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CULTURA POPOLARE  > RASSEGNA STAMPA

  Sangiovanni: "Il mio disco nel nome di Di Vittorio"
     
di Claudio Gabaldi (Corriere del Mezzogiorno, 8 febbraio 2006)

  Canti popolari e lotte contadine
     
di Lucia Lo Priore (Mondimedievali.net, gennaio 2006)

  Un museo dei ricordi
     
di Leonardo P. Aucello (Il Gargano Nuovo, dicembre 2005)

  Quando si lavorava da "buio a buio" 
     
di Marco Rossi (Rassegna Sindacale, n. 37, 13/19 ottobre 2005)

  I braccianti di Puglia. La memoria che resta 
     
di Emanuele Di Nicola (www.100annicgil.it)

  La voce degli esclusi 
     
di Giovanna Zunino (VS-Valore Scuola, n. 14, luglio 2005)

  La lunga stagione di lotte nei campi della protesta 
     
di Sergio Torsello (Nuovo Quotidiano di Puglia, 8/3/2005)
  Compagni, queste sono mazzate pesanti 
     
di Ivan Della Mea (l'Unità, 12/12/2004)

  DELLA MEA La memoria dei braccianti patrimonio dimenticato 
     
di Claudio Gabaldi (Corriere del Mezzogiorno, 22/11/2004)

  Di Vittorio, un coro per dare voce alle lotte del Sud
     
di Michele Trecca (La Gazzetta del Mezzogiorno, 15/2/2003)

  Le braccianti di Giuseppe Di Vittorio
     
di Emanuela Angiuli (Corriere del Mezzogiorno, 9/6/2002)

  Piva, sulle tracce di Zatterin, un documentario in Capitanata
     
di Anna Langone (La Gazzetta del Mezzogiorno, 12/5/2002)
  Storie di braccianti a teatro
     
di Mara Mundi (La Gazzetta del Mezzogiorno, 8/5/2002)
  Il cinema scende in campo
      di Paola La Sala (Viveur, 3/5/2002)
  Piva, regista dei nostri campi
      
di Mara Mundi (La Gazzetta del Mezzogiorno, 24/3/2002)
  La memoria che si fa presente
      
di Sergio Imperio (Protagonisti, 23/3/2002)
  "Braccianti": 
      esordio bolognese per una storia di lavoratori del Tavoliere
      
di Claudio Gabaldi (Corriere del Mezzogiorno, 26/2/2002)
  La memoria resta a Cambridge
     
di Mara Mundi (La Gazzetta del Mezzogiorno, 12/2/2002)
  Primo Maggio. Protagonisti e simboli...
     
recensione di Ando Gilardi (Progresso Fotografico, n.91, 2/1984)
  La memoria che resta 
      recensione di Roberto Cipriani (La Critica Sociologica, 1982-83)
  La memoria che resta 
      recensione di Valerio Montanari (A.I.B. Bollettino, 1-6/1982)
  La metropoli arretrata e la provincia avanzata 
      di Lucio Lombardo Radice (Riforma della Scuola, 5/1982)
  I braccianti testimoni 
      di Antonio Ventura (Cronache della Regione Puglia, 12/1981)

  Territorio e cultura 
      di Antonio Motta (Puglia, 21/11/1980)











 

 

 

 

 

 

 


PUGLIA

PUGLIA 
Venerdì 21 novembre 1980 "LETTURE" 

IN CAPITANATA 
Territorio e cultura
 

di ANTONIO MOTTA 

(...) La Capitanata vive questi problemi da terzo-mondo, ma quest'ultimi anni dà segnali di un bisogno comunicativo straordinario che spinge a conoscere subito e insieme. Laddove l'interesse verso il dato locale, verso quelli che si suole chiamare 'microstoria', perdendo ogni connotazione di puro colore e di curiosità, diventa espressione del vivente e del vissuto. 
La nascita agli inizi del '77 dell'Archivio della Cultura di base merito indiscusso dell'azione tenace della Biblioteca Provinciale di Foggia, coordinato da Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero, ci dà questa speranza. Se lo scopo è di fare uscire le tradizioni popolari e le manifestazioni della cultura di base dall'equivoco accademico e illustre o dagli schemi della «paesanità» mi sembra che il centro si muova nella direzione giusta proponendo un'immagine 'aperta' del territorio, poiché: «politica e cultura di un territorio sono anche le situazioni materiali, il lavoro, le lotte, le quotidianità, la storia non raccontata, i miti, l'espressione orale e gestuale, le manifestazioni politiche e religiose che sono memoria collettiva e attualità storica di contadini, braccianti, operai». (in «Fogli Volanti», 1,1977, p. 3).
A parte i «Fogli volanti» che affiancano la ricerca sul campo qui basterà ricordare, tra l'altro, la mostra fotografica «Braccianti, storia e cultura» tenuta in occasione del ventennale della morte di Giuseppe Di Vittorio, e più recentemente «Donne nella storia: vita e lotte femminili del dopoguerra ferrarese e in Capitanata» realizzata in collaborazione con il centro etnografico ferrarese; ancora la realizzazione dell'LP «Il sole si è fatto rosso. Giuseppe Di Vittorio» (Dischi del Sole) che raccoglie testimonianze e canti; di braccianti e militanti di base di Cerignola e interventi di dirigenti sindacali e politici nazionali. È questo un primo esempio di fare cultura «dal basso», è soprattutto un esempio che dimostra la vitalità delle culture periferiche quando esse si danno un volto proprio che non significhi necessariamente dipendenza dai modelli stereotipi dell'industria culturale. 
(...)


Cronache

Cronache della Regione Puglia
a. X, n.12, dicembre 1981, "PUGLIALIBRI"

I braccianti testimoni

di ANTONIO VENTURA

La memoria che resta 
Vissuto quotidiano, mito e storia dei braccianti del Basso Tavoliere
 
a cura di G. Rinaldi e P. Sobrero 
Foggia, Amministrazione Provinciale di Capitanata 1981 
pagg.438 

Nel 1976 venne istituito presso la Biblioteca Provinciale di Foggia l'Archivio della Cultura di base, per ricercare e raccogliere direttamente sul territorio quei materiali relativi alla tradizione orale e scritta delle classi subalterne, che avrebbero poi dovuto andare a formare, il primo nucleo dell'archivio della fonocineteca provinciale. 
Programma ambizioso che, dopo un esordio denso di felici iniziative a livello provinciale e regionale, si interruppe definitivamente nel 1979. Di recente l'Amministrazione Provinciale di Foggia, ha voluto recuperare quella ricerca interrotta e, pubblicando La memoria che resta, ha provveduto a diffondere i testi e le fotografie che l'Archivio nei suoi tre anni di attività ha raccolto sulla storia e sulla cultura dei braccianti in Capitanata. 

l libro costituisce, pertanto, un vero e proprio strumento di lavoro, perché, accanto alla ricca documentazione fotografica ed alla trascrizione delle testimonianze dei braccianti fornisce una serie di notizie storico-statistiche sulla situazione socio-economica del Tavoliere dagli inizi del secolo sino al secondo dopoguerra (pp. 95-101) ed una circostanziata cronologia delle lotte bracciantili in Capitanata (pp. 297-356) che costituisce un'utile introduzione alla lettura dei documenti. Mentre, le due bibliografie sui braccianti della provincia di Foggia (pp. 155-164) e su Giuseppe Di Vittorio (pp. 223-245) consentono a chi ne abbia interesse di approfondire lo studio dell'argomento. 

La parte più importante ed affascinante del libro resta, però, quella dedicata alla storia contadina del Tavoliere, tutta affidata, nella sua ricostruzione, alla memoria, al racconto, al canto dei protagonisti; cosicché in un mosaico di aneddoti e di testimonianze si snodano le vicende dei braccianti: di coloro che hanno rappresentato non solo la categoria più compatta tra i lavoratori della terra, ma anche la classe sottoposta alle più dure forme di sfruttamento. 

Nelle loro parole calde e sincere, che conservano, però, tutta la rudezza e la forza della zolla, ricorre spesso la memoria della precarietà e della saltuarietà che, insieme al salario insufficiente, hanno sempre caratterizzato il rapporto di lavoro delle masse bracciantili, determinando quelle condizioni di miseria che nel 1909 suscitarono l'indignazione di Enrico Presutti e degli altri commissari estensori per la Puglia dell'inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini nelle province meridionali. La maggior parte dei braccianti viveva in grossi centri rurali - Cerignola, Lucera, San Severo, Torremaggiore, - nei quali si addensava il 93,6% della popolazione residente, mentre il solo 6,4% dimorava in case sparse. 
Questo accentramento delle popolazioni agricole in vere e proprie città-contadine è sempre stato un fenomeno tipico della Capitanata, dove, come giustamente scrisse Manlio Rossi Doria, la presenza di un latifondo capitalista nettamente prevalente sul microfondo contadino, insufficiente a garantire qualsiasi forma di sussistenza, portò alla formazione di grandi masse di lavoratori che non avevano alcuna possibilità di stabilire un rapporto fisso con la terra. Si ammassavano, quindi, nelle città-contadine, e vivevano in un ambiente disumano per carenza di servizi igienico-sanitari, per alta mortalità infantile, sottonutrizione ed analfabetismo, efficacemente descritto nel 1952 da Giuseppe Longo nella sua Capitanata in marcia, relazione destinata alla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla disoccupazione. Su una realtà sociale tanto degradata intervenne Giuseppe Di Vittorio, il grande bracciante, il "capocafone" di Tommaso Fiore tutto impegnato "a redimere il popolo di formiche", ad affermare la nuova civiltà contadina e il diritto dei contadini alla vita civile. Con la sua azione ruppe l'isolamento dei braccianti del Tavoliere e divenne la voce di tutti loro. Fu lui, infatti, che insegnò ai contadini a discutere di salario, di orario, di sciopero e, organizzando in struttura sindacale la lotta di classe, divenne il portavoce con "quelli di Roma" delle secolari esigenze dei braccianti e fece sì che la grande pianura del Tavoliere cessasse d'essere la piaga della Puglia, per divenire occasione di emancipazione sociale e civile del proletariato agricolo. 

Questo, in definitiva, il messaggio di sofferenza e di riscatto affidato dai braccianti a La memoria che resta; il merito dei curatori del libro è di averlo pubblicizzato in un lavoro che, pur non esaurendo la conoscenza dei fenomeni di lotta legati alla presenza di Di Vittorio in Puglia e pur non definendo, in modo compiuto le condizioni sociali dei contadini e la situazione dell'economia agraria pugliese agli inizi del secolo, inaugura, tuttavia, un modo nuovo di scrivere la storia basato sulla interdisciplinarietà della ricerca e sulle fonti orali delle classi subalterne. 


RIFORMA

RIFORMA della SCUOLA, 1982, n.5, pp. 15-16

TACCUINO
di LUCIO LOMBARDO RADICE

La metropoli arretrata e la provincia avanzata

1° aprile. Da Foggia, Biblioteca Provinciale - Archivio cultura di base, è approdato sui mio tavolo del Laboratorio didattico di matematica, all'Istituto «Guido Castelnuovo», un grosso pacco di pubblicazioni. Dirò tra un momento che rapporto c'è tra la didattica della matematica e la Biblioteca di Foggia, diretta dal dottor Angelo Celuzza; comincio però col presentare al lettore questa istituzione e alcune sue iniziative. La Biblioteca ha antiche tradizioni e preziosi fondi; istituita nel 1834, si avvia a compiere il secolo e mezzo di vita. Il 5 ottobre del 1974 è stata inaugurata la nuova sede, così che ora la Provincia della Capitanata ha una «grande e moderna struttura bibliotecaria», come dice il Celuzza in un opuscolo pubblicato per l'occasione; esso fa vedere, in chiare illustrazioni, la razionale distribuzione dei locali nei quattro piani dell'edificio, le diverse Sale (Riunioni, Fondi Speciali, Cataloghi, Consultazione, Adulti, Ragazzi), con più di 500 posti a sedere.
Nel Sud e nelle Isole abbiamo visto troppe volte, ahimè, crescere grattacieli nel deserto. Questa volta, però, la nuova, grande, moderna struttura funziona in modo intelligente, moderno, efficace. Come biblioteca in senso stretto e «classico», innanzi tutto; e ne fanno fede i cataloghi di «fondi rari» e di manoscritti che mi sono stati mandati. Di più, è stato organizzato un convegno-tavola rotonda lo scorso anno attorno al volume «Primo non leggere» di Barone e Petrucci (Armando Petrucci, il paleografo della Università di Roma, è, se non vado errato, nativo della Capitanata), pubblicato con il titolo «Organizzazione bibliotecaria e pubblica lettura in Italia»; è già il settimo dei «Quaderni della biblioteca ». Ma passiamo alle attività della Biblioteca che più direttamente ci interessano come «Riforma della scuola».

