si preferisce un fotolibro: forse costa di meno, forse soddisfa la smania iconografica-documentaria-archiviale di qualche tizio convinto che l'immagine vale mille erma. Bisognerebbe allora inaugurare i fotolibri come quelle: scoprendoli dalla pezza che li nasconde fra commossi battimani, perlomeno dei soci del locale fotoclub...

E adesso dopo aver fatto dello spirito a buon mercato sui cippi dagherrotipi, parliamo bene di questo. Se lo merita essendo dedicato a Giuseppe Di Vittorio, certo il più grande anarchico della storia dell'anarchia italiana. Temo però che al di là di questo volume d'immagini, non passerà alla storia dell'anarchia e nemmeno a quella del partito comunista. Gli anarchici lo rimproverarono di essercisi iscritto, i comunisti, o almeno quelli che scrivono la loro storia, non gli perdonano di essere rimasto, in fondo, anarchico. Resta comunque amato e ricordato a Cerignola, il suo paese natale, che gli dedica un culto non direi politico ma piuttosto contadino. Lo si ricorda con riti di qualità arborea, per intenderci, e lo si celebra come un inizio della primavera. Ahimè! la bella stagione del riscatto dei braccianti, come la sognava lui bracciante fino alle midolla, non è venuta. Non intendiamo dire che ancor oggi i lavoratori della terra senza terra sono sfruttati e vilipesi come ai tempi suoi. Un po' di riscatto è venuto, anzi parecchio in certi casi. Ma è senza papaveri, senza un briciola di canzone.

Tutto ciò si "sente" in questo libro di fotografie. Quelle degli anni '70 sono a colori. Bellissime! Il rosso può talvolta essere candido. Anzi! di questi tempi se non è candido non è più rosso. Molte istantanee riproducono ritratti di Di Vittorio, il grande anarchico, rifatti con mani inesperte ricopiando fotografie. Sono bellissimi. Quando morì, era segretario generale della Confederazione del Lavoro, la CGIL, il suo posto venne preso da un moderno sindacalista, Lama, che fuma sempre la pipa. Sempre! Alla sua morte questo creerà un problema angoscioso: non si sa mai, alla base, se bisogna lasciarla nei grandi ritratti del Defunto, oppure è meglio toglierla perché fa un po' frivolo e poi i trapassati non fumano.

Visita la Fototeca Storica Nazionale Ando Gilardi, Milano
Intervista ad Ando Gilardi (di Luca Pagni)


MARA MUNDI

LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO (La Gazzetta di Capitanata)
12 febbraio 2002

Le storie. Nella prestigiosa università inglese un testo sulla vita dei braccianti del basso Tavoliere
LA MEMORIA RESTA A CAMBRIDGE
Scritto vent'anni fa il libro che ha ispirato un'opera teatrale

di MARA MUNDI

Un pezzo di passato della Capitanata è volato da tempo a Cambridge, nella biblioteca del prestigioso King’s College Centre. Da poco più di vent’anni, diverse copie del libro "La memoria che resta. Vissuto quotidiano, mito e storia dei braccianti del Basso Tavoliere" sono custodite negli scaffali dell’università inglese. Dalle nostre parti, invece, non se ne trova più una in circolazione, mentre diverse iniziative culturali, in tutta Italia, si rifanno al patrimonio culturale rurale raccolto proprio in quelle pagine. Torna d’attualità, dunque, un volume scritto a quattro mani da Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero, nel 1981. La ricerca fra le classi più umili del nostro territorio doveva contribuire alla nascita di un archivio della cultura di base, da organizzare presso la biblioteca provinciale di Foggia sul finire degli Anni Settanta.

Capire la vita dei giorni bui, della fame e della sofferenza, ma anche le immense capacità espressive delle classi popolari attraverso le loro testimonianze dirette. È questo il filo conduttore della pubblicazione: 440 pagine, 58 testi musicali, moltissime foto che ritraggono volti stanchi e case semplici. C’è tutta la religiosità popolare, la liturgia laico-celebrativa, il teatro e lo spettacolo popolare di un tempo. Non mancano le tradizioni orali, la gestualità, l’iconografia, gli usi e le abitudini di un passato ancora troppo vicino. Un passato che non può essere dimenticato così in fretta. Sono i numeri a parlare chiaro: 770 ore di nastro registrato, 18mila scatti fotografici, 4mila e duecento diapositive a colori, 200 foto d’epoca. A tanto ammonta la quantità di materiale reperito e prodotto di cui questo manuale è solo un primo capitolo. Scelta la strada del dialogo: gli uomini e le donne ripescavano liberamente vicende e aneddoti nei loro ricordi.

