presentazione
CULTURA
POPOLARE
>
RASSEGNA
STAMPA
PUGLIA IN
CAPITANATA (...)
La
Capitanata
vive
questi
problemi
da
terzo-mondo,
ma
quest'ultimi
anni
dà
segnali
di
un
bisogno
comunicativo
straordinario
che
spinge
a
conoscere
subito
e
insieme.
Laddove
l'interesse
verso
il
dato
locale,
verso
quelli
che
si
suole
chiamare
'microstoria',
perdendo
ogni
connotazione
di
puro
colore
e
di
curiosità,
diventa
espressione
del
vivente
e
del
vissuto.
I
braccianti
testimoni
La
memoria
che
resta Nel
1976
venne
istituito
presso
la
Biblioteca
Provinciale
di
Foggia
l'Archivio
della
Cultura
di
base,
per
ricercare
e
raccogliere
direttamente
sul
territorio
quei
materiali
relativi
alla
tradizione
orale
e
scritta
delle
classi
subalterne,
che
avrebbero
poi
dovuto
andare
a
formare,
il
primo
nucleo
dell'archivio
della
fonocineteca
provinciale. La
parte
più
importante
ed
affascinante
del
libro
resta,
però,
quella
dedicata
alla
storia
contadina
del
Tavoliere,
tutta
affidata,
nella
sua
ricostruzione,
alla
memoria,
al
racconto,
al
canto
dei
protagonisti;
cosicché
in
un
mosaico
di
aneddoti
e
di
testimonianze
si
snodano
le
vicende
dei
braccianti:
di
coloro
che
hanno
rappresentato
non
solo
la
categoria
più
compatta
tra
i
lavoratori
della
terra,
ma
anche
la
classe
sottoposta
alle
più
dure
forme
di
sfruttamento.
Nelle
loro
parole
calde
e
sincere,
che
conservano,
però,
tutta
la
rudezza
e
la
forza
della
zolla,
ricorre
spesso
la
memoria
della
precarietà
e
della
saltuarietà
che,
insieme
al
salario
insufficiente,
hanno
sempre
caratterizzato
il
rapporto
di
lavoro
delle
masse
bracciantili,
determinando
quelle
condizioni
di
miseria
che
nel
1909
suscitarono
l'indignazione
di
Enrico
Presutti
e
degli
altri
commissari
estensori
per
la
Puglia
dell'inchiesta
parlamentare
sulle
condizioni
dei
contadini
nelle
province
meridionali.
La
maggior
parte
dei
braccianti
viveva
in
grossi
centri
rurali
-
Cerignola,
Lucera,
San
Severo,
Torremaggiore,
-
nei
quali
si
addensava
il
93,6%
della
popolazione
residente,
mentre
il
solo
6,4%
dimorava
in
case
sparse. Questo,
in
definitiva,
il
messaggio
di
sofferenza
e
di
riscatto
affidato
dai
braccianti
a
La
memoria
che
resta;
il
merito
dei
curatori
del
libro
è
di
averlo
pubblicizzato
in
un
lavoro
che,
pur
non
esaurendo
la
conoscenza
dei
fenomeni
di
lotta
legati
alla
presenza
di
Di
Vittorio
in
Puglia
e
pur
non
definendo,
in
modo
compiuto
le
condizioni
sociali
dei
contadini
e
la
situazione
dell'economia
agraria
pugliese
agli
inizi
del
secolo,
inaugura,
tuttavia,
un
modo
nuovo
di
scrivere
la
storia
basato
sulla
interdisciplinarietà
della
ricerca
e
sulle
fonti
orali
delle
classi
subalterne.
RIFORMA
della
SCUOLA, 1982,
n.5,
pp.
15-16
La
metropoli
arretrata
e
la
provincia
avanzata 1°
aprile.
Da
Foggia,
Biblioteca
Provinciale
-
Archivio
cultura
di
base,
è
approdato
sui
mio
tavolo
del
Laboratorio
didattico
di
matematica,
all'Istituto
«Guido
Castelnuovo»,
un
grosso
pacco
di
pubblicazioni.
Dirò
tra
un
momento
che
rapporto
c'è
tra
la
didattica
della
matematica
e
la
Biblioteca
di
Foggia,
diretta
dal
dottor
Angelo
Celuzza;
comincio
però
col
presentare
al
lettore
questa
istituzione
e
alcune
sue
iniziative.
La
Biblioteca
ha
antiche
tradizioni
e
preziosi
fondi;
istituita
nel
1834,
si
avvia
a
compiere
il
secolo
e
mezzo
di
vita.
Il
5
ottobre
del
1974
è
stata
inaugurata
la
nuova
sede,
così
che
ora
la
Provincia
della
Capitanata
ha
una
«grande
e
moderna
struttura
bibliotecaria»,
come
dice
il
Celuzza
in
un
opuscolo
pubblicato
per
l'occasione;
esso
fa
vedere,
in
chiare
illustrazioni,
la
razionale
distribuzione
dei
locali
nei
quattro
piani
dell'edificio,
le
diverse
Sale
(Riunioni,
Fondi
Speciali,
Cataloghi,
Consultazione,
Adulti,
Ragazzi),
con
più
di
500
posti
a
sedere.
BIBLIOTECA
PROVINCIALE,
Foggia.
Recensione
di
ROBERTO
CIPRIANI GIOVANNI
RINALDI
e
PAOLA
SOBRERO
(a
cura
di).
Questo
ampio
e
documentato
volume,
frutto
di
anni
di
ricerche
sul
campo
da
parte
di
due
giovani
studiosi
usciti
dalla
scuola
del
DAMS
di
Bologna,
si
inserisce
degnamente
nel
filone
di
studi
che
ormai
da
tempo
si
vanno
conducendo
sulla
cosiddetta
storia
orale,
cioè
di
quel
vissuto
quotidiano
che
non
trova
posto
nei
documenti
ufficiali
e
che
però
rappresenta
la
massima
parte
di
ogni
esperienza
di
vita.
La
ricerca
da
cui
l'opera
nasce
ha
avuto
come
ambito
di
riferimento
la
parte
meridionale
del
cosiddetto
Tavoliere
delle
Puglie
ed
in
particolare
il
territorio
di
Cerignola
e
le
zone
circostanti.
Tale
scelta
non
è
casuale
perché
è
proprio
qui
che
sin
dagli
inizi
del
novecento
comincia
a
svolgersi
una
lunga
serie
di
avvenimenti
sociali,
economici,
politici
e
religiosi
che
aiutano
a
capire
quali
siano
stati
i
rapporti
e
gli
scontri
tra
le
varie
forze
sociali
a
confronto.
Chiesa
e
fascismo,
anarchici
e
socialisti,
comunisti
e
braccianti
sono
i
protagonisti
di
un
lunga
vicenda
che
vede
in
campo
i
due
«Peppino»
di
Cerignola:
Giuseppe
di
Vittorio
e
Giuseppe
Caradonna,
schierati
su
opposti
fronti.
Ma,
in
realtà,
più
che
di
uomini
noti
il
libro
parla
di
una
folla
di
personaggi
in
larga
misura
mai
balzati
prima
agli
«onori»
di
un
testo
stampato,
che
riportasse
il
loro
nome.
I
risultati,
cui
il
riuscito
tentativo
di
Rinaldi
e
Sobrero
perviene,
sono
di
ordine
storico
e
sociologico
insieme,
perché
la
narrazione
spazia
sì
all'indietro
nel
tempo
ma
si
innesta
sul
quotidiano
contemporaneo,
non
foss'altro
per
il
fatto
che
i
testimoni
del
passato
lo
sono
anche
rispetto
al
presente
col
quale
interagiscono,
sulla
scorta
della
esperienza
trascorsa.
Soprattutto
la
lettura
delle
diverse
testimonianze
risulta
interessante
ed
affascinante
perché
offre
squarci
imprevedibili
sulle
condizioni
di
vita
e
di
lavoro,
specialmente
attraverso
le
cosiddette
«storie
della
masseria»
ed
i
canti
(quest'ultimi
opportunamente
provvisti
di
trascrizione
musicale).
Non
poteva
mancare
in
un
contesto
siffatto
un'esauriente
trattazione
relativa
al
ruolo
del
sindacalista
Giuseppe
Di
Vittorio,
che
resta
un
simbolo
mitico
e
carismatico
insieme.
La
sua
figura
si
ricollega
altresì
alla
popolarissima
festa
del
primo
maggio,
che
rappresenta
il
fulcro
dell'autorappresentazione
del
bracciantato.
Nella
parte
introduttiva
al
volume
piace
segnalare
il
bel
saggio
di
Cesare
Bermani
su
«Ricerca
militante,
culto
della
personalità
e
simbolismo
laico».
Accompagnano
il
testo
alcune
pregevoli
foto
d'epoca
che
servono
a
definire
in
modo
più
compiuto
l'atmosfera
delle
circostanze
narrate.
Fra
queste
ultime
conviene
almeno
citare
alcuni
passaggi
più
significativi:
«il
Secolo
dei
Fenomeni»
(su
avvenimenti
di
carattere
vario:
dall'eruzione
del
Vesuvio
all'epidemia
di
«spagnola»),
«la
libertà
di
crepare
di
fame»
(sulle
difficoltà
di
vita
e
di
lavoro),
«il
filo
a
sangue»
(una
sorta
di
tortura
punitiva
per
un
lavoro
non
eseguito
alla
perfezione),
«il
lavoro
arbitrario»
(quasi
uno
sciopero
alla
rovescia).
LIBRI
"Primo
maggio,
protagonisti
e
simboli
Sono
molti,
anzi
troppi,
i
fotolibri
pubblicati
da
pubblici
enti
per
far
conoscere,
nei
limiti
miserissimi
in
cui
può
riuscirvi
l'istantanea,
la
propria
storia,
urbanistica,
politica
o
superflua,
ovvero
la
vita
di
un
loro
illustre
concittadino.
Quasi
sempre
noiosi,
chi
li
sfoglia
(chi
li
sfoglia?)
non
arriva
fino
in
fondo.
Attenzione
a
non
fraintenderci:
siamo,
sì,
reazionari,
ma
solo
fino
a
un
certo
punto.
Intendiamo
scrivere,
infatti,
che
è
superflua
e
noiosa
la
rappresentazione
nell'istantanea
fotografica
della
storia
e
delle
Vite
Illustri,
non
gli
eventi
e
le
persone
in
sé.
Un
tempo
queste
umane
ma
deprimenti
celebrazioni
si
facevano
a
tre
dimensioni:
commissionando
un
busto,
oppure
un
bassorilievo,
magari
semplicemente
una
lapide
con
l'epigrafe
dettata
da
un
professore
funerografo
che
si
trova
con
facilità
in
ogni
luogo
abitato.
Oggi
si
preferisce
un
fotolibro:
forse
costa
di
meno,
forse
soddisfa
la
smania
iconografica-documentaria-archiviale
di
qualche
tizio
convinto
che
l'immagine
vale
mille
erma.
Bisognerebbe
allora
inaugurare
i
fotolibri
come
quelle:
scoprendoli
dalla
pezza
che
li
nasconde
fra
commossi
battimani,
perlomeno
dei
soci
del
locale
fotoclub...
LA
GAZZETTA
DEL
MEZZOGIORNO
(La
Gazzetta
di
Capitanata) Le
storie.
Nella
prestigiosa
università
inglese
un
testo
sulla
vita
dei
braccianti
del
basso
Tavoliere Un
pezzo
di
passato
della
Capitanata
è
volato
da
tempo
a
Cambridge,
nella
biblioteca
del
prestigioso
King’s
College
Centre.
Da
poco
più
di
vent’anni,
diverse
copie
del
libro
"La
memoria
che
resta.
Vissuto
quotidiano,
mito
e
storia
dei
braccianti
del
Basso
Tavoliere"
sono
custodite
negli
scaffali
dell’università
inglese.
Dalle
nostre
parti,
invece,
non
se
ne
trova
più
una
in
circolazione,
mentre
diverse
iniziative
culturali,
in
tutta
Italia,
si
rifanno
al
patrimonio
culturale
rurale
raccolto
proprio
in
quelle
pagine.
Torna
d’attualità,
dunque,
un
volume
scritto
a
quattro
mani
da
Giovanni
Rinaldi
e
Paola
Sobrero,
nel
1981.
La
ricerca
fra
le
classi
più
umili
del
nostro
territorio
doveva
contribuire
alla
nascita
di
un
archivio
della
cultura
di
base,
da
organizzare
presso
la
biblioteca
provinciale
di
Foggia
sul
finire
degli
Anni
Settanta. Capire
la
vita
dei
giorni
bui,
della
fame
e
della
sofferenza,
ma
anche
le
immense
capacità
espressive
delle
classi
popolari
attraverso
le
loro
testimonianze
dirette.
È
questo
il
filo
conduttore
della
pubblicazione:
440
pagine,
58
testi
musicali,
moltissime
foto
che
ritraggono
volti
stanchi
e
case
semplici.
C’è
tutta
la
religiosità
popolare,
la
liturgia
laico-celebrativa,
il
teatro
e
lo
spettacolo
popolare
di
un
tempo.
Non
mancano
le
tradizioni
orali,
la
gestualità,
l’iconografia,
gli
usi
e
le
abitudini
di
un
passato
ancora
troppo
vicino.
Un
passato
che
non
può
essere
dimenticato
così
in
fretta.
Sono
i
numeri
a
parlare
chiaro:
770
ore
di
nastro
registrato,
18mila
scatti
fotografici,
4mila
e
duecento
diapositive
a
colori,
200
foto
d’epoca.
A
tanto
ammonta
la
quantità
di
materiale
reperito
e
prodotto
di
cui
questo
manuale
è
solo
un
primo
capitolo.
Scelta
la
strada
del
dialogo:
gli
uomini
e
le
donne
ripescavano
liberamente
vicende
e
aneddoti
nei
loro
ricordi. "L’arnese
era
la
falce
che
per
tagliare
il
grano
bisognava
curvarsi
di
più
della
zappa
lavorando
dai
dieci
dodici
ore
al
giorno
sotto
quel
sole
cocente.
Lascio
immaginare
come
duole
a
chi
legge,
figuriamoci
ai
lavoratori
i
quali
desideravano
che
una
nuvoletta
con
un
bel
venticello
coprendo
un
solo
minuto
il
sole,
per
godere
un
po’
di
fresco.
Per
andare
a
lavorare
si
doveva
andare
a
piedi
e
per
non
consumare
scarpe
si
camminava
scalzi,
com’era
miserabile
la
vita".
Quella
di
Giuseppe
Angione,
bracciante,
classe
1895,
è
una
delle
tante
storie
raccolte
fedelmente
nel
libro
(errori
compresi
–
ndr).
Soltanto
in
alcuni
casi,
relativi
a
ricerche
particolari,
veniva
predisposta
una
serie
di
domande,
che,
a
seconda
delle
occasioni,
orientava
il
dialogo.
Sono
stati
raccolti
canti
religiosi,
musiche
strumentali
e
suoni
d’ambiente:
rumori,
grida,
lamenti,
commenti
estemporanei.
I
lavori
sono
disposti
in
maniera
tematica,
con
le
note
bibliografiche
di
Linda
Giuva
(moglie
di
Massimo
D’Alema
–
ndr):
"il
lavoro
come
esistenza
quotidiana",
"la
comunicazione
orale
formalizzata",
"Giuseppe
Di
Vittorio",
"Lotte
sociali
e
sindacali
nel
II
dopoguerra",
"Il
primo
maggio". Insomma,
una
gran
quantità
di
fatti
ed
eventi
su
un’epoca
che
ha
segnato
la
nostra
storia.
Fatti
ed
eventi
raccolti
in
un
libro
che
ha
ispirato
l’attore
e
ricercatore
foggiano
doc
Enrico
Messina
della
compagnia
"Armamaxa"
di
Belluno,
alle
prese
con
"Braccianti",
un
lavoro
teatrale
sul
bracciantato
agricolo
del
Basso
Tavoliere.
La
rappresentazione
debutterà
il
primo
marzo
ad
Argelato,
in
provincia
di
Bologna,
nell’ambito
della
rassegna
Tracce.
I
materiali
originali
contenuti
nel
volume,
inoltre,
saranno
presto
riportati
in
formato
digitale
al
Centro
di
Documentazione
"Il
Dock"
della
Biblioteca
provinciale.
Senza
dimenticare
che,
su
invito
di
Giuseppe
Cassieri,
scrittore
e
saggista
di
fama
nazionale,
Sergio
D’Amaro
sta
lavorando
ad
un’opera
sulla
storia
culturale
del
Tavoliere
attraverso
i
canti
sociali,
politici
e
di
protesta.
Molti
materiali
orali
sono
tratti
dal
volume
"La
memoria
che
resta",
mentre
altri,
inediti,
verranno
ricavati
dall’archivio
di
Giovanni
Rinaldi,
che
sarà
anche
consulente
dell’opera.
Questi
sono
soltanto
tre
dei
maggiori
esempi
di
utilizzo
del
libro,
un
lavoro
che
purtroppo
–
come
detto
–
non
è
più
in
circolazione
dalle
nostre
parti. "Sarebbe
opportuna
una
riedizione"
sottolinea
Rinaldi.
"Perché
la
memoria
che
resta,
resti
sempre
anche
qui,
nella
nostra
terra". Vai
alla
pagina
>
PROGETTO
LA
MEMORIA
CHE
RESTA
CORRIERE
DEL
MEZZOGIORNO UN
PROGETTO
DELL'ATTORE
ENRICO
MESSINA
Cantare
il
sudore,
la
fatica,
le
lotte
dei
lavoratori
agricoli
del
Tavoliere:
è
questo
l'intento
di
Braccianti,
lo
spettacolo
che
esordirà
in
anteprima
venerdì
marzo
al
teatro
comunale
di
Argelato
(Bologna).
Quindi,
proseguirà
per
Castello
d'Argile,
Pieve
di
Cento,
S.
Pietro
in
Casale,
Cento:
le
città
emiliane
che
ospitano
«Tracce
di
teatro
d'autore»,
la
rassegna
nella
quale
Braccianti
è
inserito. Vai
alla
pagina
>
PROGETTO
LA
MEMORIA
CHE
RESTA
PROTAGONISTI Chi
trova
un
libro
ben
curato
trova
un
tesoro.
E'
quello
che
è
accaduto
all'attore
Enrico
Messina,
a
cui
è
capitato
tra
le
mani
"La
memoria
che
resta.
Vissuto
quotidiano,
mito
e
storia
dei
braccianti
del
basso
Tavoliere",
curato
da
Giovanni
Rinaldi
e
Paola
Sobrero.
Pubblicato
ventanni
fa
nel
1981
nell'ambito
dei
lavori
di
ricerca
antropologica
e
di
storia
orale
che
miravano
alla
fine
degli
anni
'70
alla
costituzione
dell'Archivio
della
Cultura
di
Base
presso
la
Biblioteca
Provinciale
di
Foggia.
Dopo
vent'anni,
quasi
all'improvviso,
da
matrici
culturali
diverse,
intrecciandosi
attraverso
nuove
forme
culturali
spuntano
proposte
diverse
e
creative
che
riutilizzano
e
ricreano
le
voci,
le
storie,
le
immagini
di
quel
grande
libro/archivio
sulla
storia
del
nostro
territorio
e
dei
suoi
protagonisti. Infatti
dal
materiale
del
libro
Enrico
Messina
sta
preparando
una
rappresentazione
teatrale
che
verrà
presentata
Venerdì
1
Marzo
2002
ad
Argelato
(BO),
in
occasione
di
"Tracce",
importante
rassegna
della
ricerca
teatrale
italiana,
come
spiega
lo
stesso
Messina:
-
Ho
appena
cominciato
la
preparazione
del
mio
nuovo
lavoro,
che
prende
le
mosse
da
"La
Memoria
che
Resta"
e
da
alcuni
altri
tra
i
materiali
da
me
richiesti
al
Dock
di
Foggia
in
consultazione,
e
che,
per
ora
in
via
provvisoria,
chiamo
"Braccianti".