Nella intestazione di questa nota di taccuino, abbiamo scritto: «Archivio cultura di base». Che cosa è? E' una istituzione che si propone di raccogliere e salvare documenti di storia locale e di cultura popolare; essa «può contare... sulla struttura di un "sistema bibliotecario" comprendente 53 biblioteche comunali e coordinato dalla Biblioteca provinciale di Foggia». Così Guido e Rino Pensato, che proseguono mettendo in luce alcuni risultati già conseguiti dalla nuova iniziativa: «il recupero di materiali e documenti destinati alla sparizione e, di riflesso, il risvegliarsi di un'attenzione ormai sopita per il loro recupero, la loro conservazione da parte di singoli e istituzioni (le Camere del Lavoro, per fare un esempio); ...la documentazione, attraverso fotografie, filmati, registrazioni sonore o in videonastri, ecc. di «manifestazioni della cultura popolare in Capitanata: la ritualità religiosa...la ritualità laico- politica a Cerignola» (il "culto" di Giuseppe Di Vittorio)...la condizione e il ruolo della donna a Orsara...la cultura bracciantile sempre a Cerignola...».
Un primo, grosso, tangibile risultato è il volume «LA MEMORIA CHE RESTA, vissuto quotidiano mito e storia dei braccianti del basso tavoliere», a cura di Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero. Decine e decine di testimonianze orali; fotografie, registrazioni di storie; testi verbali e musicali; un'opera magnifica.

E, alla fine, per completare la mia gioia: «Cultura popolare, socializzazione della ricerca e sperimentazione didattica». Incontro con studenti dell'Istituto agrario; sperimentazione didattica della IV D del Liceo Socrate di Bari.
Non posso, purtroppo, riferire sul lavoro e i risultati dei vari «gruppi»; il titolo della relazione di Mara Labriola, «Didattica della storia e cultura del territorio», fa capire di che sì tratta. A livello superiore, liceale, si tratta in definitiva dello stesso orientamento dì lavoro di Evelina Pasquotti a Pordenone, di Giovanni Biondi e Rosetta Michelotti a Pelago (che nostalgia dei miei piccoli amici toscani), personaggi già comparsi una o più volte nei miei Taccuini, in classi elementari. Spero che i foggiani mi leggano, e contribuiscano al «dossier» sull'insegnamento della storia che stiamo preparando per il numero della ripresa autunnale. «Biblioteca e scuola»: l'iniziativa della Biblioteca provinciale di Foggia non si limita a riferire ricerche, a offrire una bella Sala ragazzi. Avrei voglia di riferire sulla iniziativa «Teatro - animazione» promossa dalla Biblioteca, e documentata in un volume a cura di Liliana De Ponte (1979), che vorrei vedere largamente diffuso nella scuola obbligatoria.
Ora, questi «bibliotecari» iperattivi (altro che i classici «topi»! sono loro che ti stanano) vogliono stimolare anche aggiornamento e sperimentazioni scientifiche nella Capitanata; ed è per questo che si sono rivolti al nostro laboratorio di didattica delle scienze, è così che li ho conosciuti. E ne sono felice.


AIB

AIB Associazione Italiana Biblioteche
BOLLETTINO D'INFORMAZIONI
N.S. ANNO XXII, n.1-2 gennaio-giugno 1982

Recensione di VALERIO MONTANARI

BIBLIOTECA PROVINCIALE, Foggia.
La memoria che resta. 
Vissuto quotidiano, mito e storia dei braccianti del Basso Tavoliere. 

A cura di Rinaldi e Sobrero. 
Foggia, Amministrazione Provinciale della Capitanata, 1981. 440 p., 58 tav.

La Biblioteca provinciale di Foggia con la costituzione di un Archivio della Cultura di Base, destinato ad organizzare la «memoria» delle classi subalterne, tradizionalmente presente solo di riflesso accanto a quella delle classi egemoni, ha intrapreso una iniziativa coraggiosa, «rara avis» nel panorama delle nostre istituzioni di pubblica lettura. Il non ignorare che esiste una cultura popolare e una storia non scritta sui libri, chiamarne in causa i protagonisti, vuoi dire far svolgere alla biblioteca, che classifica e organizza le fonti, un ruolo fondamentale nella formazione e nell'autoformazione individuale e collettiva, che è uno dei temi, come sottolineano nel loro acuto saggio introduttivo Guido e Pino Pensato, su cui «si misura il discorso sul destino sociale e professionale, oggi cosi incerto, del bibliotecario della biblioteca pubblica».

La parte centrale del lavoro raccoglie, infatti, una mole imponente di testimonianze e documenti fotografici inerenti alle condizioni di vita e di lavoro dei braccianti locali, offrendo uno spaccato di storia sociale del nostro secolo analizzato attraverso i comportamenti individuali e collettivi con quella forza evocativa che nasce proprio dalla «quotidianità». I materiali sono disposti in maniera tematica (II lavoro come esistenza quotidiana - La comunicazione orale formalizzata - Giuseppe Di Vittorio - Lotte sociali e sindacali nel secondo dopoguerra - II Primo Maggio) e al loro interno diacronicamente, consentendo di seguire, sulla traccia delle note introduttive quasi tutte dovute a Linda Giuva, il divenire del racconto storico e riproducendo la complementarietà fra ricerca e intervento, la tensione osmotica fra osservatori e osservati.

I saggi di Cesare Bermani («Ricerca militante, culto della personalità e simbolismo laico»), di Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero («Fonti orali, soggettività e rappresentazione nel rapporto tra ricerca, promozione culturale di base e pubbliche istituzioni. Resoconto di un'esperienza») illustrano perspicuamente la metodologia della ricerca e le difficoltà affrontate nel tradurre la «soggettività» con tutte le «sfumature impercettibili suggerite e condizionate dal dispiegarsi del rapporto». Non va, d'altra parte, dimenticato che nel nostro paese la storia orale, come possibilità di ricostruire processi storici recenti utilizzando non fonti d'archivio ma fonti «vive», sta muovendo i primi passi, diversamente dai paesi anglosassoni dove vanta una tradizione ormai consolidata.

L'ultima parte del volume rende conto sia della socializzazione della ricerca sia della sperimentazione didattica dei materiali raccolti: un modo concreto, quest'ultimo, di ricercare la verità storica ricostruendola sul campo in quell'area, «il territorio», che con la sua cultura costituisce una chiave per intendere nella loro intima struttura avvenimenti storici di respiro nazionale.


La Critica

La Critica Sociologica
nn. 63-64, autunno inverno 1982-1983

Recensione di ROBERTO CIPRIANI

GIOVANNI RINALDI e PAOLA SOBRERO (a cura di).
La memoria che resta.
Vissuto quotidiano, mito e storia dei braccianti del basso Tavoliere

Amministrazione Provinciale di Capitanata. Biblioteca Provinciale Foggia.
Archivio della Cultura di Base, Foggia, 1981, pp. 440.

Questo ampio e documentato volume, frutto di anni di ricerche sul campo da parte di due giovani studiosi usciti dalla scuola del DAMS di Bologna, si inserisce degnamente nel filone di studi che ormai da tempo si vanno conducendo sulla cosiddetta storia orale, cioè di quel vissuto quotidiano che non trova posto nei documenti ufficiali e che però rappresenta la massima parte di ogni esperienza di vita. La ricerca da cui l'opera nasce ha avuto come ambito di riferimento la parte meridionale del cosiddetto Tavoliere delle Puglie ed in particolare il territorio di Cerignola e le zone circostanti. Tale scelta non è casuale perché è proprio qui che sin dagli inizi del novecento comincia a svolgersi una lunga serie di avvenimenti sociali, economici, politici e religiosi che aiutano a capire quali siano stati i rapporti e gli scontri tra le varie forze sociali a confronto. Chiesa e fascismo, anarchici e socialisti, comunisti e braccianti sono i protagonisti di un lunga vicenda che vede in campo i due «Peppino» di Cerignola: Giuseppe di Vittorio e Giuseppe Caradonna, schierati su opposti fronti. Ma, in realtà, più che di uomini noti il libro parla di una folla di personaggi in larga misura mai balzati prima agli «onori» di un testo stampato, che riportasse il loro nome.
Sta in questo appunto il pregio della raccolta, che mette insieme le testimonianze di singoli e gruppi, uomini e donne, giovani ed anziani. Si giunge così ad un totale di oltre una cinquantina d'interventi, tutti debitamente inquadrati storicamente ma rispettati nella loro spontaneità (e magari contraddittorietà) ed appena commentati - in nota - al fine di fornire gli elementi necessari alla comprensione ed alla interpretazione di taluni fatti diversamente poco comprensibili anche perché poco noti. Si potrà magari obiettare che si tratta di un'indagine «parziale», nel duplice senso del termine, sia perché trae contenuti da specifiche appartenenze di classe sociale sia perché offre appena uno spaccato di una realtà invero più complessa ed articolata. Eppure il lavoro resta largamente meritorio perché documenta per la prima volta, in modo sufficientemente organico, tutta una storia individuale e sociale del bracciantato di Capitanata altrimenti lasciato in ombra e senza punti chiari di riferimento.

I risultati, cui il riuscito tentativo di Rinaldi e Sobrero perviene, sono di ordine storico e sociologico insieme, perché la narrazione spazia sì all'indietro nel tempo ma si innesta sul quotidiano contemporaneo, non foss'altro per il fatto che i testimoni del passato lo sono anche rispetto al presente col quale interagiscono, sulla scorta della esperienza trascorsa. Soprattutto la lettura delle diverse testimonianze risulta interessante ed affascinante perché offre squarci imprevedibili sulle condizioni di vita e di lavoro, specialmente attraverso le cosiddette «storie della masseria» ed i canti (quest'ultimi opportunamente provvisti di trascrizione musicale). Non poteva mancare in un contesto siffatto un'esauriente trattazione relativa al ruolo del sindacalista Giuseppe Di Vittorio, che resta un simbolo mitico e carismatico insieme. La sua figura si ricollega altresì alla popolarissima festa del primo maggio, che rappresenta il fulcro dell'autorappresentazione del bracciantato. Nella parte introduttiva al volume piace segnalare il bel saggio di Cesare Bermani su «Ricerca militante, culto della personalità e simbolismo laico». Accompagnano il testo alcune pregevoli foto d'epoca che servono a definire in modo più compiuto l'atmosfera delle circostanze narrate. Fra queste ultime conviene almeno citare alcuni passaggi più significativi: «il Secolo dei Fenomeni» (su avvenimenti di carattere vario: dall'eruzione del Vesuvio all'epidemia di «spagnola»), «la libertà di crepare di fame» (sulle difficoltà di vita e di lavoro), «il filo a sangue» (una sorta di tortura punitiva per un lavoro non eseguito alla perfezione), «il lavoro arbitrario» (quasi uno sciopero alla rovescia).


PROGRESSO FOTOGRAFICO

PROGRESSO FOTOGRAFICO
N. 91, febbraio 1984

LIBRI
a cura di ANDO GILARDI

"Primo maggio, protagonisti e simboli
della festa del lavoro a Cerignola e in Puglia"

documenti testimonianze e immagini a cura di Giovanni Rinaldi,
prefazione di Renato Sitti,
introduzione di Paola Sobrero e Giovanni Rinaldi,
ed. Amministrazione Comunale di Cerignola, pagg. 180.

Sono molti, anzi troppi, i fotolibri pubblicati da pubblici enti per far conoscere, nei limiti miserissimi in cui può riuscirvi l'istantanea, la propria storia, urbanistica, politica o superflua, ovvero la vita di un loro illustre concittadino. Quasi sempre noiosi, chi li sfoglia (chi li sfoglia?) non arriva fino in fondo. Attenzione a non fraintenderci: siamo, sì, reazionari, ma solo fino a un certo punto. Intendiamo scrivere, infatti, che è superflua e noiosa la rappresentazione nell'istantanea fotografica della storia e delle Vite Illustri, non gli eventi e le persone in sé. Un tempo queste umane ma deprimenti celebrazioni si facevano a tre dimensioni: commissionando un busto, oppure un bassorilievo, magari semplicemente una lapide con l'epigrafe dettata da un professore funerografo che si trova con facilità in ogni luogo abitato. Oggi si preferisce un fotolibro: forse costa di meno, forse soddisfa la smania iconografica-documentaria-archiviale di qualche tizio convinto che l'immagine vale mille erma. Bisognerebbe allora inaugurare i fotolibri come quelle: scoprendoli dalla pezza che li nasconde fra commossi battimani, perlomeno dei soci del locale fotoclub...