"L’arnese era la falce che per tagliare il grano bisognava curvarsi di più della zappa lavorando dai dieci dodici ore al giorno sotto quel sole cocente. Lascio immaginare come duole a chi legge, figuriamoci ai lavoratori i quali desideravano che una nuvoletta con un bel venticello coprendo un solo minuto il sole, per godere un po’ di fresco. Per andare a lavorare si doveva andare a piedi e per non consumare scarpe si camminava scalzi, com’era miserabile la vita". Quella di Giuseppe Angione, bracciante, classe 1895, è una delle tante storie raccolte fedelmente nel libro (errori compresi – ndr). Soltanto in alcuni casi, relativi a ricerche particolari, veniva predisposta una serie di domande, che, a seconda delle occasioni, orientava il dialogo. Sono stati raccolti canti religiosi, musiche strumentali e suoni d’ambiente: rumori, grida, lamenti, commenti estemporanei. I lavori sono disposti in maniera tematica, con le note bibliografiche di Linda Giuva (moglie di Massimo D’Alema – ndr): "il lavoro come esistenza quotidiana", "la comunicazione orale formalizzata", "Giuseppe Di Vittorio", "Lotte sociali e sindacali nel II dopoguerra", "Il primo maggio".

Insomma, una gran quantità di fatti ed eventi su un’epoca che ha segnato la nostra storia. Fatti ed eventi raccolti in un libro che ha ispirato l’attore e ricercatore foggiano doc Enrico Messina della compagnia "Armamaxa" di Belluno, alle prese con "Braccianti", un lavoro teatrale sul bracciantato agricolo del Basso Tavoliere. La rappresentazione debutterà il primo marzo ad Argelato, in provincia di Bologna, nell’ambito della rassegna Tracce. I materiali originali contenuti nel volume, inoltre, saranno presto riportati in formato digitale al Centro di Documentazione "Il Dock" della Biblioteca provinciale. Senza dimenticare che, su invito di Giuseppe Cassieri, scrittore e saggista di fama nazionale, Sergio D’Amaro sta lavorando ad un’opera sulla storia culturale del Tavoliere attraverso i canti sociali, politici e di protesta. Molti materiali orali sono tratti dal volume "La memoria che resta", mentre altri, inediti, verranno ricavati dall’archivio di Giovanni Rinaldi, che sarà anche consulente dell’opera. Questi sono soltanto tre dei maggiori esempi di utilizzo del libro, un lavoro che purtroppo – come detto – non è più in circolazione dalle nostre parti.

"Sarebbe opportuna una riedizione" sottolinea Rinaldi. "Perché la memoria che resta, resti sempre anche qui, nella nostra terra".

Vai alla pagina > PROGETTO LA MEMORIA CHE RESTA

 


Gabaldi

CORRIERE DEL MEZZOGIORNO
26 febbraio 2002

UN PROGETTO DELL'ATTORE ENRICO MESSINA 
«Braccianti»: esordio bolognese per una storia di lavoratori del Tavoliere 

di CLAUDIO GABALDI

Cantare il sudore, la fatica, le lotte dei lavoratori agricoli del Tavoliere: è questo l'intento di Braccianti, lo spettacolo che esordirà in anteprima venerdì marzo al teatro comunale di Argelato (Bologna). Quindi, proseguirà per Castello d'Argile, Pieve di Cento, S. Pietro in Casale, Cento: le città emiliane che ospitano «Tracce di teatro d'autore», la rassegna nella quale Braccianti è inserito. 
Da destra: E. Messina e A. Nicolino in "Hruodlandus". Foto di L. CeglieA portare sulla scena la vita delle plebi pugliesi sarà Enrico Messina, singolare figura di attore ed etno-ricercatore. Nato a Foggia 33 anni fa, formatesi al teatro del Sole di Milano, dopo aver girato in tournée per Germania, Austria, Svizzera, Ucraina e Francia, si è ammalato di mal d'Africa. In Burkina Faso, Senegal e Costa d'Avorio ha studiato la tradizione orale del popolo mandingo, affidata ai griot bambara, cantastorie erranti, e ne ha tratto ispirazione per i suoi lavori successivi. In questi giorni Messina è a Milano, per mettere a punto gli ultimi dettagli di Braccianti. L'opera non ha ancora assunto una fisionomia definitiva. Messina, infatti, preferisce definirla «progetto». Un progetto che nasce da una ricerca antropologica, effettuata sul campo, o meglio, sulle campagne daune, battute sul finire degli anni Settanta da Paola Sobrero e Giovanni Rinaldi, etnologi per passione, e compilatori del volume La memoria che resta. Non tutto il materiale raccolto è finito nel libro: fuori ne sono rimasti filmati e registrazioni sonore, testimonianze dirette dalle quali Messina ha attinto abbondantemente: al punto che una selezione vera e propria non è ancora stata ultimata. 
Quello di Argelato sarà, insomma, un primo tentativo, un embrione di rappresentazione. Nel teatro verrà collocato uno schermo, sul quale scorreranno le immagini che correderanno la drammatizzazione vera e propria. Gli attori narreranno storie come quella di un salariato quarantenne espulso di fatto dal mercato del lavoro per far posto a dodicenni, più produttivi e remissivi. A recitare, oltre ad Enrico Messina, ci sarà anche Micaela Sapienza. «Spero di riuscire a farne una vera e propria produzione teatrale, da portare in giro, magari a partire dalla prossima stagione» racconta Federico Toni, direttore artistico di «Tracce di teatro d'autore». La rassegna, giunta quest'anno alla sesta edizione, si è sempre caratterizzata per l'attenzione riservata all'impegno civile degli autori che ospita. Fra i quali, quest'anno figura anche Marco Paolini, con I-T-G. Racconto per Ustica. «Marco Paolini oggi è notissimo, ma sino a qualche anno fa non lo conosceva praticamente nessuno - continua Toni - E io credo che per Messina sarà la stessa cosa: la sua bravura esploderà fra qualche anno». Nell'attesa Toni è alla ricerca di partner per produrre Braccianti. Potrebbe trovarli nel Dock, il centro servizi e documentazioni multimediali della provincia di Foggia; ma anche nel Centro Etnografico ferrarese e il Museo della civiltà contadina di S. Marino di Bentivoglio (Bologna). 
Come mai tanta attenzione alla vita dei braccianti foggiani da parte di due istituzioni culturali emiliane? «Perché abbiamo riscontrato forti somiglianze nella storia dei proletari contadini in Puglia ed in Emilia», spiega Toni, «Qui da noi, in passato, era pieno di risaie; e mi ricordo ancora i racconti di mia nonna sulle condizioni di lavoro e sullo sfruttamento delle mondine. Ne sono nate tradizioni folkloristiche molto caratterizzate. Un incontro fra le due culture è possibile».