Uno
studio
del
lavoro
in
fieri
verrà
presentato
ad
Argelato
(BO),
in
occasione
di
"Tracce",
importante
rassegna
della
ricerca
teatrale
italiana,
che
ospiterà
il
mio
spettacolo
HRUODLANDUS
Libera
Rotolata
Medioevale.
Grazie
alla
sensibilità
e
all'interesse
del
Direttore
Artistico
della
rassegna,
Federico
Toni,
in
quell'occasione
saranno
presenti
anche
i
direttori
del
Centro
Etnografico
Ferrarese
e
del
Museo
della
Civiltà
Contadina,
che
si
sono
detti
molto
interessati
a
trovare
una
via
di
collaborazione
possibile
per
la
realizzazione
di
Braccianti
-. La
pubblicazione
era
ed
è
un
percorso
che
mescola
vita,
memoria,
tradizione
scritta
e
orale.
Un
cammino
di
ricerca
tra
diverse
generazioni
e
tipologie
espressive
comprese
in
un
arco
cronologico
che
va
dal
primo
900
agli
anni
80.
Un
percorso
da
vedere,
leggere
e
sentire.
Immagini,
racconti,
canti,
testimonianze
quotidiane
indagate
e
raccolte
in
un
racconto
biografico
di
una
terra
e
dei
suoi
uomini.
"La
memoria
che
resta"
ora
si
fa
azione
nel
lavoro
di
Messina,
azione
che
interpreta
l'esperienza
dell'uomo
e
della
sua
terra
contro
l'amnesia
della
globalizzazione,
affidata
all'immaginazione
teatrale
di
un
attore-ricercatore,
che
con
il
teatro
recupera
e
salva
una
memoria
biografica
che
è
testimonianza
di
una
identità.
Una
operazione
che
porta
alla
luce
un
racconto
di
realtà
vissuta
salvaguardandola
dal
vuoto,
dall'assenza,
dall'oblio
attraverso
tracce
e
segni
di
un
passato
ansioso
di
futuro.
La
memoria,
l'identità
e
la
moralità
degli
individui
e
dei
popoli,
non
si
acquisisce,
si
conquista. Probabilmente
la
memoria
non
è
il
passato
che
si
ricorda.
Essa
forse,
ci
sta
di
fronte
e
ci
avvolge
come
un
gioco,
un
gioco
teatrale
appunto,
fonte
di
informazioni
di
un
tempo
al
plurale
che
ci
appartiene
e
che
non
sempre
può
considerarsi
definitivamente
trascorso. Qual'è,
oggi,
il
senso
della
memoria
che
abbiamo
come
civiltà?
Ne
abbiamo
uno?
Ne
abbiamo
molti?
Ne
abbiamo
bisogno?
Come
individui
e
come
società,
come
cultura
e
come
storia,
noi
siamo
ciò
che
ricordiamo
e
ciò
che
dimentichiamo.
L'operazione
di
Messina
si
oppone
all'oblio
di
un
lavoro
di
cui
si
rischiava
l'oblio.
Il
lavoro
della
terra,
le
memorie
e
la
quotidianità
dei
braccianti
del
basso
Tavoliere
hanno
ispirato
un
lavoro
teatrale
che
si
fa
azione
di
passione,
presenza
costante
e
non
serbatoio
di
un
passato
inerte.
In
lei
si
giocano
i
sensi
delle
vite
che
si
legano
e
si
sciolgono
fra
loro,
nei
tempi
e
nelle
storie
che
ne
tessono
la
rete. Vai
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>
PROGETTO
LA
MEMORIA
CHE
RESTA
LA
GAZZETTA
DEL
MEZZOGIORNO
(Gazzetta
di
Capitanata) La
storia.
L'autore
de
"Lacapagira"
girerà
in
Capitanata
un
documentario
sui
movimenti
bracciantili Film
storici
ambientati
in
provincia
di
Foggia?
La
proposta
arriva
da
Alessandro
Piva,
regista
de
"Lacapagira",
pellicola
autoprodotta,
girata
in
economia
nei
bassifondi
baresi,
che
due
anni
fa
ha
vinto
il
David
di
Donatello,
riscuotendo
successi
al
Festival
di
Berlino
e
nelle
sale
cinematografiche
di
tutta
Italia. "Ho
preso
contatti
con
Rinaldi,
subito
dopo
aver
visionato
parte
del
materiale
trovato
sul
web"
aggiunge
Piva,
che
già
dieci
anni
fa
si
dedicò
allo
studio
delle
lotte
di
classe
nel
meridione.
"Passerò
il
primo
maggio
fra
Cerignola
e
San
Severo,
i
due
centri
che,
insieme
a
Lucera
e a
Torremaggiore,
segnarono
quel
periodo
storico,
con
prese
di
posizione
e
uomini
di
rilievo".
Precisi
i
riferimenti
alla
rivolta
del
23
marzo
1950
a
San
Severo,
che
portò
all'arresto
di
180
persone.
Altrettanto
chiaro
il
riferimento
alla
figura
di
Giuseppe
Di
Vittorio.
"In
quegli
anni,
la
solidarietà
di
classe
era
molto
sentita,
tanto
che
i
figli
dei
cafoni
incarcerati
venivano
ospitati
in
altre
regioni
di
Italia
da
operai
e
contadini".
Successe
così
anche
a
Severino
Cannelonga,
ex
parlamentare
comunista,
ospitato
da
una
famiglia
abruzzese,
quando
il
padre
Carmine
fu
accusato
di
insurrezione
armata
contro
le
istituzioni
dello
Stato,
sempre
nella
primavera
del
50. Sarà
coinvolto
anche
l'istituto
tecnico
agrario
di
San
Severo,
nello
speciale
che
girerà
Alessandro.
"Mi
piacerebbe
contrapporre
il
vecchio
al
nuovo,
per
cercare
di
cogliere
i
cambiamenti
dell'agricoltura
e
del
suo
ruolo
nell'economia
generale
di
questi
posti".
Cosa
sanno
i
ragazzi
delle
rappresaglie
di
oltre
mezzo
secolo
fa,
dell'assalto
alla
macelleria,
dell'intervento
delle
forze
dell'ordine
di
Foggia,
di
quei
due
anni
di
carcere
e
del
processo
celebrato
a
Lucera
il 4
aprile
del
1952?
E'
probabile
che
sappiano
poco
o
nulla:
tempo
fa,
Severino
Cannelonga
tenne
una
lezione
in
istituto
per
raccontare
ai
giovani
quei
giorni
di
rabbia
e di
sangue.
Moltissimi
ignoravano
del
tutto
la
vicenda,
la
storia
di
cinquantanni
addietro". Fa
un
lungo
respiro,
Piva,
prima
di
riprendere
il
suo
racconto
a
"La
Gazzetta".
"Queste
terre
custodiscono
storie
ed
avvenimenti
che
devono
arrivare
alle
nuove
generazioni:
in
tal
senso,
il
Dock
-
Centro
servizi
e
documentazione
multimediale
della
Provincia
di
Foggia
-
potrebbe
svolgere
un
ottimo
lavoro.
Attraverso
Internet,
ho
conosciuto
anche
questa
struttura,
cogliendone
le
potenzialità".
Poi,
dopo
un'altra
pausa,
Piva
aggiunge:
"Io
non
mi
fermo
qui".
E
promette:
"Adesso
che
ho
ritrovato
il
filo,
peraltro
mai
completamente
interrotto,
con
il
passato
della
Puglia
e
del
Sud,
cercherò
di
portare
avanti
questa
ricchezza
di
esperienze
e di
vissuto".
VIVEUR IL
CINEMA
SCENDE
IN
CAMPO LA
GAZZETTA
DEL
MEZZOGIORNO Eventi.
Immagini
degli
anni
Cinquanta
sullo
sfondo
della
rappresentazione
di
un
autore
foggiano Fra
qualche
settimana
torneranno
nei
campi
di
Palmori:
schiene
curve,
braccia
protese,
pelle
nera
che
gocciola
sudore,
offesa
da
un
sole
troppo
caldo
che
non
vuole
saperne
di
tramontare.
Verranno
qui,
da
noi,
nonostante
la
siccità.
Torneranno
a
raccogliere
pomodori,
verranno
nella
piana
del
Tavoliere
a
riempire
casse
su
casse,
per
guadagnarsi
la
giornata.
E li
vedremo,
la
sera,
stesi
sull’erba
dei
giardini,
di
fronte
alla
stazione,
tutti
presi
dai
loro
discorsi
in
una
lingua
che
non
conosciamo.
Una
maglia
di
cotone
a
fare
da
cuscino,
la
busta
dei
panini
appena
aperta,
una
birra
fresca
a
lavare
via
la
stanchezza. "La
nostra
idea
è
quella
di
creare
nuova
memoria,
perché
nessuno
dimentichi
quello
che
è
successo
ai
nostri
padri,
ai
nostri
nonni
e
quello
che
potrebbe
accadere
ai
nostri
figli"
spiega
tutto
d’un
fiato
Enrico,
33
anni
e
una
formazione
intensa
cominciata
poco
più
di
due
lustri
fa
alla
scuola
di
formazione
attoriale
del
teatro
del
sole
di
Milano.
È
stato
in
Africa,
Enrico,
fermandosi
in
Senegal,
in
Costa
d’Avorio
e in
Burkina
Faso.
Ha
ascoltato
le
storie
della
tradizione
orale
di
quei
popoli
lontani,
ha
pensato
che
lui
non
aveva
belle
storie
da
restituire.
È
tornato
nella
sua
terra,
nelle
terre
daune.
Ha
cominciato
dagli
studi
sui
movimenti
bracciantili,
ha
conosciuto
Raffaele
Delli
Carri,
81
anni,
uno
degli
ultimi
terrazzani,
con
una
vita
passata
a
cacciare
di
frodo
in
terre
che
non
avrebbe
potuto
neppure
attraversare.
"Mi
sono
scontrato
con
il
nostro
passato,
ho
visto
gli
occhi
celesti
di
Raffaele,
le
sue
mani
e il
suo
viso
scolpiti
dalla
stanchezza,
ho
visto
il
suo
sorriso
largo,
quello
che
vanta
chi
è
sempre
stato
libero"
racconta
Enrico,
che
in
questi
giorni
ha
fatto
tappa
a
Foggia
per
lavorare
al
suo
progetto,
in
vista
dell’incontro
operativo
fra
tutti
i
referenti
coinvolti,
in
programma
venerdì
10
maggio
all’ufficio
cultura
della
Provincia
di
Bologna.
All'incontro
parteciperà
anche
l'assessore
alla
pubblica
istruzione
della
Provincia
di
Foggia
Anna
Maria
Carrabba,
in
vista
di
una
possibile
adesione
dell'ente
di
piazza
XX
Settembre. Val
la
pena
ricordare,
che
la
settimana
scorsa
anche
il
regista
Alessandro
Piva
è
stato
in
Capitanata,
per
girare
un
servizio
televisivo
sui
movimenti
bracciantili,
da
mandare
in
onda
nella
trasmissione
televisiva
"La
storia
siamo
noi",
su
Rai
tre. Le
rappresentazioni
itineranti
verranno
allestite
nelle
scuole,
in
piazza,
nelle
biblioteche,
nei
musei,
nei
centri
di
documentazione.
Ogni
volta,
si
cercherà
di
arricchire
il
lavoro
con
esperienze
dirette
vissute
dalla
gente
del
posto.
Insomma,
lo
spettacolo
viaggia
su
un
canovaccio
piuttosto
elastico,
che
di
volta
in
volta
si
trasforma
per
ospitare
pillole
di
testimonianze,
scelte
fra
quelle
che
più
si
addicono
al
tema
trattato.
Non
solo
testimonianze
del
passato,
quindi,
ma
anche
racconti
dei
nostri
giorni.
"Perché
la
storia
si
ripete,
e i
braccianti
umili
e
sfruttati
esistono
anche
oggi,
esisteranno
anche
domani".
E
fra
qualche
giorno,
i
nuovi
braccianti
arriveranno
a
popolare
la
terra
di
Palmori
e
mille
altre
terre
in
Italia
e
nel
mondo. Vai
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PROGETTO
LA
MEMORIA
CHE
RESTA
LA
GAZZETTA
DEL
MEZZOGIORNO In
onda
il
29
maggio
su
Raitre.
Protagonisti
i
braccianti CORRIERE DEL MEZZOGIORNO Donne
di Puglia Voci femminili raccontano la
stagione delle lotte sindacali e delle rivendicazioni della terra fra il primo e
il secondo dopoguerra in Capitanata "Quando
mori Di Vittorio, due giorni andai a Roma, si, due giorni. Stava da qua
[scoperto dalla vita in su] come se fosse che stava a dormire, con la testa lui
cosi, con la cravatta rossa. Eh, mi uccisi la vita mia sempre a piangere. Piglia
e dicevano: "E che è? Che ti è?", Che mi è? Mi è compagno! Che mi
è?! mi è compagno!" notte e giorno sempre a piangere e non me ne volevo
venire. E poi facemmo il corteo là. Non si finiva mai. Qua la bara e qua io.
Dissi: "Andatevene che io devo andare appresso alla bara". Mi misi
vicino alla carrozza (...) Quelli come camminavano, i fiori li menavano e
camminava sopra, Di Vittorio. Da Cerignola scasò tutta Cerignola. Quanti
pulmann che partirono da Cerignola! Uuuh! Femmine, bambini, tutti da Di
Vittorio, tutti là. E quelli dicevano: "Tu sei passata la prima volta
[davanti alla bara]", i compagni, "E adesso devo passare di nuovo. Non
mi dite niente che se no vi rompo la faccia" dissi io "Io devo
passare. Lo devo vedere." LA GAZZETTA
DEL MEZZOGIORNO «Ori di Puglia», domani
DI VITTORIO, Sergio D'Amaro di San Marco in Lamis
(Foggia) è studioso e poeta. Si è occupato, in particolare, di Carlo Levi e
con Gigliola de Donato ne ha allestito la biografia (Un torinese del Sud,
Baldini & Castoldi, 2001). Sta per pubblicare un nuovo volume di versi (Beatles).
Nel lavoro di analisi e documentazione dei Canti del Tavoliere ha
riversato sia la puntigliosa competenza del filologo sia la passione del critico
militante da sempre attento a certa letteratura marginale del sud, come le
scritture popolari ed emigratorie. «Il Tavoliere - ci dice Sergio D'Amaro
- ha cantato l'epopea di lotte e sofferenze proletarie fin dalle origini dello
scontro di classe nelle campagne, dalla fine dell'800 in poi. Furono soprattutto
il Partito socialista e poi il movimento sindacale a canalizzare la protesta e
il senso di solidarietà che costituiva il leitmotiv di questa
produzione. Prima della Grande Guerra il canto politico nel Tavoliere, alternato
al motteggio e alla strofetta satirica, veniva usato anche per caratterizzare le
competizioni elettorali che opponevano l'esponente socialista a quello liberale
o conservatore o "pagnottista". La svolta si ebbe negli anni 1920 e
'30, quando la forte personalità di Giuseppe Di Vittorio catalizzò le masse
bracciantili del Basso Tavoliere, consentendogli un salto di coscienza politica
e di dignità umana. Il passaggio nella "masseria" fu troppo forte per
lasciare inerte l'energia sentimentale ed espressiva delle generazioni del primo
'900». Com'era la vita nella «masseria»? Qual è la specificità dei canti del
Tavoliere rispetto a quelli di altre realtà contadine? Si può parlare di temi
e schemi ricorrenti? Giuseppe Di Vittorio capì l'importanza
del canto bracciantile e lo incentivò. In che modo? Con quali obiettivi e
risultati? I canti del Tavoliere - come per esempio
tanta poesia dialettale - hanno anche valore artistico o solo antropologico e
politico? Diciamolo... Si può dire, quindi, che Matteo
Salvatore e i Cantori di Carpino abbiano ravvivato e innovato la tradizione dei
canti popolari?
CORRIERE DEL MEZZOGIORNO (Corriere della Sera) TORNA IN UNA NUOVA EDIZIONE UN
FONDAMENTALE STUDIO CONDOTTO "SUL CAMPO" IN CAPITANATA
Domani pomeriggio (ore 18) nella
Biblioteca provinciale di Santa Teresa dei Maschi a Bari sarà presentata la
nuova edizione di La memoria che resta. Vita quotidiana, mito e storia dei
braccianti nel Tavoliere di Puglia (edizioni Aramire’) il volume che Giovanni
Rinaldi e Paola Sobrero trassero da una lunga indagine antropologica sul campo
condotta negli anni Settanta e che torna oggi arricchito da un nuovo saggio
introduttivo e da una prefazione di Alessandro Piva, da tempo impegnato con
Rinaldi nel Progetto di un film sui braccianti del Foggiano. Il libro sarà
presentato da Emanuela Angiuli, Ivan Della Mea e Luigi Quaranta.