E adesso dopo aver fatto dello spirito a buon mercato sui cippi dagherrotipi, parliamo bene di questo. Se lo merita essendo dedicato a Giuseppe Di Vittorio, certo il più grande anarchico della storia dell'anarchia italiana. Temo però che al di là di questo volume d'immagini, non passerà alla storia dell'anarchia e nemmeno a quella del partito comunista. Gli anarchici lo rimproverarono di essercisi iscritto, i comunisti, o almeno quelli che scrivono la loro storia, non gli perdonano di essere rimasto, in fondo, anarchico. Resta comunque amato e ricordato a Cerignola, il suo paese natale, che gli dedica un culto non direi politico ma piuttosto contadino. Lo si ricorda con riti di qualità arborea, per intenderci, e lo si celebra come un inizio della primavera. Ahimè! la bella stagione del riscatto dei braccianti, come la sognava lui bracciante fino alle midolla, non è venuta. Non intendiamo dire che ancor oggi i lavoratori della terra senza terra sono sfruttati e vilipesi come ai tempi suoi. Un po' di riscatto è venuto, anzi parecchio in certi casi. Ma è senza papaveri, senza un briciola di canzone.

Tutto ciò si "sente" in questo libro di fotografie. Quelle degli anni '70 sono a colori. Bellissime! Il rosso può talvolta essere candido. Anzi! di questi tempi se non è candido non è più rosso. Molte istantanee riproducono ritratti di Di Vittorio, il grande anarchico, rifatti con mani inesperte ricopiando fotografie. Sono bellissimi. Quando morì, era segretario generale della Confederazione del Lavoro, la CGIL, il suo posto venne preso da un moderno sindacalista, Lama, che fuma sempre la pipa. Sempre! Alla sua morte questo creerà un problema angoscioso: non si sa mai, alla base, se bisogna lasciarla nei grandi ritratti del Defunto, oppure è meglio toglierla perché fa un po' frivolo e poi i trapassati non fumano.

Visita la Fototeca Storica Nazionale Ando Gilardi, Milano
Intervista ad Ando Gilardi (di Luca Pagni)


MARA MUNDI

LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO (La Gazzetta di Capitanata)
12 febbraio 2002

Le storie. Nella prestigiosa università inglese un testo sulla vita dei braccianti del basso Tavoliere
LA MEMORIA RESTA A CAMBRIDGE
Scritto vent'anni fa il libro che ha ispirato un'opera teatrale

di MARA MUNDI

Un pezzo di passato della Capitanata è volato da tempo a Cambridge, nella biblioteca del prestigioso King’s College Centre. Da poco più di vent’anni, diverse copie del libro "La memoria che resta. Vissuto quotidiano, mito e storia dei braccianti del Basso Tavoliere" sono custodite negli scaffali dell’università inglese. Dalle nostre parti, invece, non se ne trova più una in circolazione, mentre diverse iniziative culturali, in tutta Italia, si rifanno al patrimonio culturale rurale raccolto proprio in quelle pagine. Torna d’attualità, dunque, un volume scritto a quattro mani da Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero, nel 1981. La ricerca fra le classi più umili del nostro territorio doveva contribuire alla nascita di un archivio della cultura di base, da organizzare presso la biblioteca provinciale di Foggia sul finire degli Anni Settanta.

Capire la vita dei giorni bui, della fame e della sofferenza, ma anche le immense capacità espressive delle classi popolari attraverso le loro testimonianze dirette. È questo il filo conduttore della pubblicazione: 440 pagine, 58 testi musicali, moltissime foto che ritraggono volti stanchi e case semplici. C’è tutta la religiosità popolare, la liturgia laico-celebrativa, il teatro e lo spettacolo popolare di un tempo. Non mancano le tradizioni orali, la gestualità, l’iconografia, gli usi e le abitudini di un passato ancora troppo vicino. Un passato che non può essere dimenticato così in fretta. Sono i numeri a parlare chiaro: 770 ore di nastro registrato, 18mila scatti fotografici, 4mila e duecento diapositive a colori, 200 foto d’epoca. A tanto ammonta la quantità di materiale reperito e prodotto di cui questo manuale è solo un primo capitolo. Scelta la strada del dialogo: gli uomini e le donne ripescavano liberamente vicende e aneddoti nei loro ricordi.

"L’arnese era la falce che per tagliare il grano bisognava curvarsi di più della zappa lavorando dai dieci dodici ore al giorno sotto quel sole cocente. Lascio immaginare come duole a chi legge, figuriamoci ai lavoratori i quali desideravano che una nuvoletta con un bel venticello coprendo un solo minuto il sole, per godere un po’ di fresco. Per andare a lavorare si doveva andare a piedi e per non consumare scarpe si camminava scalzi, com’era miserabile la vita". Quella di Giuseppe Angione, bracciante, classe 1895, è una delle tante storie raccolte fedelmente nel libro (errori compresi – ndr). Soltanto in alcuni casi, relativi a ricerche particolari, veniva predisposta una serie di domande, che, a seconda delle occasioni, orientava il dialogo. Sono stati raccolti canti religiosi, musiche strumentali e suoni d’ambiente: rumori, grida, lamenti, commenti estemporanei. I lavori sono disposti in maniera tematica, con le note bibliografiche di Linda Giuva (moglie di Massimo D’Alema – ndr): "il lavoro come esistenza quotidiana", "la comunicazione orale formalizzata", "Giuseppe Di Vittorio", "Lotte sociali e sindacali nel II dopoguerra", "Il primo maggio".

Insomma, una gran quantità di fatti ed eventi su un’epoca che ha segnato la nostra storia. Fatti ed eventi raccolti in un libro che ha ispirato l’attore e ricercatore foggiano doc Enrico Messina della compagnia "Armamaxa" di Belluno, alle prese con "Braccianti", un lavoro teatrale sul bracciantato agricolo del Basso Tavoliere. La rappresentazione debutterà il primo marzo ad Argelato, in provincia di Bologna, nell’ambito della rassegna Tracce. I materiali originali contenuti nel volume, inoltre, saranno presto riportati in formato digitale al Centro di Documentazione "Il Dock" della Biblioteca provinciale. Senza dimenticare che, su invito di Giuseppe Cassieri, scrittore e saggista di fama nazionale, Sergio D’Amaro sta lavorando ad un’opera sulla storia culturale del Tavoliere attraverso i canti sociali, politici e di protesta. Molti materiali orali sono tratti dal volume "La memoria che resta", mentre altri, inediti, verranno ricavati dall’archivio di Giovanni Rinaldi, che sarà anche consulente dell’opera. Questi sono soltanto tre dei maggiori esempi di utilizzo del libro, un lavoro che purtroppo – come detto – non è più in circolazione dalle nostre parti.

"Sarebbe opportuna una riedizione" sottolinea Rinaldi. "Perché la memoria che resta, resti sempre anche qui, nella nostra terra".

Vai alla pagina > PROGETTO LA MEMORIA CHE RESTA

 


Gabaldi

CORRIERE DEL MEZZOGIORNO
26 febbraio 2002

UN PROGETTO DELL'ATTORE ENRICO MESSINA 
«Braccianti»: esordio bolognese per una storia di lavoratori del Tavoliere 

di CLAUDIO GABALDI

Cantare il sudore, la fatica, le lotte dei lavoratori agricoli del Tavoliere: è questo l'intento di Braccianti, lo spettacolo che esordirà in anteprima venerdì marzo al teatro comunale di Argelato (Bologna). Quindi, proseguirà per Castello d'Argile, Pieve di Cento, S. Pietro in Casale, Cento: le città emiliane che ospitano «Tracce di teatro d'autore», la rassegna nella quale Braccianti è inserito. 
Da destra: E. Messina e A. Nicolino in "Hruodlandus". Foto di L. CeglieA portare sulla scena la vita delle plebi pugliesi sarà Enrico Messina, singolare figura di attore ed etno-ricercatore. Nato a Foggia 33 anni fa, formatesi al teatro del Sole di Milano, dopo aver girato in tournée per Germania, Austria, Svizzera, Ucraina e Francia, si è ammalato di mal d'Africa. In Burkina Faso, Senegal e Costa d'Avorio ha studiato la tradizione orale del popolo mandingo, affidata ai griot bambara, cantastorie erranti, e ne ha tratto ispirazione per i suoi lavori successivi. In questi giorni Messina è a Milano, per mettere a punto gli ultimi dettagli di Braccianti. L'opera non ha ancora assunto una fisionomia definitiva. Messina, infatti, preferisce definirla «progetto». Un progetto che nasce da una ricerca antropologica, effettuata sul campo, o meglio, sulle campagne daune, battute sul finire degli anni Settanta da Paola Sobrero e Giovanni Rinaldi, etnologi per passione, e compilatori del volume La memoria che resta. Non tutto il materiale raccolto è finito nel libro: fuori ne sono rimasti filmati e registrazioni sonore, testimonianze dirette dalle quali Messina ha attinto abbondantemente: al punto che una selezione vera e propria non è ancora stata ultimata. 
Quello di Argelato sarà, insomma, un primo tentativo, un embrione di rappresentazione. Nel teatro verrà collocato uno schermo, sul quale scorreranno le immagini che correderanno la drammatizzazione vera e propria. Gli attori narreranno storie come quella di un salariato quarantenne espulso di fatto dal mercato del lavoro per far posto a dodicenni, più produttivi e remissivi. A recitare, oltre ad Enrico Messina, ci sarà anche Micaela Sapienza. «Spero di riuscire a farne una vera e propria produzione teatrale, da portare in giro, magari a partire dalla prossima stagione» racconta Federico Toni, direttore artistico di «Tracce di teatro d'autore». La rassegna, giunta quest'anno alla sesta edizione, si è sempre caratterizzata per l'attenzione riservata all'impegno civile degli autori che ospita. Fra i quali, quest'anno figura anche Marco Paolini, con I-T-G. Racconto per Ustica. «Marco Paolini oggi è notissimo, ma sino a qualche anno fa non lo conosceva praticamente nessuno - continua Toni - E io credo che per Messina sarà la stessa cosa: la sua bravura esploderà fra qualche anno». Nell'attesa Toni è alla ricerca di partner per produrre Braccianti. Potrebbe trovarli nel Dock, il centro servizi e documentazioni multimediali della provincia di Foggia; ma anche nel Centro Etnografico ferrarese e il Museo della civiltà contadina di S. Marino di Bentivoglio (Bologna). 
Come mai tanta attenzione alla vita dei braccianti foggiani da parte di due istituzioni culturali emiliane? «Perché abbiamo riscontrato forti somiglianze nella storia dei proletari contadini in Puglia ed in Emilia», spiega Toni, «Qui da noi, in passato, era pieno di risaie; e mi ricordo ancora i racconti di mia nonna sulle condizioni di lavoro e sullo sfruttamento delle mondine. Ne sono nate tradizioni folkloristiche molto caratterizzate. Un incontro fra le due culture è possibile».

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Imperio

PROTAGONISTI
N. 10, 23 marzo 2002


Teatro / Ricerche antropologiche
LA MEMORIA CHE SI FA PRESENTE
Una ricerca antropologica scritta venti anni fa diventa opera teatrale

di SERGIO IMPERIO

Chi trova un libro ben curato trova un tesoro. E' quello che è accaduto all'attore Enrico Messina, a cui è capitato tra le mani "La memoria che resta. Vissuto quotidiano, mito e storia dei braccianti del basso Tavoliere", curato da Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero. Pubblicato ventanni fa nel 1981 nell'ambito dei lavori di ricerca antropologica e di storia orale che miravano alla fine degli anni '70 alla costituzione dell'Archivio della Cultura di Base presso la Biblioteca Provinciale di Foggia. Dopo vent'anni, quasi all'improvviso, da matrici culturali diverse, intrecciandosi attraverso nuove forme culturali spuntano proposte diverse e creative che riutilizzano e ricreano le voci, le storie, le immagini di quel grande libro/archivio sulla storia del nostro territorio e dei suoi protagonisti.