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Imperio

PROTAGONISTI
N. 10, 23 marzo 2002


Teatro / Ricerche antropologiche
LA MEMORIA CHE SI FA PRESENTE
Una ricerca antropologica scritta venti anni fa diventa opera teatrale

di SERGIO IMPERIO

Chi trova un libro ben curato trova un tesoro. E' quello che è accaduto all'attore Enrico Messina, a cui è capitato tra le mani "La memoria che resta. Vissuto quotidiano, mito e storia dei braccianti del basso Tavoliere", curato da Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero. Pubblicato ventanni fa nel 1981 nell'ambito dei lavori di ricerca antropologica e di storia orale che miravano alla fine degli anni '70 alla costituzione dell'Archivio della Cultura di Base presso la Biblioteca Provinciale di Foggia. Dopo vent'anni, quasi all'improvviso, da matrici culturali diverse, intrecciandosi attraverso nuove forme culturali spuntano proposte diverse e creative che riutilizzano e ricreano le voci, le storie, le immagini di quel grande libro/archivio sulla storia del nostro territorio e dei suoi protagonisti.

Infatti dal materiale del libro Enrico Messina sta preparando una rappresentazione teatrale che verrà presentata Venerdì 1 Marzo 2002 ad Argelato (BO), in occasione di "Tracce", importante rassegna della ricerca teatrale italiana, come spiega lo stesso Messina: - Ho appena cominciato la preparazione del mio nuovo lavoro, che prende le mosse da "La Memoria che Resta" e da alcuni altri tra i materiali da me richiesti al Dock di Foggia in consultazione, e che, per ora in via provvisoria, chiamo "Braccianti". Uno studio del lavoro in fieri verrà presentato ad Argelato (BO), in occasione di "Tracce", importante rassegna della ricerca teatrale italiana, che ospiterà il mio spettacolo HRUODLANDUS Libera Rotolata Medioevale. Grazie alla sensibilità e all'interesse del Direttore Artistico della rassegna, Federico Toni, in quell'occasione saranno presenti anche i direttori del Centro Etnografico Ferrarese e del Museo della Civiltà Contadina, che si sono detti molto interessati a trovare una via di collaborazione possibile per la realizzazione di Braccianti -.

La pubblicazione era ed è un percorso che mescola vita, memoria, tradizione scritta e orale. Un cammino di ricerca tra diverse generazioni e tipologie espressive comprese in un arco cronologico che va dal primo 900 agli anni 80. Un percorso da vedere, leggere e sentire. Immagini, racconti, canti, testimonianze quotidiane indagate e raccolte in un racconto biografico di una terra e dei suoi uomini. "La memoria che resta" ora si fa azione nel lavoro di Messina, azione che interpreta l'esperienza dell'uomo e della sua terra contro l'amnesia della globalizzazione, affidata all'immaginazione teatrale di un attore-ricercatore, che con il teatro recupera e salva una memoria biografica che è testimonianza di una identità. Una operazione che porta alla luce un racconto di realtà vissuta salvaguardandola dal vuoto, dall'assenza, dall'oblio attraverso tracce e segni di un passato ansioso di futuro. La memoria, l'identità e la moralità degli individui e dei popoli, non si acquisisce, si conquista.

Probabilmente la memoria non è il passato che si ricorda. Essa forse, ci sta di fronte e ci avvolge come un gioco, un gioco teatrale appunto, fonte di informazioni di un tempo al plurale che ci appartiene e che non sempre può considerarsi definitivamente trascorso.

Qual'è, oggi, il senso della memoria che abbiamo come civiltà? Ne abbiamo uno? Ne abbiamo molti? Ne abbiamo bisogno? Come individui e come società, come cultura e come storia, noi siamo ciò che ricordiamo e ciò che dimentichiamo. L'operazione di Messina si oppone all'oblio di un lavoro di cui si rischiava l'oblio. Il lavoro della terra, le memorie e la quotidianità dei braccianti del basso Tavoliere hanno ispirato un lavoro teatrale che si fa azione di passione, presenza costante e non serbatoio di un passato inerte. In lei si giocano i sensi delle vite che si legano e si sciolgono fra loro, nei tempi e nelle storie che ne tessono la rete.