NUOVO
QUOTIDIANO DI PUGLIA La nuova edizione de "La memoria
che resta" sulle storie dei braccianti nel Tavoliere di Puglia Ecco il grande libro dei
braccianti del Tavoliere. Quattrocento pagine costruite attorno a sessanta
narrazioni di lavoratori della terra, cinquantatre canti di lavoro e di
protesta, centoquaranta foto. Testimonianze che raccontano storie di vita ai
limiti della sussistenza, memorie di una lunga stagione di lotte per la
conquista di migliori condizioni di lavoro nelle campagne. È uno
straordinario spaccato di storia sociale quello che emerge dalle pagine de
"La memoria che resta. Vita quotidiana, mito e storia dei braccianti
nel Tavoliere di Puglia" (Aramirè, 2004, pp.396, libro più 2 CD, euro
22,00) di Gianni Rinaldi e Paola Sobrero che meritoriamente le leccesi
edizioni Aramirè di Roberto Raheli rimandano in libreria in una nuova
edizione a più di vent'anni dalla prima pubblicazione. UNITA' È
il titolo del bellissimo cd di Roberto Raheli. L’ho ascoltato in Puglia: ha
delle cose forti da dire e le sa dire di
A
Bari il 22 novembre, ore 18 circa, biblioteca grande bella, io un poco
inadeguato mi sento in quanto invitato lì a dire de La memoria che resta di
Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero edizioni Aramirè; a dire di Una memoria
interrotta. Lotte contadine e nascita della democrazia di Grazia Prontera
edizioni Aramirè; a dire, dunque, delle voci della vita di contadini e delle
lotte contro i grandi latifondisti sfruttatori della Capitanata e a dire della
settimana rossa di Bari (1914) offuscata per storia dalla settimana rossa di
Ancona; a dire della vita di Giuseppe Di Vittorio, che ancora è memoria di ex
braccianti e loro famigli, storiografia orale quindi grazie alla quale poter
leggere il punto di vista delle cosiddette classi subalterne, materiali per una
riflessione politico culturale ancora tutta da fare per capire come mai in
quella zona e con quelle lotte e nonostante la forza e l’ingegno di Giuseppe
Di Vittorio non è cresciuto un movimento di solidarietà fatto di leghe
contadine e di società mutuo soccorso bensì si sono sedate le lotte con
concessioni individuali di pezzetti di terra insufficienti a dare la dignità
minima dell’umana sopravvivenza e dunque costringendo il piccolissimo
proprietario a rifarsi bracciante e schiavo; e a dire che nonostante il sole
della speranza si sia fatto rosso è rimasta la memoria del sopruso, un dramma
che si può leggere e vedere oggi nei Braccianti. La memoria che resta
grande teatro sociale di Enrico Messina e di Micaela Sapienza. la
cantata Prima
di Bari… … prima di
Bari Ivan Della
Mea VS -Valore Scuola, Una ricerca sulla nostra
storia Giovanni Rinaldi - Paola
Sobrero Non è ancora conosciuto e
letto come meriterebbe. Eppure La Memoria che resta ha il sapore
di un romanzo storico dal quale "arrivano le voci della cultura della
terra, della fame solidale" come sostiene Alessandro Piva nella
prefazione. La memoria che resta contiene i risultati della vasta
ricerca sul campo, realizzata tra il 1974 e il 1980, tra i braccianti
del Tavoliere di Puglia. Braccianti che non sapendo scrivere e leggere
hanno "solo" potuto narrare la loro storia di vita e di lavoro. E le
tante storie personali raccolte nel libro sono restituite ai
protagonisti, ma anche a tutti noi: "la nostra storia". Non c’è
futuro senza radici e quindi non possiamo permetterci distrazioni e
perdere memoria! Lo sa bene Giovanni Rinaldi uno degli autori che, 25
anni or sono, alla presentazione della prima edizione del libro a
Cerignola, suo paese natale, raccolse, oltre agli onori, anche l’onere
di "non mollare questa appassionata ricerca", sollecitato, tra gli
altri, da Baldina Di Vittorio, figlia di quel Giuseppe che, rivendicando
il diritto dei braccianti ad essere riconosciuti come persone e non solo
come "braccia da lavoro" ne riscattò la dignità. Giuseppe Di Vittorio in
La memoria che resta è raccontato dalle voci di coloro per i
quali ha combattuto per tutta la vita. Questo libro è la più importante
ricerca che sia stata fatta nel nostro paese su una zona di bracciantato
agricolo, è uno studio commovente e fondamentale che ci consente di
partecipare con emozione, attraverso canti e racconti, ad avvenimenti
che sono stati dei nostri padri e dei nostri nonni. I percorsi della ricerca
partono dagli inizi del '900 giungendo sino agli anni '70: la fatica
quotidiana, la conquista dei diritti, la festa del Primo Maggio. Il
volume contiene una importante bibliografia curata da Linda Giuva, 60
narrazioni e storie di vita, 53 canti proposti da più di cento
lavoratori agricoli, fotografie d'epoca, reportages fotografici e
contiene 2 CD audio con 23 racconti e 42 canti. "Il valore di questa
ricerca sta nella sua completezza" è questo anche il parere di Ivan
Della Mea, cantautore e direttore dell’Istituto Ernesto de Martino di
Sesto Fiorentino. "Un progetto così compiuto, è difficile trovarlo. Ci
sono i testi, ci sono le foto, ci sono le interviste, ci sono le canzoni
[…] lavori come questo mostrano che c’è anche una cultura diversa da
quella alta; una cultura che esprime un punto di vista differente, e che
alle volte è contestazione e rivolta. E che può generare anche nuova
produzione culturale. È un progetto politico-culturale al quale, però,
manca spesso la parte finale, quella che consentirebbe di chiudere il
circolo virtuoso aperto con gli studi, e, quindi, restituire al "popolo"
quello che gli si è preso: attivando le scuole, i circoli culturali, le
istituzioni […] Altrove, penso alla Francia, si cerca di sostenere
iniziative del genere, pur con mille limiti. Un libro come questo,
riconosciuto di particolare interesse culturale, viene distribuito in
tutte le biblioteche […] E invece solitamente questo non accade […]
Basti pensare che Ernesto de Martino, per poter continuare le sue
ricerche in Puglia, fu aiutato finanziariamente da Di Vittorio. Lui, il
sindacalista di Cerignola, aveva capito l’importanza di certi studi. Chi
è venuto dopo, no". E come non dare ragione,
certo con l’amaro in bocca, a Ivan Della Mea? Ma la rassegnazione è un
connotato che non appartiene a Giovanni Rinaldi come sa chi è rimasto
quasi incantato dal patrimonio culturale che ha raccolto nel suo
archivio. L’Archivio Di Vittorio di Giovanni Rinaldi può essere,
in parte, consultato sul sito http://utenti.lycos.it/giovannirinaldi Il volume si può richiedere
alle Edizioni Aramire', 0832.455648 www.aramire.it Dal sito www.100annicgil.it Da Leggere di EMANUELE DI NICOLA La memoria che resta. Vita
quotidiana, mito e storia dei braccianti nel Tavoliere di Puglia La storia d’Italia è spesso
accompagnata dall’aggettivo "ufficiale", come se questo costituisse un
attestato d’importanza, potesse conferirle un valore speciale. Dietro
all’istituto di ricerca, però, esiste un sottobosco di investigatori
acuti e partecipi, appassionati del loro lavoro, non meno dignitosi di
altri. Sono gli specialisti del primo piano, coloro che non si
accontentano dello sfondo e impugnano la lente della ricerca basandosi
su eventi locali, voci, volti e persone: La memoria che resta ne
è un ottimo esempio. Partendo dalla realtà
circoscritta del Tavoliere di Puglia, analizzandola dai primi del
Novecento sino agli anni settanta, i due autori (Giovanni Rinaldi e
Paola Sobrero) intraprendono un percorso decennale (la ricerca è
iniziata nel 1974) per articolare, più che un libro, un progetto: "un
racconto collettivo, pagine di una storia recente che sembra remota,
scritta da noi e da quei braccianti che non ci sono più e vivono nel
fondo più raccolto e fiero della nostra memoria". Seppure il volume si
divida in cinque sostanziali capitoli, che ripercorrono condizioni, usi
e costumi dei lavoratori pugliesi, la forma cartacea del saggio non è
l’unica, e neanche la principale: l’analisi è minuziosamente
incorniciata dai racconti in prima persona degli intervistati
(soprattutto braccianti, ma anche donne, sindacalisti, attivisti
politici), 142 fotografie (dal bianco e nero fino al colore delle più
recenti) e due cd audio, che ospitano rispettivamente 23 racconti dal
vivo e 42 canti popolari. Come raccontano gli autori, il patrimonio
visivo era conservato "grazie alla premura di un sindacalista" alla
Camera del lavoro di Cerignola, vera base della loro ricerca: anche se
"scartate e cestinate quale materiale inutile" hanno deciso di riportare
le foto alla luce, riordinandole in un percorso preciso e minuzioso per
squarciare finalmente il velo dell’anonimato. In apertura di volume,
Rinaldi e Sobrero, richiamandosi apertamente agli "storici scalzi"
(secondo la tradizione, quei professionisti ostinati ed efficaci ma
rigorosamente privi di titolo accademico), espongono i nodi cruciali del
loro lavoro: ci tengono a specificare che "non si è voluto in ogni caso
privilegiare il rapporto con personalità dotate di qualche carattere di
eccezionalità rispetto a quelle comuni", quindi la parola spetta alla
vita quotidiana. Molteplici e sfaccettate si rivelano le questioni di
metodo: dal problema dell’interpretazione del ricordo, spesso narrato
con gli occhiali della propria parte politica, fino al dislivello, ossia
quella rete intricata di piccole incongruenze tra racconti comuni. La
stratificazione della memoria, la sua perdita di smalto nel corso degli
anni, si coniuga alla soggettività dei narratori stessi; gli scrittori
si muovono su questo sentiero complesso, indirizzando la loro ricerca
per annotarne i tratti ricorrenti, nello stesso tempo permettendole di
spaziare seguendo i suoi percorsi naturali. Emergono così spaccati di
realtà ordinaria, partendo rigorosamente dal tratteggio del contesto: la
casa napoletana dei Pavoncelli - artefice dello sviluppo del Tavoliere
nell’ultimo trentennio dell’Ottocento - all’alba del nuovo secolo
esercita lo strapotere sul territorio (oltre 7.000 ettari in provincia
di Foggia, di cui la metà nell’agro di Cerignola), inaugurando un
embrionale capitalismo, tra bassi salari e modernizzazione dei
macchinari. Da queste premesse affiora una storia di schiene piegate dal
lavoro, tra malaria e piccola criminalità, dove i versi di Giuseppe
Angione, bracciante e poeta, superano ogni descrizione: "Si moriva
per mancanza / d’ogni cosa necessaria / pane, mai nella credenza / della
casa proletaria". Dalla narrazione drammatica
("scoppiò da noi una malattia chiamata Spagnola che colpì tutto il sesso
femminile") si passa alla considerazione politica ("Mentre la schiavitù
era stata abolita dalla Rivoluzione Francese, in Italia il fascismo
ripristinò la schiavitù sul lavoro nelle campagne") e all’amaro dato di
fatto ("Ogni giorno due ore in più per Mussolini, il fascista, a
beneficio della nazione. … Poi la paga a quanto volevano loro"):
talvolta in dialetto, per mantenere la forza della genuinità, tutto
viene narrato in presa diretta grazie all’acuta scelta degli studiosi di
mettersi da parte, eliminare il loro filtro e affidarsi al gergo della
vita vera. Nel procedere della
narrazione la memoria acquista colore: si attraversa la nascita
dell’attività politica e la rivendicazione dei diritti di base, che
prese le mosse dal Circolo giovanile socialista di Cerignola (1909),
laboratorio locale per la lotta di classe. Qui svolse la sua prima
funzione organizzativa il bracciante più celebre e amato di Cerignola:
Giuseppe Di Vittorio, cui il volume dedica un ampio spazio originale e
appassionante. Più che la sua statura politica, seppure costantemente
evocata dalla voce popolare, Rinaldi e Sobrero si soffermano sulla
percezione del "mito" Di Vittorio nella coscienza popolare: incarnazione
di tutte le rivendicazioni operaie, compresa l’ostinata dignità della
loro condizione, nonostante i suoi ruoli futuri è una figura
squisitamente anti-istituzionale, "legata al primo periodo del
sindacalismo rivoluzionario". Nel rammentare il suo nome, per i
lavoratori l’iperbole è dietro l’angolo: l’esaltazione delle qualità
personali - in virtù delle quali l’attivista "disdegnava l’altoparlante"
per un diretto contatto con la sua gente - si unisce a un’autentica
cristologia del personaggio, testimoniata dalle foto d’epoca che
affiancano nel focolare domestico l’immagine di Gesù a quella di Di
Vittorio. Per gli autori non siamo dalle parti del culto della
personalità, ma si tratta di "un evento di fondazione dal quale partire
per la realizzazione di aspirazioni riconosciute possibili, di mete
ritenute conquistabili". La memoria che resta,
come detto, vuole aggirare l’eccezione: inevitabile soffermarsi, nella
sua ultima parte, sulle tradizioni della massa operaia, dall’accentuata
ritualità del Primo Maggio nella "rossa Cerignola" ai canti popolari,
elementi di aggregazione ma anche contestazione ideologica (spesso
intonati al passaggio di una processione religiosa), di cui sono
minuziosamente riportati i testi in dialetto e le relative traduzioni.
Questi tasselli di una
realtà riscoperta narrano minuziosamente la storia dell’"altra Italia",
quella disagiata e combattiva delle campagne, regalando valore
universale a un fazzoletto di terra; una storia di cui non occorre
affatto vergognarsi, come sottolineava Di Vittorio nei suoi discorsi e
come ribadiscono gli autori, che attendeva da troppo tempo di essere
raccontata. Dunque i racconti si sovrappongono tra realismo e
imperfezione, e proprio da questo deriva il loro fascino: il libro non è
un comizio ma una libera chiacchierata, le voci - intrecciate secondo
diverse modalità (il racconto, la poesia, la canzone) - non vogliono
imporsi ma soltanto esprimersi. Non sono eroi questi braccianti pugliesi
ma uomini comuni, e come tutti i mortali in questo libro soddisfano la
loro massima aspirazione: essere ascoltati. Uno spaccato di
quotidianità che vanta un elemento straordinario: la passione e lo
scrupolo di questi due ricercatori che, considerando qualche centinaia
di pagine come una gabbia troppo stretta, si sono rivolti ad altri tipi
di supporti. Dalla ricerca è stato liberamente tratto lo spettacolo
teatrale Braccianti, adeguatamente illustrato nel sito ufficiale,
che sta raccogliendo applausi e consensi in giro per l’Italia; nella
prefazione del testo il regista pugliese Alessandro Piva, già autore de
LaCapaGira e Mio cognato, confessa di essere stato
travolto dall’entusiasmo del progetto e annuncia la sua volontà di
convertirlo su pellicola. RASSEGNA SINDACALE, Storia e memoria/ La nuova
edizione della fondamentale ricerca sul bracciantato agricolo in Puglia di MARCO ROSSI Che senso ha ripubblicare
oggi, dopo ventiquattro anni, un volume di saggi e testimonianze di
storia orale dedicato ai braccianti del Tavoliere di Puglia? Scartata
subito l'ipotesi di una operazione nostalgia, per trovare la risposta (o
meglio le risposte), bisogna cercare in varie direzioni. Anche a loro, oggi, Di
Vittorio avrebbe insegnato a non togliersi il cappello davanti al
padrone. IL GARGANO NUOVO, Un
museo dei ricordi di LEONARDO P. AUCELLO Ho conosciuto, seppure
indirettamente e di straforo, la prima edizione del volume di Giovanni
Rinaldi e di Paola Sobrero nel 2003 quando un mio compaesano, il
professor Sergio D'Amaro, ha pubblicato come gadget de "La Gazzetta del
Mezzogiorno" nella Collana Ori di Puglia dell'Editore Schena di
Fasano, diretta dal famoso scrittore pugliese Giuseppe Cassieri, una
bella plaquette intitolata Canti del Tavoliere - Disperazione e
riscatto in Capitanata tra Otto e Novecento. In questo volumetto
sono riportate più volte testimonianze di braccianti-contadini e alcuni
canti popolari compresi nella raccolta La memoria che resta - Vita
quotidiana, mito e storia dei braccianti nel Tavoliere di Puglia,
Edizioni Aramirè, Lecce 2004, con la Prefazione del regista Alessandro
Piva, che è una via di mezzo tra una breve analisi del volume e la
descrizione dell'incontro con uno degli autori. Si tratta di una nuova
edizione: la prima, alla quale facevo riferimento, risale al 1981 ed è
stata pubblicata dall'Amministrazione e dalla Biblioteca provinciale di
Foggia. La raccolta delle testimonianze tendeva da parte di Rinaldi e
della Sobrero a un Progetto culturale, quello cioè di creare in Puglia
un Archivio della cultura di base, con l'obiettivo di dar voce a
chi non ha voce, per dirla con Silone; vale a dire lasciar parlare
quell'immensa massa di braccianti e sottoproletariato urbano in modo da
narrare direttamente le amare esperienze legate al sudore del lavoro nei
campi. La stessa, cioè, che per buona parte del ventesimo secolo, ha
costituito le braccia-lavoro delle distese del Tavoliere delle Puglie,
soprattutto quelle a confine tra la provincia foggiana e barese. Il volume di Rinaldi e
della Sobrero, compilato sotto un'ottica essenzialmente etnologica, ma
con riferimenti storici abbastanza particolareggiati, la cui ricerca
abbraccia quasi l'intero decennio settanta, consta di due parti: una
prima costituita da testimonianze dirette di braccianti, contadini e
operai, i quali, in un'età senile, prestano la loro memoria per
riannodare il presente con un passato che gli ha visti partecipi di
un'epoca che sembra ormai segnare il passo. La seconda, invece, è
formata da un'intera sezione dedicata ai canti popolari cerignolani. Di
questi ultimi, alcuni, soprattutto quelli a carattere politico, o
riferiti al periodo della mietitura e della vendemmia, sono in un certo
qual modo autoctoni; mentre altri appartengono alla tradizione più in
generale pugliese e sono conosciuti pure nelle zone montane, come quella
del Gargano, quali, ad esempio, Mariteme all'Amereca, All'acqua alla
fundanella, La mamma de Lucietta 'eva gilosa, con una variante
garganica di Cuncettella e la festa del Primo Maggio. Giovanni Rinaldi e Paola
Sobrero hanno curato pure il testo autobiografico di Giuseppe Angione,
al quale, tra l'altro, gli stessi hanno dedicato un Laboratorio
culturale. Si tratta di un bracciante e militante comunista molto
attivo, amico di Di Vittorio, oltre che poeta e sindaco di Cerignola. Il
titolo del suo libro, dalle reminiscenze del filosofo Campanella, è il
seguente: La città del sole. Realtà e sogno di un bracciante,
Cerignola, 1982. I due autori hanno pubblicato altri volumi, tra cui
Il simbolo conteso. Simbolismo politico e religioso nelle culture di
base meridionali, Roma, 1979; oltre ai numerosi Fogli Volanti,
Cultura di Base. Mentre Rinaldi ha curato da solo l'opera Primo