Infatti dal materiale del libro Enrico Messina sta preparando una rappresentazione teatrale che verrà presentata Venerdì 1 Marzo 2002 ad Argelato (BO), in occasione di "Tracce", importante rassegna della ricerca teatrale italiana, come spiega lo stesso Messina: - Ho appena cominciato la preparazione del mio nuovo lavoro, che prende le mosse da "La Memoria che Resta" e da alcuni altri tra i materiali da me richiesti al Dock di Foggia in consultazione, e che, per ora in via provvisoria, chiamo "Braccianti". Uno studio del lavoro in fieri verrà presentato ad Argelato (BO), in occasione di "Tracce", importante rassegna della ricerca teatrale italiana, che ospiterà il mio spettacolo HRUODLANDUS Libera Rotolata Medioevale. Grazie alla sensibilità e all'interesse del Direttore Artistico della rassegna, Federico Toni, in quell'occasione saranno presenti anche i direttori del Centro Etnografico Ferrarese e del Museo della Civiltà Contadina, che si sono detti molto interessati a trovare una via di collaborazione possibile per la realizzazione di Braccianti -.

La pubblicazione era ed è un percorso che mescola vita, memoria, tradizione scritta e orale. Un cammino di ricerca tra diverse generazioni e tipologie espressive comprese in un arco cronologico che va dal primo 900 agli anni 80. Un percorso da vedere, leggere e sentire. Immagini, racconti, canti, testimonianze quotidiane indagate e raccolte in un racconto biografico di una terra e dei suoi uomini. "La memoria che resta" ora si fa azione nel lavoro di Messina, azione che interpreta l'esperienza dell'uomo e della sua terra contro l'amnesia della globalizzazione, affidata all'immaginazione teatrale di un attore-ricercatore, che con il teatro recupera e salva una memoria biografica che è testimonianza di una identità. Una operazione che porta alla luce un racconto di realtà vissuta salvaguardandola dal vuoto, dall'assenza, dall'oblio attraverso tracce e segni di un passato ansioso di futuro. La memoria, l'identità e la moralità degli individui e dei popoli, non si acquisisce, si conquista.

Probabilmente la memoria non è il passato che si ricorda. Essa forse, ci sta di fronte e ci avvolge come un gioco, un gioco teatrale appunto, fonte di informazioni di un tempo al plurale che ci appartiene e che non sempre può considerarsi definitivamente trascorso.

Qual'è, oggi, il senso della memoria che abbiamo come civiltà? Ne abbiamo uno? Ne abbiamo molti? Ne abbiamo bisogno? Come individui e come società, come cultura e come storia, noi siamo ciò che ricordiamo e ciò che dimentichiamo. L'operazione di Messina si oppone all'oblio di un lavoro di cui si rischiava l'oblio. Il lavoro della terra, le memorie e la quotidianità dei braccianti del basso Tavoliere hanno ispirato un lavoro teatrale che si fa azione di passione, presenza costante e non serbatoio di un passato inerte. In lei si giocano i sensi delle vite che si legano e si sciolgono fra loro, nei tempi e nelle storie che ne tessono la rete.

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PIVA1

LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO (Gazzetta di Capitanata)
24 aprile 2002

La storia. L'autore de "Lacapagira" girerà in Capitanata un documentario sui movimenti bracciantili
PIVA, REGISTA DEI NOSTRI CAMPI
In onda a fine maggio nel programma di Mirabella

di MARA MUNDI

Film storici ambientati in provincia di Foggia? La proposta arriva da Alessandro Piva, regista de "Lacapagira", pellicola autoprodotta, girata in economia nei bassifondi baresi, che due anni fa ha vinto il David di Donatello, riscuotendo successi al Festival di Berlino e nelle sale cinematografiche di tutta Italia.
Agli inizi della prossima settimana, Piva sarà in Capitanata per realizzare un documentario sui movimenti bracciantili che hanno interessato il nostro territorio negli Anni Cinquanta. Il servizio andrà in onda, a fine maggio, nel corso del programma tv "La storia siamo noi" di Michele Mirabella, dal mercoledì" al venerdì" su rai tre, a partire dalle ore otto."In questo periodo, sto cercando materiale sulle tensioni sociali del secondo dopoguerra, quando i più disperati lottavano per un fazzoletto di terra" dichiara Alessandro Piva a "La Gazzetta". "Così, navigando in Internet, mi sono imbattuto nel libro La memoria che resta, pubblicato dalla Biblioteca provinciale di Foggia nel 1981". Si tratta di una ricerca sul campo, compiuta a quattro mani da Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero, nelle campagne del Basso Tavoliere, per raccogliere testimonianze dirette, foto d'epoca, registrazioni audio, canti sociali ed espressioni teatrali della classe più umile e povera di quel periodo. L'idea era quella di costruire un archivio della cultura di base, per mantenere il filo di continuità con fatti ed eventi del vissuto quotidiano. Insomma, raccontare gli avvenimenti di un'epoca, con le voci di chi ogni giorno era alle prese con il lavoro nei campi, fatto di sudore e sacrifici. Quella dell'archivio fu senzaltro una bella intuizione, che purtroppo dopo qualche anno si bloccò. Fu così che, di tutto quel lavoro di ricerca, restò soltanto un libro, tra l'altro diventato rarissimo: se ne trovano una copia in Biblioteca provinciale e ben 19 alla biblioteca di Cambridge, che allora ne fece richiesta. "In 440 pagine, abbiamo riassunto circa 770 ore di nastro registrato, 18 mila scatti fotografici, 4 mila e ducento diapositive a colori e 200 foto d'epoca" spiega Giovanni Rinaldi, che metterà a disposizione della troupe rai bobine, documenti filmati e fotografici. Un'indagine approfondita, dunque, che rischia di perdersi se non verrà digitalizzata in tempi brevi. Forte il rischio di danneggiamenti ai nastri magnetici e alle pellicole.

"Ho preso contatti con Rinaldi, subito dopo aver visionato parte del materiale trovato sul web" aggiunge Piva, che già dieci anni fa si dedicò allo studio delle lotte di classe nel meridione. "Passerò il primo maggio fra Cerignola e San Severo, i due centri che, insieme a Lucera e a Torremaggiore, segnarono quel periodo storico, con prese di posizione e uomini di rilievo". Precisi i riferimenti alla rivolta del 23 marzo 1950 a San Severo, che portò all'arresto di 180 persone. Altrettanto chiaro il riferimento alla figura di Giuseppe Di Vittorio. "In quegli anni, la solidarietà di classe era molto sentita, tanto che i figli dei cafoni incarcerati venivano ospitati in altre regioni di Italia da operai e contadini". Successe così anche a Severino Cannelonga, ex parlamentare comunista, ospitato da una famiglia abruzzese, quando il padre Carmine fu accusato di insurrezione armata contro le istituzioni dello Stato, sempre nella primavera del 50.
"Di questi tempi, caratterizzati da grandi scontri sindacati-governo sui temi del lavoro, uno sguardo al passato potrebbe mostrare origini e fondamenta di questa Repubblica" sottolinea Piva, che ricorda con affetto Foggia, città natale della nonna.

Sarà coinvolto anche l'istituto tecnico agrario di San Severo, nello speciale che girerà Alessandro. "Mi piacerebbe contrapporre il vecchio al nuovo, per cercare di cogliere i cambiamenti dell'agricoltura e del suo ruolo nell'economia generale di questi posti". Cosa sanno i ragazzi delle rappresaglie di oltre mezzo secolo fa, dell'assalto alla macelleria, dell'intervento delle forze dell'ordine di Foggia, di quei due anni di carcere e del processo celebrato a Lucera il 4 aprile del 1952? E' probabile che sappiano poco o nulla: tempo fa, Severino Cannelonga tenne una lezione in istituto per raccontare ai giovani quei giorni di rabbia e di sangue. Moltissimi ignoravano del tutto la vicenda, la storia di cinquantanni addietro".

Fa un lungo respiro, Piva, prima di riprendere il suo racconto a "La Gazzetta". "Queste terre custodiscono storie ed avvenimenti che devono arrivare alle nuove generazioni: in tal senso, il Dock - Centro servizi e documentazione multimediale della Provincia di Foggia - potrebbe svolgere un ottimo lavoro. Attraverso Internet, ho conosciuto anche questa struttura, cogliendone le potenzialità". Poi, dopo un'altra pausa, Piva aggiunge: "Io non mi fermo qui". E promette: "Adesso che ho ritrovato il filo, peraltro mai completamente interrotto, con il passato della Puglia e del Sud, cercherò di portare avanti questa ricchezza di esperienze e di vissuto".
Magari con un film?"può darsi: è nelle ipotesi dei progetti futuri. La Puglia sarebbe il posto migliore per girare ambientazioni storiche. Si dovrebbe pensare ad una film commission, che al pari delle altre regioni, come Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Lazio, offra servizi e convenzioni per le troupe".
Un suggerimento che si aggiunge alla proposta fatta, qualche giorno fa ad Accadia, da Lino Banfi, per rilanciare i piccoli Comuni.
Un'idea da cogliere al volo per ritagliarci uno spazio in un settore cinematografico specifico.


PIVA

VIVEUR
N.18, A. X, 3 maggio 2002

IL CINEMA SCENDE IN CAMPO

di PAOLA LA SALA


L'EVENTO
Le lotte bracciantili che insanguinarono l’alto Tavoliere agli inizi degli anni Cinquanta hanno ispirato il documentario che il regista Alessandro Piva ha girato agli inizi della settimana scorsa in Capitanata. Lo trasmetterà Rai Tre alla fine di maggio, ma Viveur ne svela il contenuto.

La storia siamo noi è il titolo della trasmissione in onda su RAI3 dal mercoledì al venerdì sera che, alla fine del mese prossimo, ospiterà un documentario girato nelle terre di Capitanata diretto dal regista di origine salernitana, ma pugliese d’adozione, Alessandro Piva, autore un paio d’anni fa del fortunato Lacapagira che, del tutto inaspettatamente, si portò a casa un David di Donatello come migliore opera prima.
Piva torna a girare, dunque, nella regione dove ha trascorso l’adolescenza e la giovinezza per raccontarne altre storie, per disegnare le figure d’altre persone, gente dalla faccia scolpita nella pietra e nel sole.
Saranno, infatti, le lotte bracciantili degli anni Cinquanta il tema che il regista trentaquattrenne affronterà nel suo documentario, le cui riprese incominceranno a ridosso del 1 maggio fra San Severo e le campagne circostanti, quelle terre, cioè, che furono teatro di scontri anche aspri, come la rivolta di San Severo del 23 marzo 1950 che ebbe come conseguenza 180 arresti (i braccianti tratti in arresto furono poi difesi dall’avvocato Lelio Basso, direttore, fra le altre cose, dell’ultima rivista antifascista pubblicata in Italia, Pietre, e vittima anch’egli di numerosi arresti per motivi politici).
Un periodo, quello del secondo dopoguerra nel meridione d’Italia, caratterizzato da forti tensioni sociali riguardanti soprattutto le problematiche del lavoro agricolo e dei rapporti fra i braccianti e il padrone che, come abbiamo ricordato poc’anzi, sfociarono in forti tensioni; avvenimenti di cui probabilmente le nuove generazioni stanno perdendo la memoria.
Memoria sbiadita che occorre rispolverare, se non altro per riportare alla luce un pezzo fondamentale della nostra storia, nemmeno poi tanto lontana, che rappresenta un momento nodale del passato di una terra come la nostra attraversata sempre da mille turbolenze.