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PIVA1

LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO (Gazzetta di Capitanata)
24 aprile 2002

La storia. L'autore de "Lacapagira" girerà in Capitanata un documentario sui movimenti bracciantili
PIVA, REGISTA DEI NOSTRI CAMPI
In onda a fine maggio nel programma di Mirabella

di MARA MUNDI

Film storici ambientati in provincia di Foggia? La proposta arriva da Alessandro Piva, regista de "Lacapagira", pellicola autoprodotta, girata in economia nei bassifondi baresi, che due anni fa ha vinto il David di Donatello, riscuotendo successi al Festival di Berlino e nelle sale cinematografiche di tutta Italia.
Agli inizi della prossima settimana, Piva sarà in Capitanata per realizzare un documentario sui movimenti bracciantili che hanno interessato il nostro territorio negli Anni Cinquanta. Il servizio andrà in onda, a fine maggio, nel corso del programma tv "La storia siamo noi" di Michele Mirabella, dal mercoledì" al venerdì" su rai tre, a partire dalle ore otto."In questo periodo, sto cercando materiale sulle tensioni sociali del secondo dopoguerra, quando i più disperati lottavano per un fazzoletto di terra" dichiara Alessandro Piva a "La Gazzetta". "Così, navigando in Internet, mi sono imbattuto nel libro La memoria che resta, pubblicato dalla Biblioteca provinciale di Foggia nel 1981". Si tratta di una ricerca sul campo, compiuta a quattro mani da Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero, nelle campagne del Basso Tavoliere, per raccogliere testimonianze dirette, foto d'epoca, registrazioni audio, canti sociali ed espressioni teatrali della classe più umile e povera di quel periodo. L'idea era quella di costruire un archivio della cultura di base, per mantenere il filo di continuità con fatti ed eventi del vissuto quotidiano. Insomma, raccontare gli avvenimenti di un'epoca, con le voci di chi ogni giorno era alle prese con il lavoro nei campi, fatto di sudore e sacrifici. Quella dell'archivio fu senzaltro una bella intuizione, che purtroppo dopo qualche anno si bloccò. Fu così che, di tutto quel lavoro di ricerca, restò soltanto un libro, tra l'altro diventato rarissimo: se ne trovano una copia in Biblioteca provinciale e ben 19 alla biblioteca di Cambridge, che allora ne fece richiesta. "In 440 pagine, abbiamo riassunto circa 770 ore di nastro registrato, 18 mila scatti fotografici, 4 mila e ducento diapositive a colori e 200 foto d'epoca" spiega Giovanni Rinaldi, che metterà a disposizione della troupe rai bobine, documenti filmati e fotografici. Un'indagine approfondita, dunque, che rischia di perdersi se non verrà digitalizzata in tempi brevi. Forte il rischio di danneggiamenti ai nastri magnetici e alle pellicole.

"Ho preso contatti con Rinaldi, subito dopo aver visionato parte del materiale trovato sul web" aggiunge Piva, che già dieci anni fa si dedicò allo studio delle lotte di classe nel meridione. "Passerò il primo maggio fra Cerignola e San Severo, i due centri che, insieme a Lucera e a Torremaggiore, segnarono quel periodo storico, con prese di posizione e uomini di rilievo". Precisi i riferimenti alla rivolta del 23 marzo 1950 a San Severo, che portò all'arresto di 180 persone. Altrettanto chiaro il riferimento alla figura di Giuseppe Di Vittorio. "In quegli anni, la solidarietà di classe era molto sentita, tanto che i figli dei cafoni incarcerati venivano ospitati in altre regioni di Italia da operai e contadini". Successe così anche a Severino Cannelonga, ex parlamentare comunista, ospitato da una famiglia abruzzese, quando il padre Carmine fu accusato di insurrezione armata contro le istituzioni dello Stato, sempre nella primavera del 50.
"Di questi tempi, caratterizzati da grandi scontri sindacati-governo sui temi del lavoro, uno sguardo al passato potrebbe mostrare origini e fondamenta di questa Repubblica" sottolinea Piva, che ricorda con affetto Foggia, città natale della nonna.

Sarà coinvolto anche l'istituto tecnico agrario di San Severo, nello speciale che girerà Alessandro. "Mi piacerebbe contrapporre il vecchio al nuovo, per cercare di cogliere i cambiamenti dell'agricoltura e del suo ruolo nell'economia generale di questi posti". Cosa sanno i ragazzi delle rappresaglie di oltre mezzo secolo fa, dell'assalto alla macelleria, dell'intervento delle forze dell'ordine di Foggia, di quei due anni di carcere e del processo celebrato a Lucera il 4 aprile del 1952? E' probabile che sappiano poco o nulla: tempo fa, Severino Cannelonga tenne una lezione in istituto per raccontare ai giovani quei giorni di rabbia e di sangue. Moltissimi ignoravano del tutto la vicenda, la storia di cinquantanni addietro".