Maggio. Protagonisti e simboli della festa del lavoro a Cerignola
e in Puglia, Cerignola, 1982. E proprio a fianco di Di
Vittorio, intorno alle organizzazioni locali della Federterra e la
Camera del Lavoro, si sono mossi altri braccianti, riscattati
culturalmente dalla miseria e dall'analfabetismo dilagante, tra cui il
già ricordato Giuseppe Angione, Domenico Di Virgilio, Michele Sacco,
Raffaele Pingiali, Antonio Di Giovanni, i poeti-cantastorie come Savino
Totaro e Francesco Borrelli, questi ultimi due con le loro macchiette e
ballate popolari dialettali, E come vogghie fè, e I sacce nu
bbelle cantà addolcivano gli animi stanchi e provati dalla fatiche
della moltitudine dei loro paesani. Ma nell'animo straziato e
vilipeso nella loro onorabilità di onesti lavoratori sfruttati, Di
Vittorio ripeteva ai compagni la frase di Marx agli operai londinesi a
cui rivolse l'invito verso il riscatto socio-politico-culturale:
«Proletari, voi siete piccoli perché state in ginocchio! Alzatevi!». Nella Prefazione al volume
autobiografico di Domenico Di Virgilio intitolato Comunista a
Cerignola, pubblicato nel 1980 dalla Collana Editoriale Quaderni del
Sud Lacaita, Manduria, l'onorevole Michele Pistillo di San Severo,
studioso e autore di un'ottima monografia su Giuseppe Di Vittorio,
parlando della situazione politico-sociale, a proposito
dell'organizzazione bracciantile a Cerignola prima e durante l'epoca
fascista, scrive testualmente: «Cerignola è la vera capitale, in Puglia,
del bracciantato agricolo. Ai primi del secolo, in questo centro, è
concentrata la massa più grande, in senso relativo, di salariati
agricoli che ci sia nella regione pugliese. L'83,04% di tutti i
lavoratori di Cerignola sono braccianti e salariati agricoli. Quasi
tutto il resto è costituito da contadini poveri, con un piccolo pezzo di
terra che non si differenziano gran che dai primi. Di contro, vi è una
forte concentrazione della proprietà terriera, col 72% della terra
coltivabile condotta con criteri capitalistici. Il taglio è netto, la
contrapposizione frontale, lo scontro spesso aspro e violento. Contro i
braccianti è l'agraria, prepotente e violenta, che non ammette neppure
il principio dell'organizzazione dei lavoratori e che farà di tutto per
non riconoscere la Lega; è tutta la stampa padronale o ad essa
asservita; i diversi poteri dello Stato». Ma già la cultura ufficiale
meridionale, nei primi decenni del secolo, fa sentire la sua voce di
protesta contro il sistema borghese latifondista del Mezzogiorno sia al
tempo di Giolitti prima che di quello fascista poi con due intellettuali
pugliesi di spicco appartenenti all'area socialista massimalista, che
diventarono i maitre a penser del Sud contadino, povero e
sfruttato dal potere dei grandi agrari, massicciamente diffusi in tutto
il territorio meridionale. Ci riferiamo, senza dubbio, a Tommaso Fiore
di Altamura, autore di alcune opere storico-letterarie, sulla condizione
civile e sociale delle masse proletarie pugliesi, il quale faceva
sentire la sua protesta di intellettuale impegnato con la pubblicazione
di alcune lettere, meglio conosciute con il titolo, Un popolo di
formiche. Precedentemente un altro studioso pugliese controcorrente,
già nei primi anni del Novecento ha alzato lo scudo a difesa dei soprusi
dei padroni e del sistema politico del potere centrale giolittiano
contro le masse contadine del Sud. Si tratta di Gaetano Salvemini di
Molfetta, storico di estrazione socialista, che nel 1909 pubblicava la
famosa opera Il ministro della malavita; e man mano veniva
componendo dei saggi sulla condizione disumana nel Sud, raccolti poi in
volume nel 1955 con il titolo di Scritti sulla questione meridionale. A fianco all'opera dei due
pensatori, e di alcuni altri, è apparsa nel tempo, comunque,
specialmente negli ultimi trent'anni, una produzione documentaristica di
diari, autobiografie, memorie, testimonianze, composta e pubblicata da
contadini e braccianti autodidatti, consegnando, così, alle future
generazioni la loro piccola ma importante testimonianza di un vissuto
storico, pregno di valore sociale e culturale da non sottovalutare. Si
ricordano alcuni volumi importanti: dai racconti del medico-romanziere
di Trinitapoli, Domenico Lamura, La saggezza di John Spencer,
dell'Editore Adda di Bari; al romanzo del suo compaesano, Mauro
Crocetta, con Storia di cafoni, della Collana Editoriale Quaderni
del Sud Lacaita, Manduria; per continuare con il libro dell'etnologa
dell'Università barese Annamaria Rivera intitolato Vita di Amelia,
storia di una contadina di Troia; e ancora Mario Tricarico di
Torremaggiore con il diario di una Cafone, Violamaro. Oltre,
naturalmente ai due volumi già ricordati di Domenico Di Virgilio di
Cerignola e Antonio Salvato di San Marco in Lamis. E per finire, il romanzo di
una scrittrice pugliese, prematuramente scomparsa, Maria Teresa Di
Lascia Passaggio in ombra, ambientato a Rocchetta Sant'Antonio,
che narra la storia di una ragazza negletta dell'Appennino dauno, molto
miope e semianalfabeta. A queste lotte sociali si
richiama dunque la raccolta di testimonianze di Rinaldi e Sobrero, La
memoria che resta che è rivolta essenzialmente, più che alle
vecchie, alle nuove generazioni le quali, pur rimandando a quegli eroici
tempi il proprio nome e le proprie origini, tuttavia esse hanno smarrito
il filo della memoria, che appare importante per riannodare i due mondi,
quello bracciantile-operaio di una volta con quello postmoderno,
multimediale della società tecnologica di oggi. MONDIMEDIEVALI.NET Canti popolari e lotte
contadine di LUCIA LOPRIORE La memoria che resta: è
questo il titolo dato all’interessante volume scritto a quattro mani da
Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero, edito per i tipi delle Edizioni
Aramirè, prefato da Alessandro Piva (pp. 396, ill. b/n e colori, CD di
racconti e canzoni, Lecce 2004). Frutto di un complesso
studio svolto dai due autori sul campo nel lontano 1974 e durato fino
agli anni ’80 del secolo scorso, il testo - unico nel suo genere -
affronta per la prima volta un interessante argomento: le lotte
contadine a cavallo tra i primi anni del ‘900 e gli anni ’70 dello
stesso secolo. Una ricerca difficile anche perché realizzata avvalendosi
delle numerosissime testimonianze di vita agreste cerignolana, seguendo
un lungo percorso di ricerca pionieristica lontana dai riflettori del
dorato mondo accademico. Il volume, scritto con
finalità volte alla divulgazione di uno spaccato di vita contadina,
testimonia un metodo alternativo alla ricerca in genere quasi sempre
basata solo su documenti archivistici, come in realtà ogni ricercatore
che si rispetti è abituato a fare. Un metodo nuovo "pionieristico" per
gli anni relativi alla prima ricerca quello utilizzato dagli autori: la
fonte orale. Per volersi riallacciare
alla teoria di Marc Bloch secondo cui "le ricerche storiche non
ammettono l’autarchia […] isolandosi ciascuno capirà a metà persino nel
proprio settore d’indagine […] la storia universale è quella data
dall’aiuto reciproco […]", il campo d’indagine seguito dagli
autori in questo volume (con interventi di altri colleghi fra cui Linda
Giuva, Paolo Longo e Franco Coggiola), non deve e non può essere
circoscritto alla sola consultazione dei documenti d’archivio che, come
in questo caso, sono quasi totalmente frutto di impressioni scritte di
getto scaturite dalla penna di scrittori improvvisati, consapevoli dei
propri limiti culturali, ma volenterosi di lasciare la loro
testimonianza scritta. Una sorta di "Gospels"
all’italiana sono i canti ed i racconti incisi sui CD multimediali per
un totale di 23 racconti e 42 canti, a testimonianza di una "verità con
prove provate" che nessuno potrà rinnegare o alterare o cancellare. La
"memoria che resta" è anche questo! è mettere nero su bianco tutti gli
errori, le sofferenze, le abnegazioni, le ingiustizie subite per secoli
e secoli di potere. "E ‘na massaria nove",
di Angelo Delbono, "So’ quarandasette jurne" di Giuseppe Diploma,
"Patrone te la lasse la cunzegn" di Vincenzo Debono, "Mej’ e
po’ meje" di Giuseppe Diploma, ed altri sono i canti liberatori in
vernacolo dei braccianti. In totale: 60 narrazioni, 53 canti proposti da
più di cento lavoratori agricoli, fanno di questo prezioso lavoro
un’antologia utile di agevole lettura. Il lavoro è impreziosito da 142
immagini a colori ed in bianco e nero, opera di Giovanni Rinaldi,
Alberto Vasciaveo e Paolo Longo ed altre raccolte nei vari archivi
privati, tra queste anche un ricco corredo iconografico dedicato a
Giuseppe Di Vittorio. Le note bibliografiche sui braccianti di Puglia e
Capitanata tra il 1900 ed il 1960 e su Giuseppe Di Vittorio, curate da
Linda Giuva, inserite in Appendice, chiudono il bellissimo volume. Il Corriere del Mezzogiorno,
mercoledì 8 Febbraio 2006 Sangiovanni: "Il mio
disco nel nome di Di Vittorio" di CLAUDIO GABALDI FOGGIA - I campi di cotone
della Virginia come le distese di grano del Tavoliere: entrambi culle di
un'arte nata dalla fatica più ingrata. Dai primi è nato il blues, e
quindi il jazz; dai secondi sono nati i ritornelli plebei, dolenti e,
molto più raramente, ribelli. Ritornelli che, in parte, hanno fatto da
colonna sonora agli scontri di classe nelle campagne pugliesi, quando i
"descamisados" di Cerignola e dintorni sfilavano dietro l’effigie di
Giuseppe Di Vittorio. A quei canti, a quelle storie, a quel capopopolo
si ispira oggi il musicista foggiano Umberto Sangiovanni; che, guarda
caso, compone prevalentemente in stile jazz. Autore ed esecutore,
insieme alla Daunia Orchestra, del cd La controra, uscito qualche anno
fa, Sangiovanni adesso si accinge ad entrare nuovamente in sala
d’incisione per registrare Calasole, una raccolta di musiche dedicate al
microcosmo dei braecianti. A sostenere l’iniziativa, che nasce sotto
l’egida di RaiTrade, anche la "Casa Di Vittorio" di Cerignola: un
insieme di progetti culturali in memoria del sindacalista che di
Cerignola era originario. "L’idea mi è venuta - dice Sangiovanni al
Corriere del Mezzogiorno - leggendo i testi raccolti da Giovanni
Rinaldi e Paola Sobrero nel libro La memoria che resta. Si tratta
di canti di lavoro, ma non solo di lavoro, che contadini e braccianti
intonavano all'epoca in cui era vivo Di Vittorio. Io li ho rimusicati
aggiungendo anche brani strumentali". 
Grafica
il
Dock
Partecipazioni
Pubblicazioni
ricerche
e
materiali
archivio immagini
archivio
testi
Sangiovanni: "Il mio disco nel nome di
Di Vittorio"
di Claudio Gabaldi (Corriere del
Mezzogiorno,
8 febbraio 2006)
Canti popolari e lotte contadine
di Lucia Lo Priore (Mondimedievali.net,
gennaio 2006)
Un museo dei ricordi
di Leonardo P. Aucello (Il Gargano
Nuovo, dicembre 2005)
Quando si lavorava da "buio a buio"
di Marco Rossi (Rassegna Sindacale, n.
37, 13/19 ottobre 2005)
I braccianti di Puglia. La memoria che
resta
di Emanuele Di Nicola (www.100annicgil.it)
La voce degli esclusi
di Giovanna Zunino (VS-Valore Scuola,
n. 14, luglio 2005)
La lunga stagione di lotte nei campi
della protesta
di Sergio Torsello (Nuovo Quotidiano di
Puglia, 8/3/2005)
Compagni,
queste sono mazzate pesanti
di Ivan Della Mea (l'Unità, 12/12/2004)
DELLA MEA La memoria dei braccianti
patrimonio dimenticato
di Claudio Gabaldi (Corriere del
Mezzogiorno, 22/11/2004)
Di Vittorio, un coro per dare voce alle
lotte del Sud
di
Michele Trecca (La Gazzetta del Mezzogiorno, 15/2/2003)
Le braccianti di Giuseppe Di Vittorio
di Emanuela Angiuli (Corriere del Mezzogiorno, 9/6/2002)
Piva,
sulle
tracce
di
Zatterin,
un
documentario
in
Capitanata
di
Anna
Langone
(La
Gazzetta
del
Mezzogiorno,
12/5/2002)
Storie
di
braccianti
a
teatro
di
Mara
Mundi
(La
Gazzetta
del
Mezzogiorno,
8/5/2002)
Il
cinema
scende
in
campo
di
Paola
La
Sala
(Viveur,
3/5/2002)
Piva,
regista
dei
nostri
campi
di
Mara
Mundi
(La
Gazzetta
del
Mezzogiorno,
24/3/2002)
La
memoria
che
si
fa
presente
di
Sergio
Imperio
(Protagonisti,
23/3/2002)
"Braccianti":
esordio
bolognese
per
una
storia
di
lavoratori
del Tavoliere
di
Claudio
Gabaldi
(Corriere
del
Mezzogiorno,
26/2/2002)
La
memoria
resta
a
Cambridge
di
Mara
Mundi
(La
Gazzetta
del
Mezzogiorno,
12/2/2002)
Primo
Maggio.
Protagonisti
e
simboli...
recensione
di
Ando
Gilardi
(Progresso
Fotografico,
n.91,
2/1984)
La
memoria
che
resta
recensione
di
Roberto
Cipriani
(La
Critica
Sociologica,
1982-83)
La
memoria
che
resta
recensione
di
Valerio
Montanari (A.I.B.
Bollettino,
1-6/1982)
La
metropoli
arretrata
e
la
provincia
avanzata
di
Lucio
Lombardo
Radice
(Riforma
della
Scuola,
5/1982)
I
braccianti
testimoni
di
Antonio
Ventura
(Cronache
della
Regione
Puglia,
12/1981)
Territorio
e
cultura
di
Antonio
Motta
(Puglia,
21/11/1980)
Venerdì
21
novembre
1980
"LETTURE"
Territorio
e
cultura
di
ANTONIO
MOTTA
La
nascita
agli
inizi
del
'77
dell'Archivio
della
Cultura
di
base
merito
indiscusso
dell'azione
tenace
della
Biblioteca
Provinciale
di
Foggia,
coordinato
da
Giovanni
Rinaldi
e
Paola
Sobrero,
ci
dà
questa
speranza.
Se
lo
scopo
è
di
fare
uscire
le
tradizioni
popolari
e
le
manifestazioni
della
cultura
di
base
dall'equivoco
accademico
e
illustre
o
dagli
schemi
della
«paesanità»
mi
sembra
che
il
centro
si
muova
nella
direzione
giusta
proponendo
un'immagine
'aperta'
del
territorio,
poiché:
«politica
e
cultura
di
un
territorio
sono
anche
le
situazioni
materiali,
il
lavoro,
le
lotte,
le
quotidianità,
la
storia
non
raccontata,
i
miti,
l'espressione
orale
e
gestuale,
le
manifestazioni
politiche
e
religiose
che
sono
memoria
collettiva
e
attualità
storica
di
contadini,
braccianti,
operai».
(in
«Fogli
Volanti»,
1,1977,
p.
3).
A
parte
i
«Fogli
volanti»
che
affiancano
la
ricerca
sul
campo
qui
basterà
ricordare,
tra
l'altro,
la
mostra
fotografica
«Braccianti,
storia
e
cultura»
tenuta
in
occasione
del
ventennale
della
morte
di
Giuseppe
Di
Vittorio,
e
più
recentemente
«Donne
nella
storia:
vita
e
lotte
femminili
del
dopoguerra
ferrarese
e
in
Capitanata»
realizzata
in
collaborazione
con
il
centro
etnografico
ferrarese;
ancora
la
realizzazione
dell'LP
«Il
sole
si
è
fatto
rosso.
Giuseppe
Di
Vittorio»
(Dischi
del
Sole)
che
raccoglie
testimonianze
e
canti;
di
braccianti
e
militanti
di
base
di
Cerignola
e
interventi
di
dirigenti
sindacali
e
politici
nazionali.
È
questo
un
primo
esempio
di
fare
cultura
«dal
basso»,
è
soprattutto
un
esempio
che
dimostra
la
vitalità
delle
culture
periferiche
quando
esse
si
danno
un
volto
proprio
che
non
significhi
necessariamente
dipendenza
dai
modelli
stereotipi
dell'industria
culturale.
(...)
Cronache
della
Regione
Puglia
a.
X,
n.12,
dicembre
1981,
"PUGLIALIBRI"
di
ANTONIO
VENTURA
Vissuto
quotidiano,
mito
e
storia
dei
braccianti
del
Basso
Tavoliere
a
cura
di
G.
Rinaldi
e
P.
Sobrero
Foggia,
Amministrazione
Provinciale
di
Capitanata
1981
pagg.438
Programma
ambizioso
che,
dopo
un
esordio
denso
di
felici
iniziative
a
livello
provinciale
e
regionale,
si
interruppe
definitivamente
nel
1979.
Di
recente
l'Amministrazione
Provinciale
di
Foggia,
ha
voluto
recuperare
quella
ricerca
interrotta
e,
pubblicando
La
memoria
che
resta,
ha
provveduto
a
diffondere
i
testi
e
le
fotografie
che
l'Archivio
nei
suoi
tre
anni
di
attività
ha
raccolto
sulla
storia
e
sulla
cultura
dei
braccianti
in
Capitanata.
l
libro
costituisce,
pertanto,
un
vero
e
proprio
strumento
di
lavoro,
perché,
accanto
alla
ricca
documentazione
fotografica
ed
alla
trascrizione
delle
testimonianze
dei
braccianti
fornisce
una
serie
di
notizie
storico-statistiche
sulla
situazione
socio-economica
del
Tavoliere
dagli
inizi
del
secolo
sino
al
secondo
dopoguerra
(pp.
95-101)
ed
una
circostanziata
cronologia
delle
lotte
bracciantili
in
Capitanata
(pp.
297-356)
che
costituisce
un'utile
introduzione
alla
lettura
dei
documenti.
Mentre,
le
due
bibliografie
sui
braccianti
della
provincia
di
Foggia
(pp.
155-164)
e
su
Giuseppe
Di
Vittorio
(pp.
223-245)
consentono
a
chi
ne
abbia
interesse
di
approfondire
lo
studio
dell'argomento.
Questo
accentramento
delle
popolazioni
agricole
in
vere
e
proprie
città-contadine
è
sempre
stato
un
fenomeno
tipico
della
Capitanata,
dove,
come
giustamente
scrisse
Manlio
Rossi
Doria,
la
presenza
di
un
latifondo
capitalista
nettamente
prevalente
sul
microfondo
contadino,
insufficiente
a
garantire
qualsiasi
forma
di
sussistenza,
portò
alla
formazione
di
grandi
masse
di
lavoratori
che
non
avevano
alcuna
possibilità
di
stabilire
un
rapporto
fisso
con
la
terra.
Si
ammassavano,
quindi,
nelle
città-contadine,
e
vivevano
in
un
ambiente
disumano
per
carenza
di
servizi
igienico-sanitari,
per
alta
mortalità
infantile,
sottonutrizione
ed
analfabetismo,
efficacemente
descritto
nel
1952
da
Giuseppe
Longo
nella
sua
Capitanata
in
marcia,
relazione
destinata
alla
Commissione
parlamentare
d'inchiesta
sulla
disoccupazione.
Su
una
realtà
sociale
tanto
degradata
intervenne
Giuseppe
Di
Vittorio,
il
grande
bracciante,
il
"capocafone"
di
Tommaso
Fiore
tutto
impegnato
"a
redimere
il
popolo
di
formiche",
ad
affermare
la
nuova
civiltà
contadina
e
il
diritto
dei
contadini
alla
vita
civile.
Con
la
sua
azione
ruppe
l'isolamento
dei
braccianti
del
Tavoliere
e
divenne
la
voce
di
tutti
loro.
Fu
lui,
infatti,
che
insegnò
ai
contadini
a
discutere
di
salario,
di
orario,
di
sciopero
e,
organizzando
in
struttura
sindacale
la
lotta
di
classe,
divenne
il
portavoce
con
"quelli
di
Roma"
delle
secolari
esigenze
dei
braccianti
e
fece
sì
che
la
grande
pianura
del
Tavoliere
cessasse
d'essere
la
piaga
della
Puglia,
per
divenire
occasione
di
emancipazione
sociale
e
civile
del
proletariato
agricolo.
TACCUINO
di
LUCIO
LOMBARDO
RADICE
Nel
Sud
e
nelle
Isole
abbiamo
visto
troppe
volte,
ahimè,
crescere
grattacieli
nel
deserto.
Questa
volta,
però,
la
nuova,
grande,
moderna
struttura
funziona
in
modo
intelligente,
moderno,
efficace.
Come
biblioteca
in
senso
stretto
e
«classico»,
innanzi
tutto;
e
ne
fanno
fede
i
cataloghi
di
«fondi
rari»
e
di
manoscritti
che
mi
sono
stati
mandati.
Di
più,
è
stato
organizzato
un
convegno-tavola
rotonda
lo
scorso
anno
attorno
al
volume
«Primo
non
leggere»
di
Barone
e
Petrucci
(Armando
Petrucci,
il
paleografo
della
Università
di
Roma,
è,
se
non
vado
errato,
nativo
della
Capitanata),
pubblicato
con
il
titolo
«Organizzazione
bibliotecaria
e
pubblica
lettura
in
Italia»;
è
già
il
settimo
dei
«Quaderni
della
biblioteca
».
Ma
passiamo
alle
attività
della
Biblioteca
che
più
direttamente
ci
interessano
come
«Riforma
della
scuola».
Nella
intestazione
di
questa
nota
di
taccuino,
abbiamo
scritto:
«Archivio
cultura
di
base».