"Pane e lavoro era un po' lo slogan di quelle giornate di lotta e furore nelle nostre campagne e questo quasi certamente sarà il titolo del documentario di Piva, che in una decina di minuti proverà a farne rivivere memorie sicuramente non sopite"

Prendendo spunto da un testo fondamentale come La memoria che resta, scritto da Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero, pubblicato nell’81 dalla Biblioteca Provinciale di Foggia, Alessandro Piva proverà a ricostruire e a far rivivere con la macchina da presa quei giorni di lotta e di solidarietà in un periodo storico come questo che stiamo attraversando nel quale il tema del lavoro e le stesse lotte di classe assurgono a nuova, urgente attualità.
Un’occasione, dunque, per tentare una sorta di parallelismo fra il passato e il presente, a buon diritto figlio di quel passato; un passato, fra l’altro, che deve essere recuperato e in un certo senso restituito ai giovani di oggi.
Pane e lavoro era un po’ lo slogan di quelle giornate di lotta e furore nelle nostre campagne, e questo quasi certamente sarà anche il titolo del documentario di Piva, che in una decina di minuti proverà a farne rivivere memorie sicuramente non sopite nel tempo attraverso testimonianze dirette di chi quei giorni li ha vissuti.
Nel corso di una piacevole chiacchierata con Alessandro Piva, il regista ci spiega a grandi linee la genesi di un progetto che prenderà vita proprio nelle prossime settimane a compimento di una sorta di predestinazione.
Era da tempo, infatti, che raccoglieva materiale documentario riguardante i fatti e i movimenti meridionali di lotta degli anni fra il 1948 e il 1950, periodo nel quale, come prosegue lo stesso regista, si è giocato molto del destino del nostro Paese.
Si deve a uno degli autori de La storia siamo noi, Pasquale Misuraca, in ogni caso, l’avvio vero e proprio del progetto.
Misuraca, dopo averlo contattato, infatti, ha dato carta bianca circa la scelta dell’argomento da trattare fra quelli della nostra storia recente al regista de Lacapagira; «per me è stato quasi come rispondere a un appello - precisa, - se non siamo noi autori della nuova generazione a occuparci in maniera più approfondita di argomenti come questi, a chi spetta questo compito?»
La rivolta di San Severo del 23 marzo del ‘50, per sedare la quale furono mobilitati addirittura i carri armati dell’esercito, costituirà il nucleo centrale del lavoro di Piva, le cui riprese inizieranno già questa settimana: si partirà da San Severo per proseguire via via là dove la ricostruzione porterà, senza un itinerario ben preciso, lasciato al richiamo del cuore, in qualche modo. Partendo da un avvenimento da considerare di portata epocale Piva continua sostenendo che «quello che mi piace raccontare è la microstoria - che si inserisce all’interno di quei fatti, - mi piace anche, da un punto di vista visivo, porre l’accento sul contrasto fra il giallo dei campi e il rosso delle bandiere e del sangue versato», prosegue il regista.
Ma il suo documentario, attraverso varie testimonianze di chi oggi lo vive quotidianamente, offrirà anche l’occasione per analizzare come - e se - è in realtà cambiato il rapporto con la terra e con l’agricoltura rispetto a quello d’allora.
In una manciata di minuti, dunque, il giovane regista riporterà alla luce un segmento fondamentale della nostra storia, che ha visto, in particolare, le terre pianeggianti del Basso Tavoliere fare da teatro alle lotte della povera gente, i cosiddetti cafoni, che su quelle zolle hanno versato non soltanto il loro sudore.
Un’operazione di recupero che dal passato cerca le radici e le ragioni del presente, con l’obiettivo di contribuire a costruire una sorta di archivio della memoria.


MUNDI

LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO
8 maggio 2002

Eventi. Immagini degli anni Cinquanta sullo sfondo della rappresentazione di un autore foggiano
STORIE DI BRACCIANTI A TEATRO
Una produzione della compagnia "Armamaxa" di Belluno

di MARA MUNDI

Fra qualche settimana torneranno nei campi di Palmori: schiene curve, braccia protese, pelle nera che gocciola sudore, offesa da un sole troppo caldo che non vuole saperne di tramontare. Verranno qui, da noi, nonostante la siccità. Torneranno a raccogliere pomodori, verranno nella piana del Tavoliere a riempire casse su casse, per guadagnarsi la giornata. E li vedremo, la sera, stesi sull’erba dei giardini, di fronte alla stazione, tutti presi dai loro discorsi in una lingua che non conosciamo. Una maglia di cotone a fare da cuscino, la busta dei panini appena aperta, una birra fresca a lavare via la stanchezza.
Sono i nuovi braccianti, quelli che arrivano dall’Africa, per lavorare la terra, senza molti diritti, senza alcuna pretesa se non quella di tirare a campare. Arrivano anche dai Paesi dell’Est, con la loro pelle chiara che teme ancora di più la palla di fuoco, rossa e inclemente.Altri tempi, altre storie. Fino a quindici anni fa i nostri braccianti si davano appuntamento davanti al teatro Giordano, oppure di fronte alla Prefettura di Foggia, con la speranza di essere scelti per la campagna.Passato e presente s’incontrano, fra razze diverse, volti stanchi, miseria e rabbia urlate in faccia ad una sorte iniqua, che ti inchioda alla precarietà, all’insicurezza di un futuro sempre più incalzante.
Storie che si ripetono. Così, da questa consapevolezza nasce il progetto "Braccianti", prodotto dalla compagna teatrale "Armamaxa" di Belluno, fondata dal giovane attore foggiano Enrico Messina, insieme ad Alberto Nicolino. Tradizione e tecnologia si fondono nell’iniziativa promossa in collaborazione con la Provincia di Bologna, il Comune di Argelato, Tracce di Teatro d’Autore di Pieve di Cento, il Centro Etnografico Ferrarese e il Museo della Civiltà Contadina di San Marino Bentivoglio. Una pedana, due grandi schermi di quelli invisibili, il videoproiettore e il pubblico intorno, a fare da cornice ai due attori, Enrico Messina e Micaela Sapienza. È il teatro della narrazione, fatto di parola e di ascolto, di gesti e di movimenti che accompagnano il testo. Sullo schermo appaiono i braccianti della Capitanata, che agli inizi degli Anni Cinquanta hanno lottato per una vita migliore, a colpi di insurrezioni e di proteste. Sono le testimonianze, audio e video, raccolte da Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero, autori del libro "La memoria che resta. Vissuto quotidiano, mito e storia dei braccianti del Basso Tavoliere", pubblicato dalla Biblioteca Provinciale di Foggia nel 1981. Dal passato, quindi, tornano voci di gente comune, piccoli rituali di ogni giorno, antiche credenze, sfoghi contro i padroni, canti sociali, liturgie laico-celebrative. Esce da una pagina di storia e arriva sul grande schermo anche Giuseppe Angione, che aveva 85 anni quando, un quarto di secolo fa, raccontò a Giovanni e Paola di quel tozzo di pane diviso con Giuseppe Di Vittorio.

"La nostra idea è quella di creare nuova memoria, perché nessuno dimentichi quello che è successo ai nostri padri, ai nostri nonni e quello che potrebbe accadere ai nostri figli" spiega tutto d’un fiato Enrico, 33 anni e una formazione intensa cominciata poco più di due lustri fa alla scuola di formazione attoriale del teatro del sole di Milano. È stato in Africa, Enrico, fermandosi in Senegal, in Costa d’Avorio e in Burkina Faso. Ha ascoltato le storie della tradizione orale di quei popoli lontani, ha pensato che lui non aveva belle storie da restituire. È tornato nella sua terra, nelle terre daune. Ha cominciato dagli studi sui movimenti bracciantili, ha conosciuto Raffaele Delli Carri, 81 anni, uno degli ultimi terrazzani, con una vita passata a cacciare di frodo in terre che non avrebbe potuto neppure attraversare. "Mi sono scontrato con il nostro passato, ho visto gli occhi celesti di Raffaele, le sue mani e il suo viso scolpiti dalla stanchezza, ho visto il suo sorriso largo, quello che vanta chi è sempre stato libero" racconta Enrico, che in questi giorni ha fatto tappa a Foggia per lavorare al suo progetto, in vista dell’incontro operativo fra tutti i referenti coinvolti, in programma venerdì 10 maggio all’ufficio cultura della Provincia di Bologna. All'incontro parteciperà anche l'assessore alla pubblica istruzione della Provincia di Foggia Anna Maria Carrabba, in vista di una possibile adesione dell'ente di piazza XX Settembre.

Val la pena ricordare, che la settimana scorsa anche il regista Alessandro Piva è stato in Capitanata, per girare un servizio televisivo sui movimenti bracciantili, da mandare in onda nella trasmissione televisiva "La storia siamo noi", su Rai tre.

Le rappresentazioni itineranti verranno allestite nelle scuole, in piazza, nelle biblioteche, nei musei, nei centri di documentazione. Ogni volta, si cercherà di arricchire il lavoro con esperienze dirette vissute dalla gente del posto. Insomma, lo spettacolo viaggia su un canovaccio piuttosto elastico, che di volta in volta si trasforma per ospitare pillole di testimonianze, scelte fra quelle che più si addicono al tema trattato. Non solo testimonianze del passato, quindi, ma anche racconti dei nostri giorni. "Perché la storia si ripete, e i braccianti umili e sfruttati esistono anche oggi, esisteranno anche domani". E fra qualche giorno, i nuovi braccianti arriveranno a popolare la terra di Palmori e mille altre terre in Italia e nel mondo.

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LANGONE

LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO
12 maggio 2002

In onda il 29 maggio su Raitre. Protagonisti i braccianti
Piva, sulle tracce di Zatterin
un documentario in Capitanata
 

di ANNA LANGONE



foggia «Sono molto attratto dal mondo dei braccianti foggiani, dal loro lavoro sulla terra, dalle loro lotte. Per questo ho voluto realizzare questo documentario»: così Alessandro Piva presenta Pane e lavoro, un documento (circa 10 minuti), girato nelle campagne di San Severo, per «La storia siamo noi», il programma di Raitre che lo manderà in onda il 29 maggio (ore 20,05).
Il regista de Lacapagira (David di Donatello nel 2000) ha lavorato negli stessi luoghi che il 23 marzo 1950 fecero da cornice a una violenta protesta dei braccianti, sedata addirittura con l'arrivo dei carrarmati dell'esercito.
«Questo filmato - spiega il regista barese di origini campane - è più che una ricostruzione di quella vicenda, è un brivido che voglio comunicare agli spettatori, visto il punto di partenza del mio lavoro. Ho trovato negli archivi Rai il servizio che Ugo Zatterin realizzò in occasione della rivolta di San Severo ed ho riproposto gli stessi luoghi, per mostrarne il cambiamento avvenuto in cinquant'anni. Sono riuscito a rintracciare persino alcune delle persone che Zatterin intervistò in quella circostanza».
«Cicerone» di Piva, aiutato dalla Provincia nel suo viaggio tra passato e presente di campi e braccianti, è stato Giovanni Rinaldi, autore con Paola Sobrero de La memoria che resta (edito dalla Provincia di Foggia), un testo che ha molto affascinato Piva.
«Il legame con la Puglia per me è molto forte - dice il regista - è questo che mi ha spinto a girare Lacapagira. Per lo stesso motivo tornerò a girare la prossima estate in Puglia, anche in Capitanata».
Un seguito de «Lacapagira» o altro?
«Racconterò una storia, che non sarà staccata dal contesto in cui la realizzerò. Non farò certo un film virtuale, come alcuni dei film che vengono girati oggi. In Puglia, del resto, è impossibile staccarsi da ciò che rappresentano il paesaggio, il territorio, con la loro forte identità».