Fa un lungo respiro, Piva, prima di riprendere il suo racconto a "La Gazzetta". "Queste terre custodiscono storie ed avvenimenti che devono arrivare alle nuove generazioni: in tal senso, il Dock - Centro servizi e documentazione multimediale della Provincia di Foggia - potrebbe svolgere un ottimo lavoro. Attraverso Internet, ho conosciuto anche questa struttura, cogliendone le potenzialità". Poi, dopo un'altra pausa, Piva aggiunge: "Io non mi fermo qui". E promette: "Adesso che ho ritrovato il filo, peraltro mai completamente interrotto, con il passato della Puglia e del Sud, cercherò di portare avanti questa ricchezza di esperienze e di vissuto".
Magari con un film?"può darsi: è nelle ipotesi dei progetti futuri. La Puglia sarebbe il posto migliore per girare ambientazioni storiche. Si dovrebbe pensare ad una film commission, che al pari delle altre regioni, come Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Lazio, offra servizi e convenzioni per le troupe".
Un suggerimento che si aggiunge alla proposta fatta, qualche giorno fa ad Accadia, da Lino Banfi, per rilanciare i piccoli Comuni.
Un'idea da cogliere al volo per ritagliarci uno spazio in un settore cinematografico specifico.


PIVA

VIVEUR
N.18, A. X, 3 maggio 2002

IL CINEMA SCENDE IN CAMPO

di PAOLA LA SALA


L'EVENTO
Le lotte bracciantili che insanguinarono l’alto Tavoliere agli inizi degli anni Cinquanta hanno ispirato il documentario che il regista Alessandro Piva ha girato agli inizi della settimana scorsa in Capitanata. Lo trasmetterà Rai Tre alla fine di maggio, ma Viveur ne svela il contenuto.

La storia siamo noi è il titolo della trasmissione in onda su RAI3 dal mercoledì al venerdì sera che, alla fine del mese prossimo, ospiterà un documentario girato nelle terre di Capitanata diretto dal regista di origine salernitana, ma pugliese d’adozione, Alessandro Piva, autore un paio d’anni fa del fortunato Lacapagira che, del tutto inaspettatamente, si portò a casa un David di Donatello come migliore opera prima.
Piva torna a girare, dunque, nella regione dove ha trascorso l’adolescenza e la giovinezza per raccontarne altre storie, per disegnare le figure d’altre persone, gente dalla faccia scolpita nella pietra e nel sole.
Saranno, infatti, le lotte bracciantili degli anni Cinquanta il tema che il regista trentaquattrenne affronterà nel suo documentario, le cui riprese incominceranno a ridosso del 1 maggio fra San Severo e le campagne circostanti, quelle terre, cioè, che furono teatro di scontri anche aspri, come la rivolta di San Severo del 23 marzo 1950 che ebbe come conseguenza 180 arresti (i braccianti tratti in arresto furono poi difesi dall’avvocato Lelio Basso, direttore, fra le altre cose, dell’ultima rivista antifascista pubblicata in Italia, Pietre, e vittima anch’egli di numerosi arresti per motivi politici).
Un periodo, quello del secondo dopoguerra nel meridione d’Italia, caratterizzato da forti tensioni sociali riguardanti soprattutto le problematiche del lavoro agricolo e dei rapporti fra i braccianti e il padrone che, come abbiamo ricordato poc’anzi, sfociarono in forti tensioni; avvenimenti di cui probabilmente le nuove generazioni stanno perdendo la memoria.
Memoria sbiadita che occorre rispolverare, se non altro per riportare alla luce un pezzo fondamentale della nostra storia, nemmeno poi tanto lontana, che rappresenta un momento nodale del passato di una terra come la nostra attraversata sempre da mille turbolenze.

"Pane e lavoro era un po' lo slogan di quelle giornate di lotta e furore nelle nostre campagne e questo quasi certamente sarà il titolo del documentario di Piva, che in una decina di minuti proverà a farne rivivere memorie sicuramente non sopite"