Che
cosa
è?
E'
una
istituzione
che
si
propone
di
raccogliere
e
salvare
documenti
di
storia
locale
e
di
cultura
popolare;
essa
«può
contare...
sulla
struttura
di
un
"sistema
bibliotecario"
comprendente
53
biblioteche
comunali
e
coordinato
dalla
Biblioteca
provinciale
di
Foggia».
Così
Guido
e
Rino
Pensato,
che
proseguono
mettendo
in
luce
alcuni
risultati
già
conseguiti
dalla
nuova
iniziativa:
«il
recupero
di
materiali
e
documenti
destinati
alla
sparizione
e,
di
riflesso,
il
risvegliarsi
di
un'attenzione
ormai
sopita
per
il
loro
recupero,
la
loro
conservazione
da
parte
di
singoli
e
istituzioni
(le
Camere
del
Lavoro,
per
fare
un
esempio);
...la
documentazione,
attraverso
fotografie,
filmati,
registrazioni
sonore
o
in
videonastri,
ecc.
di
«manifestazioni
della
cultura
popolare
in
Capitanata:
la
ritualità
religiosa...la
ritualità
laico-
politica
a
Cerignola»
(il
"culto"
di
Giuseppe
Di
Vittorio)...la
condizione
e
il
ruolo
della
donna
a
Orsara...la
cultura
bracciantile
sempre
a
Cerignola...».
Un
primo,
grosso,
tangibile
risultato
è
il
volume
«LA
MEMORIA
CHE
RESTA,
vissuto
quotidiano
mito
e
storia
dei
braccianti
del
basso
tavoliere»,
a
cura
di
Giovanni
Rinaldi
e
Paola
Sobrero.
Decine
e
decine
di
testimonianze
orali;
fotografie,
registrazioni
di
storie;
testi
verbali
e
musicali;
un'opera
magnifica.
E,
alla
fine,
per
completare
la
mia
gioia:
«Cultura
popolare,
socializzazione
della
ricerca
e
sperimentazione
didattica».
Incontro
con
studenti
dell'Istituto
agrario;
sperimentazione
didattica
della
IV
D
del
Liceo
Socrate
di
Bari.
Non
posso,
purtroppo,
riferire
sul
lavoro
e
i
risultati
dei
vari
«gruppi»;
il
titolo
della
relazione
di
Mara
Labriola,
«Didattica
della
storia
e
cultura
del
territorio»,
fa
capire
di
che
sì
tratta.
A
livello
superiore,
liceale,
si
tratta
in
definitiva
dello
stesso
orientamento
dì
lavoro
di
Evelina
Pasquotti
a
Pordenone,
di
Giovanni
Biondi
e
Rosetta
Michelotti
a
Pelago
(che
nostalgia
dei
miei
piccoli
amici
toscani),
personaggi
già
comparsi
una
o
più
volte
nei
miei
Taccuini,
in
classi
elementari.
Spero
che
i
foggiani
mi
leggano,
e
contribuiscano
al
«dossier»
sull'insegnamento
della
storia
che
stiamo
preparando
per
il
numero
della
ripresa
autunnale.
«Biblioteca
e
scuola»:
l'iniziativa
della
Biblioteca
provinciale
di
Foggia
non
si
limita
a
riferire
ricerche,
a
offrire
una
bella
Sala
ragazzi.
Avrei
voglia
di
riferire
sulla
iniziativa
«Teatro
-
animazione»
promossa
dalla
Biblioteca,
e
documentata
in
un
volume
a
cura
di
Liliana
De
Ponte
(1979),
che
vorrei
vedere
largamente
diffuso
nella
scuola
obbligatoria.
Ora,
questi
«bibliotecari»
iperattivi
(altro
che
i
classici
«topi»!
sono
loro
che
ti
stanano)
vogliono
stimolare
anche
aggiornamento
e
sperimentazioni
scientifiche
nella
Capitanata;
ed
è
per
questo
che
si
sono
rivolti
al
nostro
laboratorio
di
didattica
delle
scienze,
è
così
che
li
ho
conosciuti.
E
ne
sono
felice.
AIB
Associazione
Italiana
Biblioteche
BOLLETTINO
D'INFORMAZIONI
N.S.
ANNO
XXII,
n.1-2
gennaio-giugno
1982
Recensione
di
VALERIO
MONTANARI
La
memoria
che
resta.
Vissuto
quotidiano,
mito
e
storia
dei
braccianti
del
Basso
Tavoliere.
A
cura
di
Rinaldi
e
Sobrero.
Foggia,
Amministrazione
Provinciale
della
Capitanata,
1981.
440
p.,
58
tav.
La
Biblioteca
provinciale
di
Foggia
con
la
costituzione
di
un
Archivio
della
Cultura
di
Base,
destinato
ad
organizzare
la
«memoria»
delle
classi
subalterne,
tradizionalmente
presente
solo
di
riflesso
accanto
a
quella
delle
classi
egemoni,
ha
intrapreso
una
iniziativa
coraggiosa,
«rara
avis»
nel
panorama
delle
nostre
istituzioni
di
pubblica
lettura.
Il
non
ignorare
che
esiste
una
cultura
popolare
e
una
storia
non
scritta
sui
libri,
chiamarne
in
causa
i
protagonisti,
vuoi
dire
far
svolgere
alla
biblioteca,
che
classifica
e
organizza
le
fonti,
un
ruolo
fondamentale
nella
formazione
e
nell'autoformazione
individuale
e
collettiva,
che
è
uno
dei
temi,
come
sottolineano
nel
loro
acuto
saggio
introduttivo
Guido
e
Pino
Pensato,
su
cui
«si
misura
il
discorso
sul
destino
sociale
e
professionale,
oggi
cosi
incerto,
del
bibliotecario
della
biblioteca
pubblica».
La
parte
centrale
del
lavoro
raccoglie,
infatti,
una
mole
imponente
di
testimonianze
e
documenti
fotografici
inerenti
alle
condizioni
di
vita
e
di
lavoro
dei
braccianti
locali,
offrendo
uno
spaccato
di
storia
sociale
del
nostro
secolo
analizzato
attraverso
i
comportamenti
individuali
e
collettivi
con
quella
forza
evocativa
che
nasce
proprio
dalla
«quotidianità».
I
materiali
sono
disposti
in
maniera
tematica
(II
lavoro
come
esistenza
quotidiana
-
La
comunicazione
orale
formalizzata
-
Giuseppe
Di
Vittorio
-
Lotte
sociali
e
sindacali
nel
secondo
dopoguerra
-
II
Primo
Maggio)
e
al
loro
interno
diacronicamente,
consentendo
di
seguire,
sulla
traccia
delle
note
introduttive
quasi
tutte
dovute
a
Linda
Giuva,
il
divenire
del
racconto
storico
e
riproducendo
la
complementarietà
fra
ricerca
e
intervento,
la
tensione
osmotica
fra
osservatori
e
osservati.
I
saggi
di
Cesare
Bermani
(«Ricerca
militante,
culto
della
personalità
e
simbolismo
laico»),
di
Giovanni
Rinaldi
e
Paola
Sobrero
(«Fonti
orali,
soggettività
e
rappresentazione
nel
rapporto
tra
ricerca,
promozione
culturale
di
base
e
pubbliche
istituzioni.
Resoconto
di
un'esperienza»)
illustrano
perspicuamente
la
metodologia
della
ricerca
e
le
difficoltà
affrontate
nel
tradurre
la
«soggettività»
con
tutte
le
«sfumature
impercettibili
suggerite
e
condizionate
dal
dispiegarsi
del
rapporto».
Non
va,
d'altra
parte,
dimenticato
che
nel
nostro
paese
la
storia
orale,
come
possibilità
di
ricostruire
processi
storici
recenti
utilizzando
non
fonti
d'archivio
ma
fonti
«vive»,
sta
muovendo
i
primi
passi,
diversamente
dai
paesi
anglosassoni
dove
vanta
una
tradizione
ormai
consolidata.
L'ultima
parte
del
volume
rende
conto
sia
della
socializzazione
della
ricerca
sia
della
sperimentazione
didattica
dei
materiali
raccolti:
un
modo
concreto,
quest'ultimo,
di
ricercare
la
verità
storica
ricostruendola
sul
campo
in
quell'area,
«il
territorio»,
che
con
la
sua
cultura
costituisce
una
chiave
per
intendere
nella
loro
intima
struttura
avvenimenti
storici
di
respiro
nazionale.
La
Critica
Sociologica
nn.
63-64,
autunno
inverno
1982-1983
La
memoria
che
resta.
Vissuto
quotidiano,
mito
e
storia
dei
braccianti
del
basso
Tavoliere
Amministrazione
Provinciale
di
Capitanata.
Biblioteca
Provinciale
Foggia.
Archivio
della
Cultura
di
Base,
Foggia,
1981,
pp.
440.
Sta
in
questo
appunto
il
pregio
della
raccolta,
che
mette
insieme
le
testimonianze
di
singoli
e
gruppi,
uomini
e
donne,
giovani
ed
anziani.
Si
giunge
così
ad
un
totale
di
oltre
una
cinquantina
d'interventi,
tutti
debitamente
inquadrati
storicamente
ma
rispettati
nella
loro
spontaneità
(e
magari
contraddittorietà)
ed
appena
commentati
-
in
nota
-
al
fine
di
fornire
gli
elementi
necessari
alla
comprensione
ed
alla
interpretazione
di
taluni
fatti
diversamente
poco
comprensibili
anche
perché
poco
noti.
Si
potrà
magari
obiettare
che
si
tratta
di
un'indagine
«parziale»,
nel
duplice
senso
del
termine,
sia
perché
trae
contenuti
da
specifiche
appartenenze
di
classe
sociale
sia
perché
offre
appena
uno
spaccato
di
una
realtà
invero
più
complessa
ed
articolata.
Eppure
il
lavoro
resta
largamente
meritorio
perché
documenta
per
la
prima
volta,
in
modo
sufficientemente
organico,
tutta
una
storia
individuale
e
sociale
del
bracciantato
di
Capitanata
altrimenti
lasciato
in
ombra
e
senza
punti
chiari
di
riferimento.
PROGRESSO
FOTOGRAFICO
N.
91,
febbraio
1984
a
cura
di
ANDO
GILARDI
della
festa
del
lavoro
a
Cerignola
e
in
Puglia"
documenti
testimonianze
e
immagini
a
cura
di
Giovanni
Rinaldi,
prefazione
di
Renato
Sitti,
introduzione
di
Paola
Sobrero
e
Giovanni
Rinaldi,
ed.
Amministrazione
Comunale
di
Cerignola,
pagg.
180.
E
adesso
dopo
aver
fatto
dello
spirito
a
buon
mercato
sui
cippi
dagherrotipi,
parliamo
bene
di
questo.
Se
lo
merita
essendo
dedicato
a
Giuseppe
Di
Vittorio,
certo
il
più
grande
anarchico
della
storia
dell'anarchia
italiana.
Temo
però
che
al
di
là
di
questo
volume
d'immagini,
non
passerà
alla
storia
dell'anarchia
e
nemmeno
a
quella
del
partito
comunista.
Gli
anarchici
lo
rimproverarono
di
essercisi
iscritto,
i
comunisti,
o
almeno
quelli
che
scrivono
la
loro
storia,
non
gli
perdonano
di
essere
rimasto,
in
fondo,
anarchico.
Resta
comunque
amato
e
ricordato
a
Cerignola,
il
suo
paese
natale,
che
gli
dedica
un
culto
non
direi
politico
ma
piuttosto
contadino.
Lo
si
ricorda
con
riti
di
qualità
arborea,
per
intenderci,
e
lo
si
celebra
come
un
inizio
della
primavera.
Ahimè!
la
bella
stagione
del
riscatto
dei
braccianti,
come
la
sognava
lui
bracciante
fino
alle
midolla,
non
è
venuta.
Non
intendiamo
dire
che
ancor
oggi
i
lavoratori
della
terra
senza
terra
sono
sfruttati
e
vilipesi
come
ai
tempi
suoi.
Un
po'
di
riscatto
è
venuto,
anzi
parecchio
in
certi
casi.
Ma
è
senza
papaveri,
senza
un
briciola
di
canzone.
Tutto
ciò
si
"sente"
in
questo
libro
di
fotografie.
Quelle
degli
anni
'70
sono
a
colori.
Bellissime!
Il
rosso
può
talvolta
essere
candido.
Anzi!
di
questi
tempi
se
non
è
candido
non
è
più
rosso.
Molte
istantanee
riproducono
ritratti
di
Di
Vittorio,
il
grande
anarchico,
rifatti
con
mani
inesperte
ricopiando
fotografie.
Sono
bellissimi.
Quando
morì,
era
segretario
generale
della
Confederazione
del
Lavoro,
la
CGIL,
il
suo
posto
venne
preso
da
un
moderno
sindacalista,
Lama,
che
fuma
sempre
la
pipa.
Sempre!
Alla
sua
morte
questo
creerà
un
problema
angoscioso:
non
si
sa
mai,
alla
base,
se
bisogna
lasciarla
nei
grandi
ritratti
del
Defunto,
oppure
è
meglio
toglierla
perché
fa
un
po'
frivolo
e
poi
i
trapassati
non
fumano.
Visita
la
Fototeca
Storica
Nazionale
Ando
Gilardi,
Milano
Intervista
ad
Ando
Gilardi
(di
Luca
Pagni)
12
febbraio
2002
LA
MEMORIA
RESTA
A
CAMBRIDGE
Scritto
vent'anni
fa
il
libro
che
ha
ispirato
un'opera
teatrale
di
MARA
MUNDI![]()
![]()
26
febbraio
2002
«Braccianti»:
esordio
bolognese
per
una
storia
di
lavoratori
del
Tavoliere
di
CLAUDIO
GABALDI
A
portare
sulla
scena
la
vita
delle
plebi
pugliesi
sarà
Enrico
Messina,
singolare
figura
di
attore
ed
etno-ricercatore.
Nato
a
Foggia
33
anni
fa,
formatesi
al
teatro
del
Sole
di
Milano,
dopo
aver
girato
in
tournée
per
Germania,
Austria,
Svizzera,
Ucraina
e
Francia,
si
è
ammalato
di
mal
d'Africa.
In
Burkina
Faso,
Senegal
e
Costa
d'Avorio
ha
studiato
la
tradizione
orale
del
popolo
mandingo,
affidata
ai
griot
bambara,
cantastorie
erranti,
e
ne
ha
tratto
ispirazione
per
i
suoi
lavori
successivi.
In
questi
giorni
Messina
è
a
Milano,
per
mettere
a
punto
gli
ultimi
dettagli
di
Braccianti.
L'opera
non
ha
ancora
assunto
una
fisionomia
definitiva.
Messina,
infatti,
preferisce
definirla
«progetto».
Un
progetto
che
nasce
da
una
ricerca
antropologica,
effettuata
sul
campo,
o
meglio,
sulle
campagne
daune,
battute
sul
finire
degli
anni
Settanta
da
Paola
Sobrero
e
Giovanni
Rinaldi,
etnologi
per
passione,
e
compilatori
del
volume
La
memoria
che
resta.
Non
tutto
il
materiale
raccolto
è
finito
nel
libro:
fuori
ne
sono
rimasti
filmati
e
registrazioni
sonore,
testimonianze
dirette
dalle
quali
Messina
ha
attinto
abbondantemente:
al
punto
che
una
selezione
vera
e
propria
non
è
ancora
stata
ultimata.
Quello
di
Argelato
sarà,
insomma,
un
primo
tentativo,
un
embrione
di
rappresentazione.
Nel
teatro
verrà
collocato
uno
schermo,
sul
quale
scorreranno
le
immagini
che
correderanno
la
drammatizzazione
vera
e
propria.
Gli
attori
narreranno
storie
come
quella
di
un
salariato
quarantenne
espulso
di
fatto
dal
mercato
del
lavoro
per
far
posto
a
dodicenni,
più
produttivi
e
remissivi.
A
recitare,
oltre
ad
Enrico
Messina,
ci
sarà
anche
Micaela
Sapienza.
«Spero
di
riuscire
a
farne
una
vera
e
propria
produzione
teatrale,
da
portare
in
giro,
magari
a
partire
dalla
prossima
stagione»
racconta
Federico
Toni,
direttore
artistico
di
«Tracce
di
teatro
d'autore».
La
rassegna,
giunta
quest'anno
alla
sesta
edizione,
si
è
sempre
caratterizzata
per
l'attenzione
riservata
all'impegno
civile
degli
autori
che
ospita.
Fra
i
quali,
quest'anno
figura
anche
Marco
Paolini,
con
I-T-G.
Racconto
per
Ustica.
«Marco
Paolini
oggi
è
notissimo,
ma
sino
a
qualche
anno
fa
non
lo
conosceva
praticamente
nessuno
-
continua
Toni
-
E
io
credo
che
per
Messina
sarà
la
stessa
cosa:
la
sua
bravura
esploderà
fra
qualche
anno».
Nell'attesa
Toni
è
alla
ricerca
di
partner
per
produrre
Braccianti.
Potrebbe
trovarli
nel
Dock,
il
centro
servizi
e
documentazioni
multimediali
della
provincia
di
Foggia;
ma
anche
nel
Centro
Etnografico
ferrarese
e
il
Museo
della
civiltà
contadina
di
S.
Marino
di
Bentivoglio
(Bologna).
Come
mai
tanta
attenzione
alla
vita
dei
braccianti
foggiani
da
parte
di
due
istituzioni
culturali
emiliane?
«Perché
abbiamo
riscontrato
forti
somiglianze
nella
storia
dei
proletari
contadini
in
Puglia
ed
in
Emilia»,
spiega
Toni,
«Qui
da
noi,
in
passato,
era
pieno
di
risaie;
e
mi
ricordo
ancora
i
racconti
di
mia
nonna
sulle
condizioni
di
lavoro
e
sullo
sfruttamento
delle
mondine.
Ne
sono
nate
tradizioni
folkloristiche
molto
caratterizzate.
Un
incontro
fra
le
due
culture
è
possibile».![]()
![]()
N.
10,
23
marzo
2002
Teatro
/
Ricerche
antropologiche
LA
MEMORIA
CHE
SI
FA
PRESENTE
Una
ricerca
antropologica
scritta
venti
anni
fa
diventa
opera
teatrale
di
SERGIO
IMPERIO
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24
aprile
2002
PIVA,
REGISTA
DEI
NOSTRI
CAMPI
In
onda
a
fine
maggio
nel
programma
di
Mirabella
di
MARA
MUNDI
Agli
inizi
della
prossima
settimana,
Piva
sarà
in
Capitanata
per
realizzare
un
documentario
sui
movimenti
bracciantili
che
hanno
interessato
il
nostro
territorio
negli
Anni
Cinquanta.
Il
servizio
andrà
in
onda,
a
fine
maggio,
nel
corso
del
programma
tv
"La
storia
siamo
noi"
di
Michele
Mirabella,
dal
mercoledì"
al
venerdì"
su
rai
tre,
a
partire
dalle
ore
otto."In
questo
periodo,
sto
cercando
materiale
sulle
tensioni
sociali
del
secondo
dopoguerra,
quando
i
più
disperati
lottavano
per
un
fazzoletto
di
terra"
dichiara
Alessandro
Piva
a
"La
Gazzetta".
"Così,
navigando
in
Internet,
mi
sono
imbattuto
nel
libro
La
memoria
che
resta,
pubblicato
dalla
Biblioteca
provinciale
di
Foggia
nel
1981".