ANGIULI

CORRIERE DEL MEZZOGIORNO
9 GIUGNO 2002

Donne di Puglia Voci femminili raccontano la stagione delle lotte sindacali e delle rivendicazioni della terra fra il primo e il secondo dopoguerra in Capitanata
Le braccianti di Giuseppe DI VITTORIO

di EMANUELA ANGIULI

"Quando mori Di Vittorio, due giorni andai a Roma, si, due giorni. Stava da qua [scoperto dalla vita in su] come se fosse che stava a dormire, con la testa lui cosi, con la cravatta rossa. Eh, mi uccisi la vita mia sempre a piangere. Piglia e dicevano: "E che è? Che ti è?", Che mi è? Mi è compagno! Che mi è?! mi è compagno!" notte e giorno sempre a piangere e non me ne volevo venire. E poi facemmo il corteo là. Non si finiva mai. Qua la bara e qua io. Dissi: "Andatevene che io devo andare appresso alla bara". Mi misi vicino alla carrozza (...) Quelli come camminavano, i fiori li menavano e camminava sopra, Di Vittorio. Da Cerignola scasò tutta Cerignola. Quanti pulmann che partirono da Cerignola! Uuuh! Femmine, bambini, tutti da Di Vittorio, tutti là. E quelli dicevano: "Tu sei passata la prima volta [davanti alla bara]", i compagni, "E adesso devo passare di nuovo. Non mi dite niente che se no vi rompo la faccia" dissi io "Io devo passare. Lo devo vedere."
Le parole di Savina Barbarossa bracciante di Cerignola, classe 1907, sono conservate fra i documenti sonori raccolti da due ricercatori, Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero, che a metà degli anni 70 hanno fondato l'Archivio della Cultura di Base della Biblioteca Provinciale di Foggia, esperienza a dir poco unica per il rilievo assunto nella costruzione delle fonti orali demoantropologiche nel panorama delle istituzioni culturali del Mezzogiorno. Rileggendo oggi il volume pubblicato nel 1981da Rinaldi e Sobrero, mi rendo conto, per me che cerco le tracce del vissuto femminile nella contemporanea storiografia pugliese, quanto prezioso sia stato quel lavoro di ricerca attraverso il quale, dal primo al secondo dopoguerra, le testimonianze di anonimi protagonisti della stagione delle lotte sindacali e delle rivendicazioni della terra in Capitanata, prendono voce nella narrazione della Memoria che resta.
Fra i braccianti, i contadini, i mezzadri, i pastori, curatoli, soprastanti e padroni che ogni giorno riempiono le piazze di Cerignola e il Piano delle Fosse, che escono ed entrano fra vicoli, portoni, bassi, botteghe, per incontrarsi, pattuire o emigrare, si muovono le donne, figure di stracci e di fame, pronte a partire prima dell'alba per le masserie, costrette a tutte le "malearti", i lavori più duri e degradanti, fissati nei ricordi di Lucia Barbarossa bracciante per la vita. Anche la percezione dello spazio e del tempo assumono nella visione memoriale delle contadine il senso indelebile di un'ossessione dilatata, come se i confini fra luoghi e tempi dell'esistenza avessero perso qualsiasi scansione rituale. "Facevamo sette otto chilometri a piedi, non si capiva la campagna quanto era, con i fasci di sarmenti addosso quando tornavamo." La descrizione del lavoro agricolo fatto da Lucia assomiglia alla mappa del Tavoliere, attraverso tutte le fasi delle colture "Prima andavamo alla pungeime - ricorda - cosi chinate a togliere l'erba in mezzo al grano, stavamo a pulire il grano. Erano malamente i curatoli, i padroni. Avevamo a Turnesidde che parlava con indecenza, noi chinate culo in aria e quelli, la vrachetta di quelli appoggiata sotto le donne. Che proprio un giorno mi fastidiai e dissi "Turnesidde tu te n'a scej proprie da ret'i ffemene se no me fè scapecerrè". Ci mettevamo la mattina, finivamo di lavorare al calare del sole. Prima di finire di lavorare ti dovevi dire il rosario a San Matteo, a San Michele (...) Poi al tabacco, ho fatto 24 anni di tabacco (...) Poi siamo andati alle pesche, a cogliere le pesche a Cerignola. Poi siamo andati a fare l'erba, con i fasci addosso con l'erba. Poi andavamo caricando l'acqua e l'andavamo vendendo, per dare da mangiare a cinque figli (...) abbiamo fatto tutte le malearti del mondo. E non tenevamo nemmeno il pane. Ce ne siamo andati in campagna con i pistacchi, coi fichi secchi. Venivi dalla campagna con le robe bagnate e quelle rimanevano. Le scarpe della campagna tutte rotte e quelle tenevamo, non ci potevamo cambiare."
Quante erano le cerignolane come lei, fra il 1920 e il 1950? Non esistono stime precise, duemila e forse di più, costrette a consumare le ore della sera in case dove spesso convivevano le intimità di tre quattro famiglie "coricate", separate da qualche tramezzo. "Prima in un letto marito moglie - sono ancora parole di Lucia - e tutti i figli che tenevi tra i piedi, cimici, pulci, pidocchi in una casa (...) poi la paglia delle ristoppie del grano quelle tenevamo per letto. E che prendevamo allora? Quando tornavi dalla campagna ti andavi a prendere un'alice, i sarachidde compravamo quelle ce le mettavamo in mezzo al pane, ci mettavamo davanti alla porta e mangiavamo, e quello era che mangiavamo, che sapevamo la minestra come si mangiava?"
L'apparizione di Giuseppe Di Vittorio, anche lui bambino mandato a pulire il grano dall'erba, si configura ben presto, anche per le braccianti, un evento messianico. "E quando venne la prima volta a Cerignola [nel secondo dopoguerra] Di Vittorio - racconta Anna Di Modugno - nemmeno se veniva Gesù Cristo. Chi è Gesù Cristo? Nemmeno cosi. Chi faceva una festa a Gesù Cristo? Nessuno. Tutti ad abbracciarlo, come camminava per la piazza, per le strade, tutti a menarsi ad abbracciare Di Vittorio, a baciarlo. Quello era il dio nostro, Di Vittorio a Cerignola, era questo il fatto di Di Vittorio. Era bravo per˜, era bravo assai." Francesca Pastore diventata da bracciante dirigente comunista che ha lavorato alla banchina, alla cariola, allo zappud, a rompere le zolle, a cogliere Ie olive, a zappare, a cogliere i gregn' a porgere il forcone, "martire in tutte le maniere" da lui ruba "la parola", il vangelo laico della salvezza e della redenzione sulla terra, pronta a subire un altro martirio nella fede delle rivendicazioni dei diritti umani oltre che salariali e lavorativi." "Anche mia sorella che era cieca - continua - e diceva che "io devo andare a sentire il comizio di Peppino Di Vittorio vicino al Carmine" e gli portavo la sedia, diceva "io non posso andare in nessun posto, nè feste, nè questo, nè là. Voglio andare alla predica, al comizio che fa Di Vittorio. E non dimenticava mai la parola di Peppino Di Vittorio, sempre, quando lo sentiva, con tutto che non vedeva; quando passava la festa del Primo Maggio a battere sempre le mani. E che cosa vedeva? Non vedeva, ma sempre la parola sua. Quando era la festa del Primo Maggio, il quadro grosso che tengo, tengo un panno rosso che vicino a casa facevamo tutta la paratura rossa, e mettevo il quadro di Peppino Di Vittorio."
Le vite di Lucia, di Savina, di Anna, di molte altre perse fra il grano e gli ulivi del Tavoliere, scivolano verso la lotta di classe della Camera del lavoro e del PCI nell'epopea degli scioperi, dell'occupazione delle terre, della grande festa del Primo Maggio. Ripalta Buonomo, dirigente dell'UDI, ha un ruolo rilevante nell'organizzazione delle cellule femminili a partire dal 1950. "Ste cose parlavamo con le donne quando andavamo a fare l'assemblea, insomma le cellule: se ora non possiamo mangiare, non possiamo tenere il pane, non possiamo assaporare un poco di carne, se la mangiano solamente i proprietari (...) invece noi attraverso le lotte che noi facciamo domani ci possiamo mangiare pure noi un poco di carne, ci possiamo mangiare pure noi un poco di mangiare in più" La stagione degli scioperi segnò l'ingresso in massa delle lavoratrici della terra nell'azione politica, tanto da renderle organizzatrici, assieme ai figli e ai mariti, delle strategie rivendicative. "Poi incominciammo noi gli scioperi, pure noi - afferma con orgoglio Ripalta - e li facevamo gli scioperi (...) e ci andavamo a mettere tutti sotto il ponte per non far passare tutti i mezzadri ad andare a tagliare l'uva e vennero i carabinieri. Dissero a me: "signora, lei è donna. Può andare a fare la calza!" "No - dissi io - l'interessi della casa mia me li devo vedere io! non te li devi vedere tu! - dissi al carabiniere - perchè Cirillo si frega il cuore di Cristo da me, e io tengo otto figli! Come hai capito?! Come devo andare a fare la calzetta?! Devo stare qua!" Insomma il marito mio ha fatto sciopero. Il figlio mio grande andò in galera al primo sciopero che si fece."
Nei primi anni '50 le cellule organizzate da Ripalta si facevano in casa "e si facevano riunioni di donne e di uomini, sempre divise: Ie donne a un orario più presto e gli uomini più tardi" per mettere a fuoco le tattiche dell'occupazione dei terreni di Cerignola. "Quando andavamo a occupare le terre noi donne, che facevamo? Pigliavamo i sassi, facevamo i monti di sassi in mezzo alla terra, che potevamo fare noi che eravamo donne? Chi aveva il coraggio, chi aveva la forza di più, con i camion ci mettevamo tutte donne dentro e andavamo fuori, gli uomini avanti e noi appresso. Pigliavamo pezzi di croste che trovavamo in terra e li mettevamo in un posto, finchè arrivava la polizia che ci veniva a cacciare, che non potevamo stare."
Negli occhi di Ripalta, fotografata da Giovanni Rinaldi nel 1977, passa la memoria della sua terra, sfiorata dallo sguardo delle compagne vestite a festa per la celebrazione del Primo Maggio nelle vie di Cerignola. Una festa popolare senza santi e senza madonne, senza preti e senza padroni, con gli addobbi di panno rosso intorno alla fotografia di Peppino di Vittorio, profeta della promessa terrena, con i carri coperti di ulivi, con i cavalli, le biciclette, i cantanti e i macchiettisti, e loro, le donne, vestite da zingarelle come per il carnevale, le risate, le danze, i balli e la botte di vino per bere e cantare tutti insieme. "E io, e come andavo io mi tiravo le donne appresso a me quando era la festa. "E' il Primo Maggio è il primo Maggio! Spicciamoci! andiamo!".


TRECCA

LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO
15 febbraio 2003

«Ori di Puglia», domani
Intervista con Sergio D'Amaro

DI VITTORIO, un coro per dare voce alle lotte del sud
Nel volume distribuito con la "Gazzetta" la storia della colonna sonora del riscatto bracciantile e contadino della prima meta’ del ‘900. Una tradizione rinverdita da Matteo Salvatore e dai Cantori di Carpino

di MICHELE TRECCA

I canti popolari del Tavoliere sono stati la colonna sonora degli anni roventi delle lotte bracciantili e contadine della prima metà del secolo. Hanno accompagnato nei campi e nelle piazze la disperazione, la gioia, le speranze di riscatto di generazioni di uomini e di donne. Nelle parole e musiche ingenue di quell'arte povera c'è la nostra infanzia sociale, quando giustizia e democrazia erano un miraggio lontano, come per un bimbo l'età adulta. Dovremmo averli cari, quei canti, custodendoli nella memoria con la stessa cura dei motivi che hanno accompagnato i nostri primi amori... se è vero che la tensione ideale per un mondo diverso da cui essi nascevano è ancora viva dentro noi.

Sergio D'Amaro di San Marco in Lamis (Foggia) è studioso e poeta. Si è occupato, in particolare, di Carlo Levi e con Gigliola de Donato ne ha allestito la biografia (Un torinese del Sud, Baldini & Castoldi, 2001). Sta per pubblicare un nuovo volume di versi (Beatles). Nel lavoro di analisi e documentazione dei Canti del Tavoliere ha riversato sia la puntigliosa competenza del filologo sia la passione del critico militante da sempre attento a certa letteratura marginale del sud, come le scritture popolari ed emigratorie.

«Il Tavoliere - ci dice Sergio D'Amaro - ha cantato l'epopea di lotte e sofferenze proletarie fin dalle origini dello scontro di classe nelle campagne, dalla fine dell'800 in poi. Furono soprattutto il Partito socialista e poi il movimento sindacale a canalizzare la protesta e il senso di solidarietà che costituiva il leitmotiv di questa produzione. Prima della Grande Guerra il canto politico nel Tavoliere, alternato al motteggio e alla strofetta satirica, veniva usato anche per caratterizzare le competizioni elettorali che opponevano l'esponente socialista a quello liberale o conservatore o "pagnottista". La svolta si ebbe negli anni 1920 e '30, quando la forte personalità di Giuseppe Di Vittorio catalizzò le masse bracciantili del Basso Tavoliere, consentendogli un salto di coscienza politica e di dignità umana. Il passaggio nella "masseria" fu troppo forte per lasciare inerte l'energia sentimentale ed espressiva delle generazioni del primo '900».

Com'era la vita nella «masseria»?
«La realtà lavorativa della "masseria" è paragonabile soltanto a quella della cascina padana: un'organizzazione ferrea, spietata, che aveva nel soprastante la figura emblematica dello sfruttamento sistematico di queste plebi rurali. Questi braccianti, tra cui si contano anche molte donne e bambini, lavoravano come bestie, si alimentavano con qualche manciata di pancotto o di legumi, dormivano in enormi cameroni, le "cafonerie", in condizioni indicibili».