Prendendo spunto da un testo fondamentale come La memoria che resta, scritto da Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero, pubblicato nell’81 dalla Biblioteca Provinciale di Foggia, Alessandro Piva proverà a ricostruire e a far rivivere con la macchina da presa quei giorni di lotta e di solidarietà in un periodo storico come questo che stiamo attraversando nel quale il tema del lavoro e le stesse lotte di classe assurgono a nuova, urgente attualità.
Un’occasione, dunque, per tentare una sorta di parallelismo fra il passato e il presente, a buon diritto figlio di quel passato; un passato, fra l’altro, che deve essere recuperato e in un certo senso restituito ai giovani di oggi.
Pane e lavoro era un po’ lo slogan di quelle giornate di lotta e furore nelle nostre campagne, e questo quasi certamente sarà anche il titolo del documentario di Piva, che in una decina di minuti proverà a farne rivivere memorie sicuramente non sopite nel tempo attraverso testimonianze dirette di chi quei giorni li ha vissuti.
Nel corso di una piacevole chiacchierata con Alessandro Piva, il regista ci spiega a grandi linee la genesi di un progetto che prenderà vita proprio nelle prossime settimane a compimento di una sorta di predestinazione.
Era da tempo, infatti, che raccoglieva materiale documentario riguardante i fatti e i movimenti meridionali di lotta degli anni fra il 1948 e il 1950, periodo nel quale, come prosegue lo stesso regista, si è giocato molto del destino del nostro Paese.
Si deve a uno degli autori de La storia siamo noi, Pasquale Misuraca, in ogni caso, l’avvio vero e proprio del progetto.
Misuraca, dopo averlo contattato, infatti, ha dato carta bianca circa la scelta dell’argomento da trattare fra quelli della nostra storia recente al regista de Lacapagira; «per me è stato quasi come rispondere a un appello - precisa, - se non siamo noi autori della nuova generazione a occuparci in maniera più approfondita di argomenti come questi, a chi spetta questo compito?»
La rivolta di San Severo del 23 marzo del ‘50, per sedare la quale furono mobilitati addirittura i carri armati dell’esercito, costituirà il nucleo centrale del lavoro di Piva, le cui riprese inizieranno già questa settimana: si partirà da San Severo per proseguire via via là dove la ricostruzione porterà, senza un itinerario ben preciso, lasciato al richiamo del cuore, in qualche modo. Partendo da un avvenimento da considerare di portata epocale Piva continua sostenendo che «quello che mi piace raccontare è la microstoria - che si inserisce all’interno di quei fatti, - mi piace anche, da un punto di vista visivo, porre l’accento sul contrasto fra il giallo dei campi e il rosso delle bandiere e del sangue versato», prosegue il regista.
Ma il suo documentario, attraverso varie testimonianze di chi oggi lo vive quotidianamente, offrirà anche l’occasione per analizzare come - e se - è in realtà cambiato il rapporto con la terra e con l’agricoltura rispetto a quello d’allora.
In una manciata di minuti, dunque, il giovane regista riporterà alla luce un segmento fondamentale della nostra storia, che ha visto, in particolare, le terre pianeggianti del Basso Tavoliere fare da teatro alle lotte della povera gente, i cosiddetti cafoni, che su quelle zolle hanno versato non soltanto il loro sudore.
Un’operazione di recupero che dal passato cerca le radici e le ragioni del presente, con l’obiettivo di contribuire a costruire una sorta di archivio della memoria.


MUNDI

LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO
8 maggio 2002

Eventi. Immagini degli anni Cinquanta sullo sfondo della rappresentazione di un autore foggiano
STORIE DI BRACCIANTI A TEATRO
Una produzione della compagnia "Armamaxa" di Belluno

di MARA MUNDI

Fra qualche settimana torneranno nei campi di Palmori: schiene curve, braccia protese, pelle nera che gocciola sudore, offesa da un sole troppo caldo che non vuole saperne di tramontare. Verranno qui, da noi, nonostante la siccità. Torneranno a raccogliere pomodori, verranno nella piana del Tavoliere a riempire casse su casse, per guadagnarsi la giornata. E li vedremo, la sera, stesi sull’erba dei giardini, di fronte alla stazione, tutti presi dai loro discorsi in una lingua che non conosciamo. Una maglia di cotone a fare da cuscino, la busta dei panini appena aperta, una birra fresca a lavare via la stanchezza.
Sono i nuovi braccianti, quelli che arrivano dall’Africa, per lavorare la terra, senza molti diritti, senza alcuna pretesa se non quella di tirare a campare. Arrivano anche dai Paesi dell’Est, con la loro pelle chiara che teme ancora di più la palla di fuoco, rossa e inclemente.Altri tempi, altre storie. Fino a quindici anni fa i nostri braccianti si davano appuntamento davanti al teatro Giordano, oppure di fronte alla Prefettura di Foggia, con la speranza di essere scelti per la campagna.Passato e presente s’incontrano, fra razze diverse, volti stanchi, miseria e rabbia urlate in faccia ad una sorte iniqua, che ti inchioda alla precarietà, all’insicurezza di un futuro sempre più incalzante.
Storie che si ripetono. Così, da questa consapevolezza nasce il progetto "Braccianti", prodotto dalla compagna teatrale "Armamaxa" di Belluno, fondata dal giovane attore foggiano Enrico Messina, insieme ad Alberto Nicolino. Tradizione e tecnologia si fondono nell’iniziativa promossa in collaborazione con la Provincia di Bologna, il Comune di Argelato, Tracce di Teatro d’Autore di Pieve di Cento, il Centro Etnografico Ferrarese e il Museo della Civiltà Contadina di San Marino Bentivoglio. Una pedana, due grandi schermi di quelli invisibili, il videoproiettore e il pubblico intorno, a fare da cornice ai due attori, Enrico Messina e Micaela Sapienza. È il teatro della narrazione, fatto di parola e di ascolto, di gesti e di movimenti che accompagnano il testo. Sullo schermo appaiono i braccianti della Capitanata, che agli inizi degli Anni Cinquanta hanno lottato per una vita migliore, a colpi di insurrezioni e di proteste. Sono le testimonianze, audio e video, raccolte da Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero, autori del libro "La memoria che resta. Vissuto quotidiano, mito e storia dei braccianti del Basso Tavoliere", pubblicato dalla Biblioteca Provinciale di Foggia nel 1981. Dal passato, quindi, tornano voci di gente comune, piccoli rituali di ogni giorno, antiche credenze, sfoghi contro i padroni, canti sociali, liturgie laico-celebrative. Esce da una pagina di storia e arriva sul grande schermo anche Giuseppe Angione, che aveva 85 anni quando, un quarto di secolo fa, raccontò a Giovanni e Paola di quel tozzo di pane diviso con Giuseppe Di Vittorio.