Si
tratta
di
una
ricerca
sul
campo,
compiuta
a
quattro
mani
da
Giovanni
Rinaldi
e
Paola
Sobrero,
nelle
campagne
del
Basso
Tavoliere,
per
raccogliere
testimonianze
dirette,
foto
d'epoca,
registrazioni
audio,
canti
sociali
ed
espressioni
teatrali
della
classe
più
umile
e
povera
di
quel
periodo.
L'idea
era
quella
di
costruire
un
archivio
della
cultura
di
base,
per
mantenere
il
filo
di
continuità
con
fatti
ed
eventi
del
vissuto
quotidiano.
Insomma,
raccontare
gli
avvenimenti
di
un'epoca,
con
le
voci
di
chi
ogni
giorno
era
alle
prese
con
il
lavoro
nei
campi,
fatto
di
sudore
e
sacrifici.
Quella
dell'archivio
fu
senzaltro
una
bella
intuizione,
che
purtroppo
dopo
qualche
anno
si
bloccò.
Fu
così
che,
di
tutto
quel
lavoro
di
ricerca,
restò
soltanto
un
libro,
tra
l'altro
diventato
rarissimo:
se
ne
trovano
una
copia
in
Biblioteca
provinciale
e
ben
19
alla
biblioteca
di
Cambridge,
che
allora
ne
fece
richiesta.
"In
440
pagine,
abbiamo
riassunto
circa
770
ore
di
nastro
registrato,
18
mila
scatti
fotografici,
4
mila
e
ducento
diapositive
a
colori
e
200
foto
d'epoca"
spiega
Giovanni
Rinaldi,
che
metterà
a
disposizione
della
troupe
rai
bobine,
documenti
filmati
e
fotografici.
Un'indagine
approfondita,
dunque,
che
rischia
di
perdersi
se
non
verrà
digitalizzata
in
tempi
brevi.
Forte
il
rischio
di
danneggiamenti
ai
nastri
magnetici
e
alle
pellicole.
"Di
questi
tempi,
caratterizzati
da
grandi
scontri
sindacati-governo
sui
temi
del
lavoro,
uno
sguardo
al
passato
potrebbe
mostrare
origini
e
fondamenta
di
questa
Repubblica"
sottolinea
Piva,
che
ricorda
con
affetto
Foggia,
città
natale
della
nonna.
Magari
con
un
film?"può
darsi:
è
nelle
ipotesi
dei
progetti
futuri.
La
Puglia
sarebbe
il
posto
migliore
per
girare
ambientazioni
storiche.
Si
dovrebbe
pensare
ad
una
film
commission,
che
al
pari
delle
altre
regioni,
come
Piemonte,
Lombardia,
Emilia
Romagna
e
Lazio,
offra
servizi
e
convenzioni
per
le
troupe".
Un
suggerimento
che
si
aggiunge
alla
proposta
fatta,
qualche
giorno
fa
ad
Accadia,
da
Lino
Banfi,
per
rilanciare
i
piccoli
Comuni.
Un'idea
da
cogliere
al
volo
per
ritagliarci
uno
spazio
in
un
settore
cinematografico
specifico.
N.18,
A.
X, 3
maggio
2002
di
PAOLA
LA
SALA
L'EVENTO
Le
lotte
bracciantili
che
insanguinarono
l’alto
Tavoliere
agli
inizi
degli
anni
Cinquanta
hanno
ispirato
il
documentario
che
il
regista
Alessandro
Piva
ha
girato
agli
inizi
della
settimana
scorsa
in
Capitanata.
Lo
trasmetterà
Rai
Tre
alla
fine
di
maggio,
ma
Viveur
ne
svela
il
contenuto.
La
storia
siamo
noi
è
il
titolo
della
trasmissione
in
onda
su RAI3
dal
mercoledì
al
venerdì
sera
che,
alla
fine
del
mese
prossimo,
ospiterà
un
documentario
girato
nelle
terre
di
Capitanata
diretto
dal
regista
di
origine
salernitana,
ma
pugliese
d’adozione,
Alessandro
Piva,
autore
un
paio
d’anni
fa
del
fortunato
Lacapagira
che,
del
tutto
inaspettatamente,
si
portò
a
casa
un
David
di
Donatello
come
migliore
opera
prima.
Piva
torna
a
girare,
dunque,
nella
regione
dove
ha
trascorso
l’adolescenza
e la
giovinezza
per
raccontarne
altre
storie,
per
disegnare
le
figure
d’altre
persone,
gente
dalla
faccia
scolpita
nella
pietra
e
nel
sole.
Saranno,
infatti,
le
lotte
bracciantili
degli
anni
Cinquanta
il
tema
che
il
regista
trentaquattrenne
affronterà
nel
suo
documentario,
le
cui
riprese
incominceranno
a
ridosso
del
1
maggio
fra
San
Severo
e le
campagne
circostanti,
quelle
terre,
cioè,
che
furono
teatro
di
scontri
anche
aspri,
come
la
rivolta
di
San
Severo
del
23
marzo
1950
che
ebbe
come
conseguenza
180
arresti
(i
braccianti
tratti
in
arresto
furono
poi
difesi
dall’avvocato
Lelio
Basso,
direttore,
fra
le
altre
cose,
dell’ultima
rivista
antifascista
pubblicata
in
Italia,
Pietre,
e
vittima
anch’egli
di
numerosi
arresti
per
motivi
politici).
Un
periodo,
quello
del
secondo
dopoguerra
nel
meridione
d’Italia,
caratterizzato
da
forti
tensioni
sociali
riguardanti
soprattutto
le
problematiche
del
lavoro
agricolo
e
dei
rapporti
fra
i
braccianti
e il
padrone
che,
come
abbiamo
ricordato
poc’anzi,
sfociarono
in
forti
tensioni;
avvenimenti
di
cui
probabilmente
le
nuove
generazioni
stanno
perdendo
la
memoria.
Memoria
sbiadita
che
occorre
rispolverare,
se
non
altro
per
riportare
alla
luce
un
pezzo
fondamentale
della
nostra
storia,
nemmeno
poi
tanto
lontana,
che
rappresenta
un
momento
nodale
del
passato
di
una
terra
come
la
nostra
attraversata
sempre
da
mille
turbolenze.
"Pane
e
lavoro
era
un
po'
lo
slogan
di
quelle
giornate
di
lotta
e
furore
nelle
nostre
campagne
e
questo
quasi
certamente
sarà
il
titolo
del
documentario
di
Piva,
che
in
una
decina
di
minuti
proverà
a
farne
rivivere
memorie
sicuramente
non
sopite"
Prendendo
spunto
da
un
testo
fondamentale
come
La
memoria
che
resta,
scritto
da Giovanni
Rinaldi
e Paola
Sobrero,
pubblicato
nell’81
dalla
Biblioteca
Provinciale
di
Foggia,
Alessandro
Piva
proverà
a
ricostruire
e a
far
rivivere
con
la
macchina
da
presa
quei
giorni
di
lotta
e di
solidarietà
in
un
periodo
storico
come
questo
che
stiamo
attraversando
nel
quale
il
tema
del
lavoro
e le
stesse
lotte
di
classe
assurgono
a
nuova,
urgente
attualità.
Un’occasione,
dunque,
per
tentare
una
sorta
di
parallelismo
fra
il
passato
e il
presente,
a
buon
diritto
figlio
di
quel
passato;
un
passato,
fra
l’altro,
che
deve
essere
recuperato
e in
un
certo
senso
restituito
ai
giovani
di
oggi.
Pane
e
lavoro
era
un
po’
lo
slogan
di
quelle
giornate
di
lotta
e
furore
nelle
nostre
campagne,
e
questo
quasi
certamente
sarà
anche
il
titolo
del
documentario
di
Piva,
che
in
una
decina
di
minuti
proverà
a
farne
rivivere
memorie
sicuramente
non
sopite
nel
tempo
attraverso
testimonianze
dirette
di
chi
quei
giorni
li
ha
vissuti.
Nel
corso
di
una
piacevole
chiacchierata
con
Alessandro
Piva,
il
regista
ci
spiega
a
grandi
linee
la
genesi
di
un
progetto
che
prenderà
vita
proprio
nelle
prossime
settimane
a
compimento
di
una
sorta
di
predestinazione.
Era
da
tempo,
infatti,
che
raccoglieva
materiale
documentario
riguardante
i
fatti
e i
movimenti
meridionali
di
lotta
degli
anni
fra
il
1948
e il
1950,
periodo
nel
quale,
come
prosegue
lo
stesso
regista,
si
è
giocato
molto
del
destino
del
nostro
Paese.
Si
deve
a
uno
degli
autori
de
La
storia
siamo
noi,
Pasquale
Misuraca,
in
ogni
caso,
l’avvio
vero
e
proprio
del
progetto.
Misuraca,
dopo
averlo
contattato,
infatti,
ha
dato
carta
bianca
circa
la
scelta
dell’argomento
da
trattare
fra
quelli
della
nostra
storia
recente
al
regista
de
Lacapagira;
«per
me
è
stato
quasi
come
rispondere
a un
appello
-
precisa,
- se
non
siamo
noi
autori
della
nuova
generazione
a
occuparci
in
maniera
più
approfondita
di
argomenti
come
questi,
a
chi
spetta
questo
compito?»
La
rivolta
di
San
Severo
del
23
marzo
del
‘50,
per
sedare
la
quale
furono
mobilitati
addirittura
i
carri
armati
dell’esercito,
costituirà
il
nucleo
centrale
del
lavoro
di
Piva,
le
cui
riprese
inizieranno
già
questa
settimana:
si
partirà
da
San
Severo
per
proseguire
via
via
là
dove
la
ricostruzione
porterà,
senza
un
itinerario
ben
preciso,
Ma
il
suo
documentario,
attraverso
varie
testimonianze
di
chi
oggi
lo
vive
quotidianamente,
offrirà
anche
l’occasione
per
analizzare
come
- e
se -
è
in
realtà
cambiato
il
rapporto
con
la
terra
e
con
l’agricoltura
rispetto
a
quello
d’allora.
In
una
manciata
di
minuti,
dunque,
il
giovane
regista
riporterà
alla
luce
un
segmento
fondamentale
della
nostra
storia,
che
ha
visto,
in
particolare,
le
terre
pianeggianti
del
Basso
Tavoliere
fare
da
teatro
alle
lotte
della
povera
gente,
i
cosiddetti
cafoni,
che
su
quelle
zolle
hanno
versato
non
soltanto
il
loro
sudore.
Un’operazione
di
recupero
che
dal
passato
cerca
le
radici
e le
ragioni
del
presente,
con
l’obiettivo
di
contribuire
a
costruire
una
sorta
di
archivio
della
memoria.
STORIE
DI
BRACCIANTI
A
TEATRO
Una
produzione
della
compagnia
"Armamaxa"
di
Belluno
di
MARA
MUNDI
Sono
i
nuovi
braccianti,
quelli
che
arrivano
dall’Africa,
per
lavorare
la
terra,
senza
molti
diritti,
senza
alcuna
pretesa
se
non
quella
di
tirare
a
campare.
Arrivano
anche
dai
Paesi
dell’Est,
con
la
loro
pelle
chiara
che
teme
ancora
di
più
la
palla
di
fuoco,
rossa
e
inclemente.Altri
tempi,
altre
storie.
Fino
a
quindici
anni
fa i
nostri
braccianti
si
davano
appuntamento
davanti
al
teatro
Giordano,
oppure
di
fronte
alla
Prefettura
di
Foggia,
con
la
speranza
di
essere
scelti
per
la
campagna.Passato
e
presente
s’incontrano,
fra
razze
diverse,
volti
stanchi,
miseria
e
rabbia
urlate
in
faccia
ad
una
sorte
iniqua,
che
ti
inchioda
alla
precarietà,
all’insicurezza
di
un
futuro
sempre
più
incalzante.
Storie
che
si
ripetono.
Così,
da
questa
consapevolezza
nasce
il
progetto
"Braccianti",
prodotto
dalla
compagna
teatrale
"Armamaxa"
di
Belluno,
fondata
dal
giovane
attore
foggiano
Enrico
Messina,
insieme
ad
Alberto
Nicolino.
Tradizione
e
tecnologia
si
fondono
nell’iniziativa
promossa
in
collaborazione
con
la
Provincia
di
Bologna,
il
Comune
di
Argelato,
Tracce
di
Teatro
d’Autore
di
Pieve
di
Cento,
il
Centro
Etnografico
Ferrarese
e il
Museo
della
Civiltà
Contadina
di
San
Marino
Bentivoglio.
Una
pedana,
due
grandi
schermi
di
quelli
invisibili,
il
videoproiettore
e il
pubblico
intorno,
a
fare
da
cornice
ai
due
attori,
Enrico
Messina
e
Micaela
Sapienza.
È
il
teatro
della
narrazione,
fatto
di
parola
e di
ascolto,
di
gesti
e di
movimenti
che
accompagnano
il
testo.
Sullo
schermo
appaiono
i
braccianti
della
Capitanata,
che
agli
inizi
degli
Anni
Cinquanta
hanno
lottato
per
una
vita
migliore,
a
colpi
di
insurrezioni
e di
proteste.
Sono
le
testimonianze,
audio
e
video,
raccolte
da
Giovanni
Rinaldi
e
Paola
Sobrero,
autori
del
libro
"La
memoria
che
resta.
Vissuto
quotidiano,
mito
e
storia
dei
braccianti
del
Basso
Tavoliere",
pubblicato
dalla
Biblioteca
Provinciale
di
Foggia
nel
1981.
Dal
passato,
quindi,
tornano
voci
di
gente
comune,
piccoli
rituali
di
ogni
giorno,
antiche
credenze,
sfoghi
contro
i
padroni,
canti
sociali,
liturgie
laico-celebrative.
Esce
da
una
pagina
di
storia
e
arriva
sul
grande
schermo
anche
Giuseppe
Angione,
che
aveva
85
anni
quando,
un
quarto
di
secolo
fa,
raccontò
a
Giovanni
e
Paola
di
quel
tozzo
di
pane
diviso
con
Giuseppe
Di
Vittorio.![]()
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12
maggio
2002
Piva,
sulle
tracce
di
Zatterin
un
documentario
in
Capitanata
di
ANNA LANGONE
foggia «Sono
molto
attratto
dal
mondo
dei
braccianti
foggiani,
dal
loro
lavoro
sulla
terra,
dalle
loro
lotte.
Per
questo
ho
voluto
realizzare
questo
documentario»:
così
Alessandro
Piva
presenta
Pane
e
lavoro,
un
documento
(circa
10
minuti),
girato
nelle
campagne
di
San
Severo,
per
«La
storia
siamo
noi»,
il
programma
di
Raitre
che
lo
manderà
in
onda
il
29
maggio
(ore
20,05).
Il
regista
de Lacapagira
(David
di
Donatello
nel
2000)
ha
lavorato
negli
stessi
luoghi
che
il
23
marzo
1950
fecero
da
cornice
a
una
violenta
protesta
dei
braccianti,
sedata
addirittura
con
l'arrivo
dei
carrarmati
dell'esercito.
«Questo
filmato
-
spiega
il
regista
barese
di
origini
campane
- è
più
che
una
ricostruzione
di
quella
vicenda,
è
un
brivido
che
voglio
comunicare
agli
spettatori,
visto
il
punto
di
partenza
del
mio
lavoro.
Ho
trovato
negli
archivi
Rai
il
servizio
che Ugo
Zatterin
realizzò
in
occasione
della
rivolta
di
San
Severo
ed
ho
riproposto
gli
stessi
luoghi,
per
mostrarne
il
cambiamento
avvenuto
in
cinquant'anni.
Sono
riuscito
a
rintracciare
persino
alcune
delle
persone
che
Zatterin
intervistò
in
quella
circostanza».
«Cicerone»
di
Piva,
aiutato
dalla
Provincia
nel
suo
viaggio
tra
passato
e
presente
di
campi
e
braccianti,
è
stato
Giovanni
Rinaldi,
autore
con Paola
Sobrero
de La
memoria
che
resta
(edito
dalla
Provincia
di
Foggia),
un
testo
che
ha
molto
affascinato
Piva.
«Il
legame
con
la
Puglia
per
me
è
molto
forte
-
dice
il
regista
- è
questo
che
mi
ha
spinto
a
girare
Lacapagira.
Per
lo
stesso
motivo
tornerò
a
girare
la
prossima
estate
in
Puglia,
anche
in
Capitanata».
Un
seguito
de
«Lacapagira»
o
altro?
«Racconterò
una
storia,
che
non
sarà
staccata
dal
contesto
in
cui
la
realizzerò.
Non
farò
certo
un
film
virtuale,
come
alcuni
dei
film
che
vengono
girati
oggi.
In
Puglia,
del
resto,
è
impossibile
staccarsi
da
ciò
che
rappresentano
il
paesaggio,
il
territorio,
con
la
loro
forte
identità».
Le braccianti di
Giuseppe DI VITTORIO
di EMANUELA ANGIULI
Le parole di Savina Barbarossa bracciante di Cerignola, classe 1907, sono
conservate fra i documenti sonori raccolti da due ricercatori, Giovanni Rinaldi
e Paola Sobrero, che a metà degli anni 70 hanno fondato l'Archivio della
Cultura di Base della Biblioteca Provinciale di Foggia, esperienza a dir poco
unica per il rilievo assunto nella costruzione delle fonti orali
demoantropologiche nel panorama delle istituzioni culturali del Mezzogiorno.
Rileggendo oggi il volume pubblicato nel 1981da Rinaldi e Sobrero, mi rendo
conto, per me che cerco le tracce del vissuto femminile nella contemporanea
storiografia pugliese, quanto prezioso sia stato quel lavoro di ricerca
attraverso il quale, dal primo al secondo dopoguerra, le testimonianze di anonimi
protagonisti della stagione delle lotte sindacali e delle rivendicazioni della
terra in Capitanata, prendono voce nella narrazione della Memoria che resta.
Fra i braccianti, i contadini, i mezzadri, i pastori, curatoli, soprastanti e
padroni che ogni giorno riempiono le piazze di Cerignola e il Piano delle Fosse,
che escono ed entrano fra vicoli, portoni, bassi, botteghe, per incontrarsi,
pattuire o emigrare, si muovono le donne, figure di stracci e di fame, pronte a
partire prima dell'alba per le masserie, costrette a tutte le "malearti",
i lavori più duri e degradanti, fissati nei ricordi di Lucia Barbarossa
bracciante per la vita. Anche la percezione dello spazio e del tempo assumono
nella visione memoriale delle contadine il senso indelebile di un'ossessione
dilatata, come se i confini fra luoghi e tempi dell'esistenza avessero perso
qualsiasi scansione rituale. "Facevamo sette otto chilometri a piedi, non
si capiva la campagna quanto era, con i fasci di sarmenti addosso quando
tornavamo." La descrizione del lavoro agricolo fatto da Lucia assomiglia
alla mappa del Tavoliere, attraverso tutte le fasi delle colture "Prima
andavamo alla pungeime - ricorda - cosi chinate a togliere l'erba in mezzo al
grano, stavamo a pulire il grano. Erano malamente i curatoli, i padroni. Avevamo
a Turnesidde che parlava con indecenza, noi chinate culo in aria e quelli, la
vrachetta di quelli appoggiata sotto le donne. Che proprio un giorno mi
fastidiai e dissi "Turnesidde tu te n'a scej proprie da ret'i ffemene se no
me fè scapecerrè". Ci mettevamo la mattina, finivamo di lavorare al
calare del sole. Prima di finire di lavorare ti dovevi dire il rosario a San
Matteo, a San Michele (...) Poi al tabacco, ho fatto 24 anni di tabacco (...)