Qual è la specificità dei canti del Tavoliere rispetto a quelli di altre realtà contadine? Si può parlare di temi e schemi ricorrenti?
«Le prime serie indagini di musica popolare in Capitanata datano a partire dagli anni '50 e '60 con le rilevazioni di Diego Carpitella e di Alan Lomax. Bisogna dire che è soprattutto l'area garganica ad essere studiata. Negli anni '30 ci aveva provato Saverio La Sorsa, accumulando un bel po' di materiali tra foggiano e barese. E ci avevano provato altri notevoli demologi come Giovanni Tancredi di Monte Sant'Angelo, Nicola Pitta di Apricena e Ester Loiodice di Foggia. I temi di questi canti sono comuni ad altre aree meridionali. Quello che fa la differenza è proprio l'aspetto politico, di cui in realtà non si sapeva molto fino alla ricerca fatta da un gruppo di giovanissimi studiosi nella seconda metà degli anni '70. La ricerca, coordinata da Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero per l'Archivio della cultura di base della Biblioteca Provinciale di Foggia, si concentrò soprattutto sull'area di Cerignola (allargandosi però ad altre importanti aree del Gargano e del Subappennino). La vera scoperta fu che, a fianco del canto tradizionale, intonato sull'onda dei più svariati sentimenti e prodotto dalle più varie istanze spirituali, c'era tutto un universo di canti sociali e politici che rispondevano a fenomeni storici di grande portata».

Giuseppe Di Vittorio capì l'importanza del canto bracciantile e lo incentivò. In che modo? Con quali obiettivi e risultati?
«Sì, Di Vittorio capì l'importanza del canto e addirittura caldeggiò la formazione di un coro all'interno dell'organizzazione sindacale di Cerignola (si sa che lui stesso aveva una buona voce da baritono). L'intenzione era quella di coagulare col canto tradizionale le masse popolari, inserendole però in un flusso di nuovi contenuti e di nuovi obiettivi, che erano quelli del riscatto dalla secolare subordinazione agli agrari. Bisogna tener presente che i braccianti di Cerignola e delle zone vicine avevano come antagonisti figure nuove di agrari, tipo i Pavoncelli e i La Rochefoucauld, che credevano alla modernizzazione dell'azienda agraria in senso capitalistico. Fu una lotta molto dura, ma costruttiva di una nuova identità di classe».

I canti del Tavoliere - come per esempio tanta poesia dialettale - hanno anche valore artistico o solo antropologico e politico?
«L'espressione "canti del Tavoliere", adottata per questo libro, copre in realtà l'area più vasta della provincia di Foggia. Ebbene, in Capitanata c'è una netta differenza tra tradizione del canto popolare, radicata soprattutto sul Gargano, e canto politico e satirico-sociale, di elaborazione molto più recente. Questa dualità è dovuta a due storie diverse, a due esperienze che ad un certo punto possiamo immaginare anche sovrapposte. Se il canto popolare di lunga tradizione contiene spunti e motivi che si sono affinati in arte, il canto di ispirazione politica o satirico-polemica, prima solo modulato sull'aria di Bandiera rossa o di Giovinezza a contenuto rovesciato, è stato portato a dignità artistica dal nostro folksinger Matteo Salvatore con uno dei suoi pezzi più famosi, Il soprastante. Non è forse un caso che Salvatore provenga da Apricena, che con San Severo e Torremaggiore è stata un altro importante focolaio di lotte contadine. Ma oltre ai canti bisognerebbe indagare di più nel mondo dei cantastorie, dei macchiettisti, dei poeti-braccianti (e qui penso soprattutto a Michele Sacco, i cui versi potrebbero fare egregiamente da base per canti politici e di protesta). Per non dire delle donne...».

Diciamolo...
«Nel fare questo lavoro, la sorpresa più grande è stata l'incontro con una vera e propria pasionaria di San Severo, Mollica Soccorso Foschini, che con la figlia ha interpretato a modo suo le lotte politiche del dopoguerra. Uno di questi brani è stato inserito poi nel documentario del regista Alessandro Piva, Pane e lavoro, nella serie La storia siamo noi di Raitre».

Si può dire, quindi, che Matteo Salvatore e i Cantori di Carpino abbiano ravvivato e innovato la tradizione dei canti popolari?
«Direi proprio di sì, visto come sono stati accolti da un pubblico anche giovanile e visto anche come oggi sono tenuti in conto a livello nazionale. Ciò che era solo folkloristico è diventato semplicemente popolare, nel senso vero della parola».


DELLA MEA

CORRIERE DEL MEZZOGIORNO (Corriere della Sera)
22 novembre 2004

TORNA IN UNA NUOVA EDIZIONE UN FONDAMENTALE STUDIO CONDOTTO "SUL CAMPO" IN CAPITANATA
DELLA MEA
La memoria dei braccianti patrimonio dimenticato
di CLAUDIO GABALDI

ph. G. Rinaldi

Domani pomeriggio (ore 18) nella Biblioteca provinciale di Santa Teresa dei Maschi a Bari sarà presentata la nuova edizione di La memoria che resta. Vita quotidiana, mito e storia dei braccianti nel Tavoliere di Puglia (edizioni Aramire’) il volume che Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero trassero da una lunga indagine antropologica sul campo condotta negli anni Settanta e che torna oggi arricchito da un nuovo saggio introduttivo e da una prefazione di Alessandro Piva, da tempo impegnato con Rinaldi nel Progetto di un film sui braccianti del Foggiano. Il libro sarà presentato da Emanuela Angiuli, Ivan Della Mea e Luigi Quaranta.

"Il valore di questa ricerca sta nella sua completezza". E’ questo il parere di Ivan Della Mea. Cantautore nonche’ direttore dell’Istituto Ernesto de Martino di Sesto Fiorentino. "Un progetto così compiuto, come quello che viene presentato domani a Bari, è difficile trovarlo".

Cosa significa "così compiuto"?
"Ci sono i testi, ci sono le foto, ci sono le interviste, ci sono le canzoni… Purtroppo oggi in Italia non si fa ricerca in questo modo. L’etnologo va per conto suo, il musicista pure… e tutti procedono separati. Invece, lavori come questo mostrano che c’è anche una cultura diversa da quella alta; una cultura che esprime un punto di vista differente, e che alle volte è contestazione e rivolta. E che può generare anche nuova produzione culturale".
A cosa si riferisce?
"Ad esempio al lavoro di gruppi musicali contemporanei, in Puglia ce ne sono molti che non cercano di fare, per così dire, il verso al popolo, pizzicando o tarantando; al contrario, usano le tecniche di queste musiche popolari, e ci costruiscono canzoni nuove. E qualcosa del genere la fa Giovanna M
arini. E’ un’operazione simile a quella che si tentava di fare con Il Nuovo Canzoniere Italiano e I Dischi del Sole. E’ un progetto politico-culturale al quale, però, manca spesso la parte finale".
E quale sarebbe la parte finale?
"Quella che consentirebbe di chiudere il circolo virtuoso aperto con gli studi, e, quindi, restituire al ‘popolo’ quello che gli si è preso".
In che modo?
"Attivando le scuole, i circoli culturali, le istituzioni… insomma, tutto quello che va attivato. Ma è una vecchia polemica".
La vogliamo rinfocolare?
"Allora, faccio un esempio. Altrove, penso alla Francia, si cerca di sostenere iniziative del genere, pur con mille limiti. Un libro come questo, riconosciuto di particolare interesse culturale, viene distribuito in tutte le biblioteche. Basterebbe acquistarne 2000 copie; e si darebbe la possibilità agli autori di finanziarne un altro. Se non ci pensa lo Stato centrale, possono pensarci la Regione, gli altri enti locali… E invece solitamente questo non accade".
Di chi le colpe?
"Ah, io non salvo nessuno, né destra né sinistra. Ma se è la destra a trascurare questi studi, mi interessa meno. E’ grave che lo faccia la sinistra. Basti pensare che Ernesto de Martino, per poter continuare le sue ricerche in Puglia, fu aiutato finanziariamente da Di Vittorio. Lui, il sindacalista di Cerignola, aveva capito l’importanza di certi studi. Chi è venuto dopo, no. Forse perché questi studi mettono in discussione la ragion d’essere di un partito: chiedere voti. Era pericoloso doversi destrutturare, calarsi nella realtà orizzontale della gente alla quale quel voto veniva richiesto. Ecco perché, anche nel Pci, non si teneva conto di come la gente vede quel che le sta intorno, e lo rielabora".
Ci sono differenze fra la situazione degli studi etno-antropologici nel sud e nel nord Italia?
"Il sud è molto più avanti. Penso a nomi del passato e del presente: oltre a de Martino, Cirese, Di Nola, anche Annamaria Rivera, che ha lavorato a Bari. Nel nord è prevalso un certo neopositivismo che non guardava con particolare favore a questi lavori".
Ha detto che lavori come questo andrebbero fatti circolare nelle scuole. Ma un sedicenne di oggi può capire discorsi del genere?
"Sì, se non si tratta di un’esperienza occasionale, se poi c’è qualcosa che dia il senso della continuità. Se tutto si riduce all’evento e basta, lascia ben poco".
Ma la ricerca presentata domani risale agli anni Settanta. Non è datata?
"No. Ho visto, insieme a Cofferati, il lavoro teatrale che ne è stato tratto, Braccianti, di Enrico Messina. Non è passatista: usa la modernità per raccontare una storia, una sofferenza, uno stato d’animo che c’è anche adesso. La fame, dico: c’è anche adesso".
Lei vede tutto nero?
"E’ difficile vedere rosa. Ci vorrebbero occhiali particolari".


NUOVO QUOTIDIANO DI PUGLIA
NUOVO QUOTIDIANO DI PUGLIA
8 marzo 2005 - Cultura e Spettacoli

La nuova edizione de "La memoria che resta" sulle storie dei braccianti nel Tavoliere di Puglia
La lunga stagione di lotte sui campi della protesta

di SERGIO TORSELLO

Ecco il grande libro dei braccianti del Tavoliere. Quattrocento pagine costruite attorno a sessanta narrazioni di lavoratori della terra, cinquantatre canti di lavoro e di protesta, centoquaranta foto. Testimonianze che raccontano storie di vita ai limiti della sussistenza, memorie di una lunga stagione di lotte per la conquista di migliori condizioni di lavoro nelle campagne. È uno straordinario spaccato di storia sociale quello che emerge dalle pagine de "La memoria che resta. Vita quotidiana, mito e storia dei braccianti nel Tavoliere di Puglia" (Aramirè, 2004, pp.396, libro più 2 CD, euro 22,00) di Gianni Rinaldi e Paola Sobrero che meritoriamente le leccesi edizioni Aramirè di Roberto Raheli rimandano in libreria in una nuova edizione a più di vent'anni dalla prima pubblicazione.
Apparso originariamente nel 1981, sulla scia del nascente movimento di storia orale che privilegiava il campo di indagine della soggettività e delle storie di vita delle classi subalterne, il libro ha avuto un destino per molti versi simile a quello delle storie che racconta. Vicende di una memoria "sommersa e ignorata". Che s’inabissa e riemerge, rivive e si rinnova nella narrazione. Solo recentemente, infatti, i fertili incontri con musica e teatro (dal libro sono tratti un’opera teatrale, "Braccianti", e l’ultimo, raffinato disco di Umberto Sangiovanni) avevano contribuito a far riaffiorare dall’oblio il libro e le storie che raccoglie. Storie che partono da lontano, a cavallo tra Otto e Novecento, quando l’"innovazione" capitalistica delle campagne trasformò masse di contadini in braccianti salariati. E raccontano una vicenda culturale "che ci appartiene profondamente - scrive nell’introduzione Alessandro Piva, il regista della ‘Capagira’, annunciando il progetto di un film - ma che nel giro di un paio di generazioni ci è sfuggita di mano".
Per ricomporre in un quadro unitario i frammenti di una memoria smarrita nella diaspora dalle campagne, i due autori hanno condotto, tra il 1974 e il 1980, nell’ambito di un progetto per la costituzione di un Archivio della cultura di base della Provincia di Foggia, una lunga ricerca sul campo. Hanno raccolto decine e decine di testimonianze di protagonisti di quella stagione che quasi mai avevano trovato spazio nella pur abbondante bibliografia sull’argomento. Braccianti, militanti di sindacati e di partiti della sinistra che rievocano le disumane condizioni di sfruttamento nelle masserie, l’affacciarsi sulla scena del sindacalismo rivoluzionario, il mito di Giuseppe Di Vittorio (in cui si riversano istanze di classe e "attributi sacrali"), l’immaginario simbolico e ideologico che si mobilita attorno alla "liturgia laica" del Primo Maggio, l’opposizione al fascismo, i fatti del dopoguerra. E poi la ricerca sul canto popolare bracciantile (con l’apporto di Franco Coggiola), le foto di Paolo Longo, le note bibliografiche di Linda Giuva a completare un libro corale in cui si incrociano magistralmente storia orale, storiografia locale e indagine etnoantropolgica.
Così, attraverso le "voci narranti" dei protagonisti, "La memoria che resta" scava nello spazio equidistante tra dimensione individuale e grande esperienza collettiva, tra microstoria e grande storia. Quello spazio dell’esperienza sociale (e politica) dell’individuo all'intemo del quale prende corpo l’elaborazione di una memoria comune, di un’identità condivisa. È la memoria che sopravvive all’oblio. Memoria che resta, appunto.