"La nostra idea è quella di creare nuova memoria, perché nessuno dimentichi quello che è successo ai nostri padri, ai nostri nonni e quello che potrebbe accadere ai nostri figli" spiega tutto d’un fiato Enrico, 33 anni e una formazione intensa cominciata poco più di due lustri fa alla scuola di formazione attoriale del teatro del sole di Milano. È stato in Africa, Enrico, fermandosi in Senegal, in Costa d’Avorio e in Burkina Faso. Ha ascoltato le storie della tradizione orale di quei popoli lontani, ha pensato che lui non aveva belle storie da restituire. È tornato nella sua terra, nelle terre daune. Ha cominciato dagli studi sui movimenti bracciantili, ha conosciuto Raffaele Delli Carri, 81 anni, uno degli ultimi terrazzani, con una vita passata a cacciare di frodo in terre che non avrebbe potuto neppure attraversare. "Mi sono scontrato con il nostro passato, ho visto gli occhi celesti di Raffaele, le sue mani e il suo viso scolpiti dalla stanchezza, ho visto il suo sorriso largo, quello che vanta chi è sempre stato libero" racconta Enrico, che in questi giorni ha fatto tappa a Foggia per lavorare al suo progetto, in vista dell’incontro operativo fra tutti i referenti coinvolti, in programma venerdì 10 maggio all’ufficio cultura della Provincia di Bologna. All'incontro parteciperà anche l'assessore alla pubblica istruzione della Provincia di Foggia Anna Maria Carrabba, in vista di una possibile adesione dell'ente di piazza XX Settembre.

Val la pena ricordare, che la settimana scorsa anche il regista Alessandro Piva è stato in Capitanata, per girare un servizio televisivo sui movimenti bracciantili, da mandare in onda nella trasmissione televisiva "La storia siamo noi", su Rai tre.

Le rappresentazioni itineranti verranno allestite nelle scuole, in piazza, nelle biblioteche, nei musei, nei centri di documentazione. Ogni volta, si cercherà di arricchire il lavoro con esperienze dirette vissute dalla gente del posto. Insomma, lo spettacolo viaggia su un canovaccio piuttosto elastico, che di volta in volta si trasforma per ospitare pillole di testimonianze, scelte fra quelle che più si addicono al tema trattato. Non solo testimonianze del passato, quindi, ma anche racconti dei nostri giorni. "Perché la storia si ripete, e i braccianti umili e sfruttati esistono anche oggi, esisteranno anche domani". E fra qualche giorno, i nuovi braccianti arriveranno a popolare la terra di Palmori e mille altre terre in Italia e nel mondo.

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LANGONE

LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO
12 maggio 2002

In onda il 29 maggio su Raitre. Protagonisti i braccianti
Piva, sulle tracce di Zatterin
un documentario in Capitanata
 

di ANNA LANGONE



foggia «Sono molto attratto dal mondo dei braccianti foggiani, dal loro lavoro sulla terra, dalle loro lotte. Per questo ho voluto realizzare questo documentario»: così Alessandro Piva presenta Pane e lavoro, un documento (circa 10 minuti), girato nelle campagne di San Severo, per «La storia siamo noi», il programma di Raitre che lo manderà in onda il 29 maggio (ore 20,05).
Il regista de Lacapagira (David di Donatello nel 2000) ha lavorato negli stessi luoghi che il 23 marzo 1950 fecero da cornice a una violenta protesta dei braccianti, sedata addirittura con l'arrivo dei carrarmati dell'esercito.
«Questo filmato - spiega il regista barese di origini campane - è più che una ricostruzione di quella vicenda, è un brivido che voglio comunicare agli spettatori, visto il punto di partenza del mio lavoro. Ho trovato negli archivi Rai il servizio che Ugo Zatterin realizzò in occasione della rivolta di San Severo ed ho riproposto gli stessi luoghi, per mostrarne il cambiamento avvenuto in cinquant'anni. Sono riuscito a rintracciare persino alcune delle persone che Zatterin intervistò in quella circostanza».
«Cicerone» di Piva, aiutato dalla Provincia nel suo viaggio tra passato e presente di campi e braccianti, è stato Giovanni Rinaldi, autore con Paola Sobrero de La memoria che resta (edito dalla Provincia di Foggia), un testo che ha molto affascinato Piva.
«Il legame con la Puglia per me è molto forte - dice il regista - è questo che mi ha spinto a girare Lacapagira. Per lo stesso motivo tornerò a girare la prossima estate in Puglia, anche in Capitanata».
Un seguito de «Lacapagira» o altro?
«Racconterò una storia, che non sarà staccata dal contesto in cui la realizzerò. Non farò certo un film virtuale, come alcuni dei film che vengono girati oggi. In Puglia, del resto, è impossibile staccarsi da ciò che rappresentano il paesaggio, il territorio, con la loro forte identità».