Poi siamo andati alle pesche, a cogliere le pesche a Cerignola. Poi siamo andati
a fare l'erba, con i fasci addosso con l'erba. Poi andavamo caricando l'acqua e
l'andavamo vendendo, per dare da mangiare a cinque figli (...) abbiamo fatto
tutte le malearti del mondo. E non tenevamo nemmeno il pane. Ce ne siamo andati
in campagna con i pistacchi, coi fichi secchi. Venivi dalla campagna con le robe
bagnate e quelle rimanevano. Le scarpe della campagna tutte rotte e quelle
tenevamo, non ci potevamo cambiare."
Quante erano le cerignolane come lei, fra il 1920 e il 1950? Non esistono stime
precise, duemila e forse di più, costrette a consumare le ore della sera in
case dove spesso convivevano le intimità di tre quattro famiglie
"coricate", separate da qualche tramezzo. "Prima in un letto
marito moglie - sono ancora parole di Lucia - e tutti i figli che tenevi tra i
piedi, cimici, pulci, pidocchi in una casa (...) poi la paglia delle ristoppie
del grano quelle tenevamo per letto. E che prendevamo allora? Quando tornavi
dalla campagna ti andavi a prendere un'alice, i sarachidde compravamo quelle ce
le mettavamo in mezzo al pane, ci mettavamo davanti alla porta e mangiavamo, e
quello era che mangiavamo, che sapevamo la minestra come si mangiava?"
L'apparizione di Giuseppe Di Vittorio, anche lui bambino mandato a pulire il
grano dall'erba, si configura ben presto, anche per le braccianti, un evento
messianico. "E quando venne la prima volta a Cerignola [nel secondo
dopoguerra] Di Vittorio - racconta Anna Di Modugno - nemmeno se veniva Gesù
Cristo. Chi è Gesù Cristo? Nemmeno cosi. Chi faceva una festa a Gesù Cristo?
Nessuno. Tutti ad abbracciarlo, come camminava per la piazza, per le strade,
tutti a menarsi ad abbracciare Di Vittorio, a baciarlo. Quello era il dio
nostro, Di Vittorio a Cerignola, era questo il fatto di Di Vittorio. Era bravo
per˜, era bravo assai." Francesca Pastore diventata da bracciante
dirigente comunista che ha lavorato alla banchina, alla cariola, allo zappud, a
rompere le zolle, a cogliere Ie olive, a zappare, a cogliere i gregn' a porgere
il forcone, "martire in tutte le maniere" da lui ruba "la
parola", il vangelo laico della salvezza e della redenzione sulla terra,
pronta a subire un altro martirio nella fede delle rivendicazioni dei diritti
umani oltre che salariali e lavorativi." "Anche mia sorella che era
cieca - continua - e diceva che "io devo andare a sentire il comizio di
Peppino Di Vittorio vicino al Carmine" e gli portavo la sedia, diceva
"io non posso andare in nessun posto, nè feste, nè questo, nè là.
Voglio andare alla predica, al comizio che fa Di Vittorio. E non dimenticava mai
la parola di Peppino Di Vittorio, sempre, quando lo sentiva, con tutto che non
vedeva; quando passava la festa del Primo Maggio a battere sempre le mani. E che
cosa vedeva? Non vedeva, ma sempre la parola sua. Quando era la festa del Primo
Maggio, il quadro grosso che tengo, tengo un panno rosso che vicino a casa
facevamo tutta la paratura rossa, e mettevo il quadro di Peppino Di
Vittorio."
Le vite di Lucia, di Savina, di Anna, di molte altre perse fra il grano e gli
ulivi del Tavoliere, scivolano verso la lotta di classe della Camera del lavoro
e del PCI nell'epopea degli scioperi, dell'occupazione delle terre, della grande
festa del Primo Maggio. Ripalta Buonomo, dirigente dell'UDI, ha un ruolo
rilevante nell'organizzazione delle cellule femminili a partire dal 1950. "Ste
cose parlavamo con le donne quando andavamo a fare l'assemblea, insomma le
cellule: se ora non possiamo mangiare, non possiamo tenere il pane, non possiamo
assaporare un poco di carne, se la mangiano solamente i proprietari (...) invece
noi attraverso le lotte che noi facciamo domani ci possiamo mangiare pure noi un
poco di carne, ci possiamo mangiare pure noi un poco di mangiare in più"
La stagione degli scioperi segnò l'ingresso in massa delle lavoratrici della
terra nell'azione politica, tanto da renderle organizzatrici, assieme ai figli e
ai mariti, delle strategie rivendicative. "Poi incominciammo noi gli
scioperi, pure noi - afferma con orgoglio Ripalta - e li facevamo gli scioperi
(...) e ci andavamo a mettere tutti sotto il ponte per non far passare tutti i
mezzadri ad andare a tagliare l'uva e vennero i carabinieri. Dissero a me:
"signora, lei è donna. Può andare a fare la calza!" "No - dissi
io - l'interessi della casa mia me li devo vedere io! non te li devi vedere tu!
- dissi al carabiniere - perchè Cirillo si frega il cuore di Cristo da me, e io
tengo otto figli! Come hai capito?! Come devo andare a fare la calzetta?! Devo
stare qua!" Insomma il marito mio ha fatto sciopero. Il figlio mio grande
andò in galera al primo sciopero che si fece."
Nei primi anni '50 le cellule organizzate da Ripalta si facevano in casa "e
si facevano riunioni di donne e di uomini, sempre divise: Ie donne a un orario
più presto e gli uomini più tardi" per mettere a fuoco le tattiche
dell'occupazione dei terreni di Cerignola. "Quando andavamo a occupare le
terre noi donne, che facevamo? Pigliavamo i sassi, facevamo i monti di sassi in
mezzo alla terra, che potevamo fare noi che eravamo donne? Chi aveva il
coraggio, chi aveva la forza di più, con i camion ci mettevamo tutte donne
dentro e andavamo fuori, gli uomini avanti e noi appresso. Pigliavamo pezzi di
croste che trovavamo in terra e li mettevamo in un posto, finchè arrivava la
polizia che ci veniva a cacciare, che non potevamo stare."
Negli occhi di Ripalta, fotografata da Giovanni Rinaldi nel 1977, passa la
memoria della sua terra, sfiorata dallo sguardo delle compagne vestite a festa
per la celebrazione del Primo Maggio nelle vie di Cerignola. Una festa popolare
senza santi e senza madonne, senza preti e senza padroni, con gli addobbi di
panno rosso intorno alla fotografia di Peppino di Vittorio, profeta della
promessa terrena, con i carri coperti di ulivi, con i cavalli, le biciclette, i
cantanti e i macchiettisti, e loro, le donne, vestite da zingarelle come per il
carnevale, le risate, le danze, i balli e la botte di vino per bere e cantare
tutti insieme. "E io, e come andavo io mi tiravo le donne appresso a me
quando era la festa. "E' il Primo Maggio è il primo Maggio! Spicciamoci!
andiamo!".
15 febbraio 2003
Intervista con Sergio D'Amaro
Nel volume distribuito con la
"Gazzetta" la storia della colonna sonora del riscatto bracciantile e
contadino della prima meta’ del ‘900. Una tradizione rinverdita da Matteo
Salvatore e dai Cantori di Carpino
di MICHELE
TRECCA
I canti popolari del Tavoliere sono
stati la colonna sonora degli anni roventi delle lotte bracciantili e contadine
della prima metà del secolo. Hanno accompagnato nei campi e nelle piazze la
disperazione, la gioia, le speranze di riscatto di generazioni di uomini e di
donne. Nelle parole e musiche ingenue di quell'arte povera c'è la nostra
infanzia sociale, quando giustizia e democrazia erano un miraggio lontano, come
per un bimbo l'età adulta. Dovremmo averli cari, quei canti, custodendoli nella
memoria con la stessa cura dei motivi che hanno accompagnato i nostri primi
amori... se è vero che la tensione ideale per un mondo diverso da cui essi
nascevano è ancora viva dentro noi.
«La realtà lavorativa della "masseria" è paragonabile soltanto
a quella della cascina padana: un'organizzazione ferrea, spietata, che aveva nel
soprastante la figura emblematica dello sfruttamento sistematico di queste plebi
rurali. Questi braccianti, tra cui si contano anche molte donne e bambini,
lavoravano come bestie, si alimentavano con qualche manciata di pancotto o di
legumi, dormivano in enormi cameroni, le "cafonerie", in condizioni
indicibili».
«Le prime serie indagini di musica popolare in Capitanata datano a partire
dagli anni '50 e '60 con le rilevazioni di Diego Carpitella e di Alan Lomax.
Bisogna dire che è soprattutto l'area garganica ad essere studiata. Negli anni
'30 ci aveva provato Saverio La Sorsa, accumulando un bel po' di materiali tra
foggiano e barese. E ci avevano provato altri notevoli demologi come Giovanni
Tancredi di Monte Sant'Angelo, Nicola Pitta di Apricena e Ester Loiodice di
Foggia. I temi di questi canti sono comuni ad altre aree meridionali. Quello che
fa la differenza è proprio l'aspetto politico, di cui in realtà non si sapeva
molto fino alla ricerca fatta da un gruppo di giovanissimi studiosi nella
seconda metà degli anni '70. La ricerca, coordinata da Giovanni Rinaldi e Paola
Sobrero per l'Archivio della cultura di base della Biblioteca Provinciale di
Foggia, si concentrò soprattutto sull'area di Cerignola (allargandosi però ad
altre importanti aree del Gargano e del Subappennino). La vera scoperta fu che,
a fianco del canto tradizionale, intonato sull'onda dei più svariati sentimenti
e prodotto dalle più varie istanze spirituali, c'era tutto un universo di canti
sociali e politici che rispondevano a fenomeni storici di grande portata».
«Sì, Di Vittorio capì l'importanza del canto e addirittura caldeggiò la
formazione di un coro all'interno dell'organizzazione sindacale di Cerignola (si
sa che lui stesso aveva una buona voce da baritono). L'intenzione era quella di
coagulare col canto tradizionale le masse popolari, inserendole però in un
flusso di nuovi contenuti e di nuovi obiettivi, che erano quelli del riscatto
dalla secolare subordinazione agli agrari. Bisogna tener presente che i
braccianti di Cerignola e delle zone vicine avevano come antagonisti figure
nuove di agrari, tipo i Pavoncelli e i La Rochefoucauld, che credevano alla
modernizzazione dell'azienda agraria in senso capitalistico. Fu una lotta molto
dura, ma costruttiva di una nuova identità di classe».
«L'espressione "canti del Tavoliere", adottata per questo libro,
copre in realtà l'area più vasta della provincia di Foggia. Ebbene, in
Capitanata c'è una netta differenza tra tradizione del canto popolare, radicata
soprattutto sul Gargano, e canto politico e satirico-sociale, di elaborazione
molto più recente. Questa dualità è dovuta a due storie diverse, a due
esperienze che ad un certo punto possiamo immaginare anche sovrapposte. Se il
canto popolare di lunga tradizione contiene spunti e motivi che si sono affinati
in arte, il canto di ispirazione politica o satirico-polemica, prima solo
modulato sull'aria di Bandiera rossa o di Giovinezza a contenuto
rovesciato, è stato portato a dignità artistica dal nostro folksinger
Matteo Salvatore con uno dei suoi pezzi più famosi, Il soprastante. Non
è forse un caso che Salvatore provenga da Apricena, che con San Severo e
Torremaggiore è stata un altro importante focolaio di lotte contadine. Ma oltre
ai canti bisognerebbe indagare di più nel mondo dei cantastorie, dei
macchiettisti, dei poeti-braccianti (e qui penso soprattutto a Michele Sacco, i
cui versi potrebbero fare egregiamente da base per canti politici e di
protesta). Per non dire delle donne...».
«Nel fare questo lavoro, la sorpresa più grande è stata l'incontro con
una vera e propria pasionaria di San Severo, Mollica Soccorso Foschini,
che con la figlia ha interpretato a modo suo le lotte politiche del dopoguerra.
Uno di questi brani è stato inserito poi nel documentario del regista
Alessandro Piva, Pane e lavoro, nella serie La storia siamo noi di
Raitre».
«Direi proprio di sì, visto come sono stati accolti da un pubblico anche
giovanile e visto anche come oggi sono tenuti in conto a livello nazionale. Ciò
che era solo folkloristico è diventato semplicemente popolare, nel senso
vero della parola».
22 novembre 2004
La memoria dei braccianti patrimonio dimenticato
di CLAUDIO GABALDI

"Il valore di questa ricerca sta
nella sua completezza". E’ questo il parere di Ivan Della Mea. Cantautore
nonche’ direttore dell’Istituto Ernesto de Martino di Sesto Fiorentino.
"Un progetto così compiuto, come quello che viene presentato domani a
Bari, è difficile trovarlo".
Cosa significa "così compiuto"?
"Ci sono i testi, ci sono le foto, ci sono le interviste, ci sono le
canzoni… Purtroppo oggi in Italia non si fa ricerca in questo modo. L’etnologo
va per conto suo, il musicista pure… e tutti procedono separati. Invece,
lavori come questo mostrano che c’è anche una cultura diversa da quella alta;
una cultura che esprime un punto di vista differente, e che alle volte è
contestazione e rivolta. E che può generare anche nuova produzione
culturale".
A cosa si riferisce?
"Ad esempio al lavoro di gruppi musicali contemporanei, in Puglia ce ne
sono molti che non cercano di fare, per così dire, il verso al popolo,
pizzicando o tarantando; al contrario, usano le tecniche di queste musiche
popolari, e ci costruiscono canzoni nuove. E qualcosa del genere la fa Giovanna
M
E quale sarebbe la parte finale?
"Quella che consentirebbe di chiudere il circolo virtuoso aperto con
gli studi, e, quindi, restituire al ‘popolo’ quello che gli si è
preso".
In che modo?
"Attivando le scuole, i circoli culturali, le istituzioni… insomma,
tutto quello che va attivato. Ma è una vecchia polemica".
La vogliamo rinfocolare?
"Allora, faccio un esempio. Altrove, penso alla Francia, si cerca di
sostenere iniziative del genere, pur con mille limiti. Un libro come questo,
riconosciuto di particolare interesse culturale, viene distribuito in tutte le
biblioteche. Basterebbe acquistarne 2000 copie; e si darebbe la possibilità
agli autori di finanziarne un altro. Se non ci pensa lo Stato centrale, possono
pensarci la Regione, gli altri enti locali… E invece solitamente questo non
accade".
Di chi le colpe?
"Ah, io non salvo nessuno, né destra né sinistra. Ma se è la destra
a trascurare questi studi, mi interessa meno. E’ grave che lo faccia la
sinistra. Basti pensare che Ernesto de Martino, per poter continuare le sue
ricerche in Puglia, fu aiutato finanziariamente da Di Vittorio. Lui, il
sindacalista di Cerignola, aveva capito l’importanza di certi studi. Chi è
venuto dopo, no. Forse perché questi studi mettono in discussione la ragion d’essere
di un partito: chiedere voti. Era pericoloso doversi destrutturare, calarsi
nella realtà orizzontale della gente alla quale quel voto veniva richiesto.
Ecco perché, anche nel Pci, non si teneva conto di come la gente vede quel che
le sta intorno, e lo rielabora".
Ci sono differenze fra la situazione degli studi etno-antropologici nel sud e
nel nord Italia?
"Il sud è molto più avanti. Penso a nomi del passato e del presente:
oltre a de Martino, Cirese, Di Nola, anche Annamaria Rivera, che ha lavorato a
Bari. Nel nord è prevalso un certo neopositivismo che non guardava con
particolare favore a questi lavori".
Ha detto che lavori come questo andrebbero fatti circolare nelle scuole. Ma
un sedicenne di oggi può capire discorsi del genere?
"Sì, se non si tratta di un’esperienza occasionale, se poi c’è
qualcosa che dia il senso della continuità. Se tutto si riduce all’evento e
basta, lascia ben poco".
Ma la ricerca presentata domani risale agli anni Settanta. Non è datata?
"No. Ho visto, insieme a Cofferati, il lavoro teatrale che ne è stato
tratto, Braccianti, di Enrico Messina. Non è passatista: usa la
modernità per raccontare una storia, una sofferenza, uno stato d’animo che c’è
anche adesso. La fame, dico: c’è anche adesso".
Lei vede tutto nero?
"E’ difficile vedere rosa. Ci vorrebbero occhiali particolari".
NUOVO QUOTIDIANO DI PUGLIA
8 marzo 2005 - Cultura e Spettacoli
di SERGIO
TORSELLO
Apparso originariamente nel 1981, sulla scia del nascente movimento di
storia orale che privilegiava il campo di indagine della soggettività e
delle storie di vita delle classi subalterne, il libro ha avuto un destino
per molti versi simile a quello delle storie che racconta. Vicende di una
memoria "sommersa e ignorata". Che s’inabissa e riemerge, rivive
e si rinnova nella narrazione. Solo recentemente, infatti, i fertili
incontri con musica e teatro (dal libro sono tratti un’opera teatrale,
"Braccianti", e l’ultimo, raffinato disco di Umberto Sangiovanni)
avevano contribuito a far riaffiorare dall’oblio il libro e le storie che
raccoglie. Storie che partono da lontano, a cavallo tra Otto e Novecento,
quando l’"innovazione" capitalistica delle campagne trasformò
masse di contadini in braccianti salariati. E raccontano una vicenda
culturale "che ci appartiene profondamente - scrive nell’introduzione
Alessandro Piva, il regista della ‘Capagira’, annunciando il progetto di
un film - ma che nel giro di un paio di generazioni ci è sfuggita di
mano".
Per ricomporre in un quadro unitario i frammenti di una memoria smarrita
nella diaspora dalle campagne, i due autori hanno condotto, tra il 1974 e il
1980, nell’ambito di un progetto per la costituzione di un Archivio della
cultura di base della Provincia di Foggia, una lunga ricerca sul campo.
Hanno raccolto decine e decine di testimonianze di protagonisti di quella
stagione che quasi mai avevano trovato spazio nella pur abbondante
bibliografia sull’argomento. Braccianti, militanti di sindacati e di
partiti della sinistra che rievocano le disumane condizioni di sfruttamento
nelle masserie, l’affacciarsi sulla scena del sindacalismo rivoluzionario,
il mito di Giuseppe Di Vittorio (in cui si riversano istanze di classe e
"attributi sacrali"), l’immaginario simbolico e ideologico che
si mobilita attorno alla "liturgia laica" del Primo Maggio, l’opposizione
al fascismo, i fatti del dopoguerra. E poi la ricerca sul canto popolare
bracciantile (con l’apporto di Franco Coggiola), le foto di Paolo Longo,
le note bibliografiche di Linda Giuva a completare un libro corale in cui si
incrociano magistralmente storia orale, storiografia locale e indagine
etnoantropolgica.
Così, attraverso le "voci narranti" dei protagonisti, "La
memoria che resta" scava nello spazio equidistante tra dimensione
individuale e grande esperienza collettiva, tra microstoria e grande storia.
Quello spazio dell’esperienza sociale (e politica) dell’individuo all'intemo
del quale prende corpo l’elaborazione di una memoria comune, di un’identità
condivisa. È la memoria che sopravvive all’oblio. Memoria che resta,
appunto.
l’Unità,
Compagni, queste sono "Mazzate pesanti"
Poi, sempre in quella biblioteca, per dire del Salento degli Aramirè edizioni
certo e gruppo di ricerca e di riproposta dei suoni salentini, in polemica con i
pizzicanti pizzicagnoli tarantolati dalla voglia di fare moda, consumo, il verso
al popolo, folklorismo becero d’accatto, le notti della tarantola.