ANGIULI

CORRIERE DEL MEZZOGIORNO
9 GIUGNO 2002

Donne di Puglia Voci femminili raccontano la stagione delle lotte sindacali e delle rivendicazioni della terra fra il primo e il secondo dopoguerra in Capitanata
Le braccianti di Giuseppe DI VITTORIO

di EMANUELA ANGIULI

"Quando mori Di Vittorio, due giorni andai a Roma, si, due giorni. Stava da qua [scoperto dalla vita in su] come se fosse che stava a dormire, con la testa lui cosi, con la cravatta rossa. Eh, mi uccisi la vita mia sempre a piangere. Piglia e dicevano: "E che è? Che ti è?", Che mi è? Mi è compagno! Che mi è?! mi è compagno!" notte e giorno sempre a piangere e non me ne volevo venire. E poi facemmo il corteo là. Non si finiva mai. Qua la bara e qua io. Dissi: "Andatevene che io devo andare appresso alla bara". Mi misi vicino alla carrozza (...) Quelli come camminavano, i fiori li menavano e camminava sopra, Di Vittorio. Da Cerignola scasò tutta Cerignola. Quanti pulmann che partirono da Cerignola! Uuuh! Femmine, bambini, tutti da Di Vittorio, tutti là. E quelli dicevano: "Tu sei passata la prima volta [davanti alla bara]", i compagni, "E adesso devo passare di nuovo. Non mi dite niente che se no vi rompo la faccia" dissi io "Io devo passare. Lo devo vedere."
Le parole di Savina Barbarossa bracciante di Cerignola, classe 1907, sono conservate fra i documenti sonori raccolti da due ricercatori, Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero, che a metà degli anni 70 hanno fondato l'Archivio della Cultura di Base della Biblioteca Provinciale di Foggia, esperienza a dir poco unica per il rilievo assunto nella costruzione delle fonti orali demoantropologiche nel panorama delle istituzioni culturali del Mezzogiorno. Rileggendo oggi il volume pubblicato nel 1981da Rinaldi e Sobrero, mi rendo conto, per me che cerco le tracce del vissuto femminile nella contemporanea storiografia pugliese, quanto prezioso sia stato quel lavoro di ricerca attraverso il quale, dal primo al secondo dopoguerra, le testimonianze di anonimi protagonisti della stagione delle lotte sindacali e delle rivendicazioni della terra in Capitanata, prendono voce nella narrazione della Memoria che resta.
Fra i braccianti, i contadini, i mezzadri, i pastori, curatoli, soprastanti e padroni che ogni giorno riempiono le piazze di Cerignola e il Piano delle Fosse, che escono ed entrano fra vicoli, portoni, bassi, botteghe, per incontrarsi, pattuire o emigrare, si muovono le donne, figure di stracci e di fame, pronte a partire prima dell'alba per le masserie, costrette a tutte le "malearti", i lavori più duri e degradanti, fissati nei ricordi di Lucia Barbarossa bracciante per la vita. Anche la percezione dello spazio e del tempo assumono nella visione memoriale delle contadine il senso indelebile di un'ossessione dilatata, come se i confini fra luoghi e tempi dell'esistenza avessero perso qualsiasi scansione rituale. "Facevamo sette otto chilometri a piedi, non si capiva la campagna quanto era, con i fasci di sarmenti addosso quando tornavamo." La descrizione del lavoro agricolo fatto da Lucia assomiglia alla mappa del Tavoliere, attraverso tutte le fasi delle colture "Prima andavamo alla pungeime - ricorda - cosi chinate a togliere l'erba in mezzo al grano, stavamo a pulire il grano. Erano malamente i curatoli, i padroni. Avevamo a Turnesidde che parlava con indecenza, noi chinate culo in aria e quelli, la vrachetta di quelli appoggiata sotto le donne. Che proprio un giorno mi fastidiai e dissi "Turnesidde tu te n'a scej proprie da ret'i ffemene se no me fè scapecerrè". Ci mettevamo la mattina, finivamo di lavorare al calare del sole. Prima di finire di lavorare ti dovevi dire il rosario a San Matteo, a San Michele (...) Poi al tabacco, ho fatto 24 anni di tabacco (...) Poi siamo andati alle pesche, a cogliere le pesche a Cerignola. Poi siamo andati a fare l'erba, con i fasci addosso con l'erba. Poi andavamo caricando l'acqua e l'andavamo vendendo, per dare da mangiare a cinque figli (...) abbiamo fatto tutte le malearti del mondo. E non tenevamo nemmeno il pane. Ce ne siamo andati in campagna con i pistacchi, coi fichi secchi. Venivi dalla campagna con le robe bagnate e quelle rimanevano. Le scarpe della campagna tutte rotte e quelle tenevamo, non ci potevamo cambiare."
Quante erano le cerignolane come lei, fra il 1920 e il 1950? Non esistono stime precise, duemila e forse di più, costrette a consumare le ore della sera in case dove spesso convivevano le intimità di tre quattro famiglie "coricate", separate da qualche tramezzo. "Prima in un letto marito moglie - sono ancora parole di Lucia - e tutti i figli che tenevi tra i piedi, cimici, pulci, pidocchi in una casa (...) poi la paglia delle ristoppie del grano quelle tenevamo per letto. E che prendevamo allora? Quando tornavi dalla campagna ti andavi a prendere un'alice, i sarachidde compravamo quelle ce le mettavamo in mezzo al pane, ci mettavamo davanti alla porta e mangiavamo, e quello era che mangiavamo, che sapevamo la minestra come si mangiava?"
L'apparizione di Giuseppe Di Vittorio, anche lui bambino mandato a pulire il grano dall'erba, si configura ben presto, anche per le braccianti, un evento me