Con il massimo rispetto, filologico a parer mio, dello spirito vivo della
tradizione, Roberto Raheli canta il nostro presente e propone così un nuovo e
più alto livello del canto della protesta sociale. Mazzate pesanti è il
titolo del Cd e di mazzate si tratta e pesanti davvero e dedicate all’universo
mondo con intelligenza e tutto quello che occorre per indurre un ascolto non
evasivo: la ragione di Raheli vuole essere ascoltata e ci riesce. Tornando a
Milano, un po’ sfranto dalla fatica, ho sentito la necessità di sdebitarmi
per i doni che avevo ricevuto. A Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero e a Grazia
Prontera e agli Aramirè in generale e a Roberto Raheli in particolare e a Lia
de Martino figlia di Ernesto incontrata in stazione a Bari, e anche questo è
già un ricordo di molto caro, e a Pino e Carlo suoi giovani amici musicisti di
Altamura che l’hanno accompagnata e che mi hanno lasciato di che ascoltare e
alla voglia che ci siamo regalata di ritrovarci: a tutti loro insomma io dedico
questo…
treno notte Molise
albedo a San Severo
immensa d’oro la spianata
oro rosso ramato e infuocato
oro bianco altrove è platinata
oro sono i quattro orizzonti
capitanata
la vigna spogliata d’uve
regala oro a foglie
olivo lo raccoglie
assai attento
alla bellezza d’arte inarrivata
che all’occhio dona il pianto della gioia
gli intarsi
perfetti più di dio
di lui più preziosi
smeraldi luminosi
che lanciano all’azzurro
d’un cielo di madonna
la grande luce di quel giorno primo:
per quella ogni ventura è comandata
anche i carciofi
sanno la libertà capitanata
immenso è il tuo ciborio
Giuseppe Di Vittorio
la piana d’oro è sempre la tua stanza
speranza ancor mai perduta
oltre le Puglie tutte:
poi,
è Bari:
si scende il treno
e l’alba grande ora s’è venuta.
di GIOVANNA ZUNINO
LA MEMORIA CHE RESTA. Vita quotidiana, mito e storia dei braccianti nel
Tavoliere di Puglia.
Prefazione di Alessandro Piva. Edizioni Aramirè, Lecce, 2004
pp. 400, 142 fotografie in bianco e nero e a colori, 2 cd audio. Euro
22,00
Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero
Edizioni Aramirè, Lecce 2004 (1a ed. 1981)
Quando si lavorava da "buio a buio"
Un testo che ci riporta
anche alla condizione di chi, come tanti immigrati, ripercorre la strada
dei braccianti d'un tempo
Intanto, come ci ricorda l'Istituto Ernesto De Martino, La memoria che
resta "...la più importante ricerca che sia stata fatta nel nostro paese
su una zona di bracciantato agricolo".
Un lavoro imponente, iniziato nel 1974 e conclusosi sei anni dopo, che
ha segnato un momento importante nel riconoscimento di quella
straordinaria fonte che è la storia orale, la memoria di ognuno di noi.
Non è un caso che la sensibilità per questo fenomeno sia maturata
proprio in quella fase storica: come scrivono nella prefazione Giovanni
Rinaldi e Paola Sobrero, allora "accanto ad una sorta di riconoscimento
statutario della storia orale in ambito universitario, si affiancava un
fervore di ricerca al di fuori degli ambiti accademici, tra cui quello
della cosiddetta 'storia militante' e degli 'storici scalzi', vale a
dire privi di una titolarità accademica pur praticando da professionisti
la disciplina storica, che emergeva dopo un tenace, spesso ignorato, in
molti casi osteggiato, percorso di raccolta, elaborazione e riproposta
di fonti orali in funzione politica 'della classe e per la classe'".
Com'è facile intuire, questa sensibilità applicata ad un contesto in cui
è compresa Cerignola, patria di Giuseppe Di Vittorio, ha prodotto
risultati che meritano davvero di essere riproposti, a tanti anni di
distanza da quella prima edizione ormai introvabile. A questo va
aggiunto che alle pagine del libro si accompagnano oggi due cd che
offrono a tutti la possibilità di ascoltare canti di lotta e di lavoro
ma soprattutto ventitrè racconti.
Dal punto di vista emotivo l'impatto è straordinario. La figura di Di
Vittorio cessa di essere una foto ingiallita o l'immagine in bianco e
nero di una Settimana Incom per tornare viva nelle parole di chi lo ha
conosciuto e amato. Sono ricordi in cui non c'è solo il grande leader
sindacale del dopoguerra, ma anche il giovane dirigente che muove i
primi passi e ancora risente della sua formazione anarchica, mentre il
fascismo dilaga anche nelle campagne pugliesi.
Alla lucidità di questi racconti, pieni di consapevolezza storica, si
accompagna sempre la sottolineatura della profonda umanità di cui era
permeato Di Vittorio: come ci dice con rara efficacia uno degli
intervistati, "Lo volevano bene pure le pietre".
L'altro elemento che emerge con grande forza dalle testimonianze è la
durezza delle esistenze di cui sono stati protagonisti questi uomini e
queste donne. Si lavorava "da buio a buio", ovvero dall'alba al
tramonto, spesso fin da quando si era poco più che bambini. Le violenze
dei soprastanti erano la regola, soprattutto per i più piccoli, così
come "la paga a quanto volevano loro". Insomma, come racconta Pasquale
Grillo, "una vita così fetente e balorda che a dirlo uno non crede, però
noi l'abbiamo passata e l'abbiamo fatta, compagni. Oggi, a raccontare ai
giovani forse loro non credono".
Sono parole che ci portano dritti alla domanda con cui si sono aperte
queste righe. Ha un senso riproporre oggi questa memoria, in un contesto
in cui tutto è cambiato, quando già all'epoca della prima edizione
Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero scrivevano di Cerignola come di "un
paese che sembrava avesse perduto la memoria, una collettività
frantumata su cui la violenza di una vicenda bracciantile di decenni non
aveva lasciato traccia"? Una risposta possibile è quella tracciata dagli
autori, quando ricordano che da La memoria che resta è stato
liberamente tratto Progetto braccianti, una proposta culturale
composta da un testo teatrale, un sito internet e percorsi didattici "di
volta in volta adattati ai contesti dove il progetto è stato e
continuerà ad essere accolto e presentato: teatri, piazze, festival,
scuole". Un progetto di viaggio e di dialogo che "ha rinsaldato gli
epici legami con le vicende e la storia dei braccianti padani,
tracciandone di nuovi con le realtà sommerse dei lavoratori
extracomunitari che in tutta la nostra Italia hanno rimpiazzato le
antiche braccia".
Casa museo. A Cerignola, nella casa natale di Di Vittorio, una
raccolta di canti e testimonianze per dar voce ai braccianti-operai del
Tavoliere. La riedizione del libro di Rinaldi e Sobrero
Il fulcro dell'indagine e del racconto è incentrato essenzialmente su
Cerignola, centro agricolo della Capitanata con uno sterminato latifondo
circostante, punto di raccordo del bracciantato agricolo delle vaste
zone ofantine e dintorni. Ci troviamo di fronte a un paese abbastanza
popoloso, amato dal Mascagni nella sua Cavalleria rusticana e che
ha dato i natali, non solo al musicista Pasquale Bona, al medico-chimico
Galileo Pallotta, e al ministro del Regno d'Italia, Giuseppe Pavoncelli,
ideatore del progetto per la costruzione dell'acquedotto pugliese, ma
soprattutto ai suoi due figli più noti e apprezzati, Nicola Zingarelli,
autore del molto consultato vocabolario della lingua italiana,
naturalmente con i continui aggiornamenti e Giuseppe Di Vittorio,
segretario nazionale della CGIL dal 1945 fino alla morte nel 1957.
Certamente in tutte queste raccolte, incentrate sull'immagine
bracciantile cerignolana, aleggia trionfante, senza dubbio, la figura,
come nel testo odierno, di Giuseppe Di Vittorio, grande organizzatore di
masse proletarie, un po' masaniello e un po' cheguevara, con l'intuito
chiaro di chi ha in mente obiettivi di grande portata, come i diritti
umani, sociali e sindacali dei lavoratori. Infatti tutti i protagonisti
delle lotte proletarie nell'agro di Cerignola dagli inizi del ventesimo
secolo fino agli anni Cinquanta, intervistati da Rinaldi e Sobrero, non
hanno fatto altro, appunto, che essere stati fedeli a un unico ideale ed
aver operato e lottato a fianco di Di Vittorio, con un ruolo di
comprimari, cioè, di una guida attenta e risoluta che ha condotto il
bracciantato cerignolano agli onori della cronaca sindacale nazionale.
Dalla parte opposta c'era la Cerignola bene con l'enorme latifondo delle
famiglie nobili specialmente i duchi Pavoncelli, risalenti all'illustre
concittadino, Ministro, a cavallo dei due secoli, nel periodo
pregiolittiano; insieme a loro si ricordano i duchi de La Rochefoucauld,
discendenti dell'insigne moralista francese del Seicento, Francois La
Rochefoucauld, autore di un libro di Massime, proprietari, questi
ultimi, tra l'altro, della famosa tenuta della Masseria Torre Quarto, e
distillatori di un vino pregiato locale, ormai, se non erro, scomparso,
la cui stoffa aromatica richiamava il sapore dei vini della loro patria
d'origine. Vanno menzionati anche alcuni agrari come i Cirillo Farrusi e
i Zezza. E in capo a tutti, il nemico numero uno dei braccianti nel
periodo fascista, anche lui cerignolano, l'avvocato Giuseppe Caradonna,
dalla statura possente, che, pur essendo mutilato di guerra, non solo
fece parte della Marcia su Roma nel '22, a fianco di Mussolini, ma fondò
a Cerignola persino una Squadra d'azione, completamente alle sue
dipendenze, sempre pronte per reprimere ogni iniziativa operaia dei
socialisti e dei comunisti, addirittura nell'intera area del territorio
di Capitanata e anche oltre. In ogni loro intervento repressivo, essi
ripetevano a squarcia gola slogan del tipo: «Ohè! Per la Mala donna!,
noi siamo gli squadristi di Peppino Caradonna!»; oppure: «Manganello,
manganello, tu rischiari ogni cervello!».
Riflessi repressivi appaiono in molte opere di quel periodo e anche
dopo. Un bracciante autodidatta di un paese del Gargano, di nome Antonio
Salvato, socialista, in una sua autobiografia intitolata A pietra e a
pane racconta che nei primi anni Venti, certi simpatizzanti fascisti
del posto, a volte, chiedevano espressamente l'intervento degli
squadristi cerignolani, capeggiati appunto dall'onorevole Caradonna per
sedare qualche ribellione di lavoratori giornalieri, o semplici
salariati agricoli.
In sostanza la città di Cerignola, durante l'era del Duce, assume quindi
un duplice aspetto, ognuno dei quali si colloca nel cuore di
un'organizzazione esplosiva, come punto di snodo di una doppia entità
sociale: una reazionario-repressiva dei fascisti di Caradonna; e l'altra
bracciantile riformisto-rivoluzionaria che vedeva nella lotta per i
diritti umani e sociali dei lavoratori la bandiera del social-comunismo,
emblema del riscatto del sottoproletariato urbano e rurale dell'intera
zona del basso Tavoliere, che faceva capo a Di Vittorio e ai suoi
collaboratori, ma che abbracciava masse enormi dell'intera zona
geografica che si estendeva da Orta Nova, a Stornara, Stornarella,
Canosa, Zapponata, Margherita di Savoia, Trinitapoli e San Ferdinando.
Ed è proprio questo il vero baricentro della lotta operaia antifascista.
Tutte le anzidette vicende storico-narrative si intrecciano quindi con
il movimento operaio-bracciantile di Capitanata.
Ecco perché l'autore, in collaborazione con il Comune di Cerignola,
intende trasformare la casa di nascita del sindacalista concittadino,
Giuseppe Di Vittorio, in un museo di ricordi, affinché il suo pensiero e
la sua opera non vadano smarriti per sempre. E la Cerignola di oggi
cerchi in ogni modo di non dimenticarlo.
Con gran coraggio e determinazione, i due ricercatori hanno speso gran
parte del loro tempo ad intervistare a raccogliere ed a testimoniare
attraverso questo complesso volume, già pubblicato in una prima versione
dalla Amministrazione e dalla Biblioteca provinciale di Foggia nel 1981,
tematiche sulla difficile vita bracciantile attraverso le lotte, le
conquiste e quanto altro occorso per rivendicare i propri diritti.
La figura di Giuseppe Di Vittorio, con lo spaccato di vita quotidiana
vissuto a Cerignola e non solo, costituisce la parte centrale del volume
oltre al prezioso percorso di ricerca illustrato dagli autori, che funge
da corollario ai vari interventi trascritti e documentati preziosi,
anche perché molti intervistati sono ormai scomparsi da tempo.
Nomi come quelli di Giuseppe Angione, Francesco e Michele Balducci,
Lucia e Savina Barbarossa, Matteo Bellapianta, Antonio Rutigliano,
Michele Sacco, solo per fare qualche esempio, rappresentano una sorta di
memoria vivente, la "Memoria che resta", appunto, mettendo "nero su
bianco". Per lungo tempo le cattedre accademiche hanno disdegnato tali
argomenti… per troppo tempo si è ignorato, volutamente o casualmente,
che la difficile condizione in cui si trovava la "povera gente" era e
doveva essere vissuta come un "fenomeno sociale" dell’intera nazione
italiana e non come un problema emarginato che riguardasse
esclusivamente le "classi meno abbienti" o per meglio dire "il
proletariato di massa".
Quella della narrazione diretta dei protagonisti chiamati a svolgere un
duplice ruolo, quello di protagonisti e di spettatori o lettori al tempo
stesso.
Aldino Monti, quando parla dei braccianti, sostiene essi sono stati: "[…]
il primo gruppo sociale a scoprire il significato della politica come
strumento di emancipazione e di promozione sociale […]".
Ma perché prendere quale esempio proprio la Capitanata, terra da secoli
vessata da profonda crisi? Unicamente perché uno degli autori, Giovanni
Rinaldi, è originario di Cerignola. Egli si è reso conto che pochissimo
era stato fatto dai suoi predecessori, antropologi, politologi ecc., per
diffondere questo spaccato di vita che non rimane solo fine a se stesso
ma che, come avviene per le tessere di un puzzle, rappresentando la
microstoria, si ricongiunge alla macrostoria, in altre parole alla
"Storia Universale".
Oggi a raccontare ai giovani forse loro non credono di Pasquale
Grillo, oppure Le terre vanno tolte ai padroni di Ripalta
Buonuomo, dove si parla dei soprusi perpetrati da famiglie nobilitate o
nobili come i Pignatelli, i Pavoncelli o i Cirillo Farrusi, che da tempo
immemorabile a Cerignola "tenevano i malati in testa", come
afferma l’intervistata, quasi a voler dire conducevano il gioco e
nessuno si poteva opporre alla loro volontà.
Solo la salvifica figura di Giuseppe Di Vittorio, il sindacalista
cerignolano che ha lottato per ottenere quella dignità umana che
riconosce ogni simile uguale agli altri, interrompe "l’agonia" dei
braccianti facendo trionfare la giustizia.
Se facciamo un passo indietro, nella storia nel nostro Mezzogiorno ci
sono state alcune tappe importanti legate alle rivolte popolari: 1648 la
rivolta di Masaniello; 1799 la Repubblica Partenopea; 1848 i moti
carbonari; primi anni del 1900 le lotte bracciantili. Tutte con un
comune denominatore: il malcontento e l’indigenza delle masse.
Qual è la provenienza di quei canti?
"Cerignola e San Severo. Ma non si tratta di provenienza certa. Ci
sono sicuramente commistioni, perchè i braccianti, alla ricerca di un
ingaggio, si spostavano continuamente. E così come i braccianti li
rimaneggiavano, adattandoli anche alle diverse circostanze di vita, io
cerco di adattarli alla mia musica".
E che cosa ne vien fuori?
"Qualcosa che definirei popular-jazz. Io sto lavorando su un
suono etno,jazz; ma decisamente più vicino al jazz che all’etno. Del
resto, il mio quartetto è composto da un contrabbasso (Marco Siniscalco)
un sax soprano e un clarinetto (Simone Salza), una batteria (Massimo
D'Agostino) e un pianoforte, suonato da me. Tutto molto acustico".
Chi canta?
"La stessa cantante che mi ha accompagnato in La controra:
Rossella Ruini. E' fiorentina, ma ha imparato ad esprimersi in
foggiano".
I testi cosa dicono?
"E’ inutile cercarvi una struttura elaborata. Comunicano più che
altro emozioni. Se vogliamo, possiamo definirli ermetici: con tre o
quattro parole aprono lo spaccato su un mondo. 'U sol adda calà,
ad esempio, è una frase che ha già un suo suono poetico. In sottofondo,
però, domina l'amarezza. Anche quando si parla d’amore, la nota dolente
non manca mai".
Per esempio?
"C’è Maddalena, una canzone in cui il fidanzato chiede alla
donna di non andare a lavorare, perché, in cambio di 350 lire al giorno,
si consuma, sfiorisce. Amore, tenerezza ma con la fatica sempre sullo
sfondo: è una delle contraddizioni della nostra terra. Un'altra è
proprio nel titolo dell’album: Calasole. Un momento sognante,
quello del tramonto: ma il sole cala su campi di sofferenza. E' una
suggestione magica e terribile allo stesso tempo".
E’ tutto così tenero, sfumato e struggente?
"No, c’è anche un brano durissimo. Nasce dai versi di Michele Sacco,
poeta-bracciante di Cerignola: Dint'a 'sti camp, semp'assiccat a gula
maja.... E' il lamento di un bracciante che non può avvicinarsi alla
bottiglia dell'acqua, perchè glielo impedisce il sovrastante, il
guardiano armato di frusta".
Non è la stessa scena cantata da Matteo Salvatore in Lu
sovrastande, appunto?
"Sì. E pensare che tutto questo accadeva davvero, ai primi del
Novecento, fa rabbridivire".
Ma Di Vittorio che cosa c'entra?
"Di Vittorio amava la musica. Lo ricordano gli stessi braccianti,
nelle loro testimonianze. Dicono che li invitava a fare le serenate alle
fidanzate, a cantare. Considerava la musica un respiro di vita per
quella gente; e voleva che li aiutasse ad elevarsi. Poi Di Vittorio fu
anche protagonista di sonetti che ne cantavano le gesta".
E nel cd come entra?
"C'è un brano strumentale, Peppì, dedicato a Di Vittorio. Ma,
al di là del brano, Di Vittorio è stato il punto di partenza e quello di
arrivo per questo lavoro: perchè questi canti fanno capire quali fossero
le condizioni di vita nelle campagne; e l’esperienza Di Vittorio ci ha
aiutato a capire come quelle condizioni sono cambiate".
Quanti brani conterrà il Cd?
"Dodici. E al momento ne ho composti undici. Non tutti di origine
bracciantile. Due sono di estrazione tradizionale. C'è la Montanara,
che è poi il nome autentico di quella che è arcinota come Tarantella
del Gargano. E poi una ninna nanna di Monte Sant'Angelo, con la
quale richiamo il dramma dei bambini. All'epoca di Di Vittorio anche
loro, i piccoli, venivano ‘venduti’ per essere utilizzati nel lavoro dei
campi. Tornavano a casa, e quando non c'era niente da mangiare le madri
cantavano loro una ninna nanna".
E il dodicesimo brano?
"Vorrei rifare in versione strumentale un pezzo meraviglioso di
Matteo Salvatore: Lu bene mio. E' molto originale dal punto di
vista musicale".