UNITA'
l’Unità,
12 dicembre 2004

È il titolo del bellissimo cd di Roberto Raheli. L’ho ascoltato in Puglia: ha delle cose forti da dire e le sa dire
Compagni, queste sono "Mazzate pesanti"

di IVAN DELLA MEA

A Bari il 22 novembre, ore 18 circa, biblioteca grande bella, io un poco inadeguato mi sento in quanto invitato lì a dire de La memoria che resta di Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero edizioni Aramirè; a dire di Una memoria interrotta. Lotte contadine e nascita della democrazia di Grazia Prontera edizioni Aramirè; a dire, dunque, delle voci della vita di contadini e delle lotte contro i grandi latifondisti sfruttatori della Capitanata e a dire della settimana rossa di Bari (1914) offuscata per storia dalla settimana rossa di Ancona; a dire della vita di Giuseppe Di Vittorio, che ancora è memoria di ex braccianti e loro famigli, storiografia orale quindi grazie alla quale poter leggere il punto di vista delle cosiddette classi subalterne, materiali per una riflessione politico culturale ancora tutta da fare per capire come mai in quella zona e con quelle lotte e nonostante la forza e l’ingegno di Giuseppe Di Vittorio non è cresciuto un movimento di solidarietà fatto di leghe contadine e di società mutuo soccorso bensì si sono sedate le lotte con concessioni individuali di pezzetti di terra insufficienti a dare la dignità minima dell’umana sopravvivenza e dunque costringendo il piccolissimo proprietario a rifarsi bracciante e schiavo; e a dire che nonostante il sole della speranza si sia fatto rosso è rimasta la memoria del sopruso, un dramma che si può leggere e vedere oggi nei Braccianti. La memoria che resta grande teatro sociale di Enrico Messina e di Micaela Sapienza.
Poi, sempre in quella biblioteca, per dire del Salento degli Aramirè edizioni certo e gruppo di ricerca e di riproposta dei suoni salentini, in polemica con i pizzicanti pizzicagnoli tarantolati dalla voglia di fare moda, consumo, il verso al popolo, folklorismo becero d’accatto, le notti della tarantola.
Con il massimo rispetto, filologico a parer mio, dello spirito vivo della tradizione, Roberto Raheli canta il nostro presente e propone così un nuovo e più alto livello del canto della protesta sociale. Mazzate pesanti è il titolo del Cd e di mazzate si tratta e pesanti davvero e dedicate all’universo mondo con intelligenza e tutto quello che occorre per indurre un ascolto non evasivo: la ragione di Raheli vuole essere ascoltata e ci riesce. Tornando a Milano, un po’ sfranto dalla fatica, ho sentito la necessità di sdebitarmi per i doni che avevo ricevuto. A Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero e a Grazia Prontera e agli Aramirè in generale e a Roberto Raheli in particolare e a Lia de Martino figlia di Ernesto incontrata in stazione a Bari, e anche questo è già un ricordo di molto caro, e a Pino e Carlo suoi giovani amici musicisti di Altamura che l’hanno accompagnata e che mi hanno lasciato di che ascoltare e alla voglia che ci siamo regalata di ritrovarci: a tutti loro insomma io dedico questo…

la cantata

Prima di Bari…

… prima di Bari
treno notte Molise
albedo a San Severo
immensa d’oro la spianata
oro rosso ramato e infuocato
oro bianco altrove è platinata
oro sono i quattro orizzonti
capitanata
la vigna spogliata d’uve
regala oro a foglie
olivo lo raccoglie
assai attento
alla bellezza d’arte inarrivata
che all’occhio dona il pianto della gioia
gli intarsi
perfetti più di dio
di lui più preziosi
smeraldi luminosi
che lanciano all’azzurro
d’un cielo di madonna
la grande luce di quel giorno primo:
per quella ogni ventura è comandata
anche i carciofi
sanno la libertà capitanata
immenso è il tuo ciborio
Giuseppe Di Vittorio
la piana d’oro è sempre la tua stanza
speranza ancor mai perduta
oltre le Puglie tutte:
poi,
è Bari:
si scende il treno
e l’alba grande ora s’è venuta.

Ivan Della Mea


ZUNINO

VS -Valore Scuola, a. I, n. 14, luglio 2005

Una ricerca sulla nostra storia
La voce degli esclusi

di GIOVANNA ZUNINO

Giovanni Rinaldi - Paola Sobrero
LA MEMORIA CHE RESTA. Vita quotidiana, mito e storia dei braccianti nel Tavoliere di Puglia.
Prefazione di Alessandro Piva. Edizioni Aramirè, Lecce, 2004
pp. 400, 142 fotografie in bianco e nero e a colori, 2 cd audio. Euro 22,00

Non è ancora conosciuto e letto come meriterebbe. Eppure La Memoria che resta ha il sapore di un romanzo storico dal quale "arrivano le voci della cultura della terra, della fame solidale" come sostiene Alessandro Piva nella prefazione. La memoria che resta contiene i risultati della vasta ricerca sul campo, realizzata tra il 1974 e il 1980, tra i braccianti del Tavoliere di Puglia. Braccianti che non sapendo scrivere e leggere hanno "solo" potuto narrare la loro storia di vita e di lavoro. E le tante storie personali raccolte nel libro sono restituite ai protagonisti, ma anche a tutti noi: "la nostra storia". Non c’è futuro senza radici e quindi non possiamo permetterci distrazioni e perdere memoria! Lo sa bene Giovanni Rinaldi uno degli autori che, 25 anni or sono, alla presentazione della prima edizione del libro a Cerignola, suo paese natale, raccolse, oltre agli onori, anche l’onere di "non mollare questa appassionata ricerca", sollecitato, tra gli altri, da Baldina Di Vittorio, figlia di quel Giuseppe che, rivendicando il diritto dei braccianti ad essere riconosciuti come persone e non solo come "braccia da lavoro" ne riscattò la dignità. Giuseppe Di Vittorio in La memoria che resta è raccontato dalle voci di coloro per i quali ha combattuto per tutta la vita. Questo libro è la più importante ricerca che sia stata fatta nel nostro paese su una zona di bracciantato agricolo, è uno studio commovente e fondamentale che ci consente di partecipare con emozione, attraverso canti e racconti, ad avvenimenti che sono stati dei nostri padri e dei nostri nonni.

I percorsi della ricerca partono dagli inizi del '900 giungendo sino agli anni '70: la fatica quotidiana, la conquista dei diritti, la festa del Primo Maggio. Il volume contiene una importante bibliografia curata da Linda Giuva, 60 narrazioni e storie di vita, 53 canti proposti da più di cento lavoratori agricoli, fotografie d'epoca, reportages fotografici e contiene 2 CD audio con 23 racconti e 42 canti.

"Il valore di questa ricerca sta nella sua completezza" è questo anche il parere di Ivan Della Mea, cantautore e direttore dell’Istituto Ernesto de Martino di Sesto Fiorentino. "Un progetto così compiuto, è difficile trovarlo. Ci sono i testi, ci sono le foto, ci sono le interviste, ci sono le canzoni […] lavori come questo mostrano che c’è anche una cultura diversa da quella alta; una cultura che esprime un punto di vista differente, e che alle volte è contestazione e rivolta. E che può generare anche nuova produzione culturale. È un progetto politico-culturale al quale, però, manca spesso la parte finale, quella che consentirebbe di chiudere il circolo virtuoso aperto con gli studi, e, quindi, restituire al "popolo" quello che gli si è preso: attivando le scuole, i circoli culturali, le istituzioni […] Altrove, penso alla Francia, si cerca di sostenere iniziative del genere, pur con mille limiti. Un libro come questo, riconosciuto di particolare interesse culturale, viene distribuito in tutte le biblioteche […] E invece solitamente questo non accade […] Basti pensare che Ernesto de Martino, per poter continuare le sue ricerche in Puglia, fu aiutato finanziariamente da Di Vittorio. Lui, il sindacalista di Cerignola, aveva capito l’importanza di certi studi. Chi è venuto dopo, no".

E come non dare ragione, certo con l’amaro in bocca, a Ivan Della Mea? Ma la rassegnazione è un connotato che non appartiene a Giovanni Rinaldi come sa chi è rimasto quasi incantato dal patrimonio culturale che ha raccolto nel suo archivio. L’Archivio Di Vittorio di Giovanni Rinaldi può essere, in parte, consultato sul sito http://utenti.lycos.it/giovannirinaldi e messo a disposizione di tutti.

Il volume si può richiedere alle Edizioni Aramire', 0832.455648  www.aramire.it


DI NICOLA

Dal sito www.100annicgil.it

Da Leggere
I BRACCIANTI DI PUGLIA La memoria che resta

di EMANUELE DI NICOLA

La memoria che resta. Vita quotidiana, mito e storia dei braccianti nel Tavoliere di Puglia
Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero
Edizioni Aramirè, Lecce 2004 (1a ed. 1981)

La storia d’Italia è spesso accompagnata dall’aggettivo "ufficiale", come se questo costituisse un attestato d’importanza, potesse conferirle un valore speciale. Dietro all’istituto di ricerca, però, esiste un sottobosco di investigatori acuti e partecipi, appassionati del loro lavoro, non meno dignitosi di altri. Sono gli specialisti del primo piano, coloro che non si accontentano dello sfondo e impugnano la lente della ricerca basandosi su eventi locali, voci, volti e persone: La memoria che resta ne è un ottimo esempio.

Partendo dalla realtà circoscritta del Tavoliere di Puglia, analizzandola dai primi del Novecento sino agli anni settanta, i due autori (Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero) intraprendono un percorso decennale (la ricerca è iniziata nel 1974) per articolare, più che un libro, un progetto: "un racconto collettivo, pagine di una storia recente che sembra remota, scritta da noi e da quei braccianti che non ci sono più e vivono nel fondo più raccolto e fiero della nostra memoria". Seppure il volume si divida in cinque sostanziali capitoli, che ripercorrono condizioni, usi e costumi dei lavoratori pugliesi, la forma cartacea del saggio non è l’unica, e neanche la principale: l’analisi è minuziosamente incorniciata dai racconti in prima persona degli intervistati (soprattutto braccianti, ma anche donne, sindacalisti, attivisti politici), 142 fotografie (dal bianco e nero fino al colore delle più recenti) e due cd audio, che ospitano rispettivamente 23 racconti dal vivo e 42 canti popolari. Come raccontano gli autori, il patrimonio visivo era conservato "grazie alla premura di un sindacalista" alla Camera del lavoro di Cerignola, vera base della loro ricerca: anche se "scartate e cestinate quale materiale inutile" hanno deciso di riportare le foto alla luce, riordinandole in un percorso preciso e minuzioso per squarciare finalmente il velo dell’anonimato.

In apertura di volume, Rinaldi e Sobrero, richiamandosi apertamente agli "storici scalzi" (secondo la tradizione, quei professionisti ostinati ed efficaci ma rigorosamente privi di titolo accademico), espongono i nodi cruciali del loro lavoro: ci tengono a specificare che "non si è voluto in ogni caso privilegiare il rapporto con personalità dotate di qualche carattere di eccezionalità rispetto a quelle comuni", quindi la parola spetta alla vita quotidiana. Molteplici e sfaccettate si rivelano le questioni di metodo: dal problema dell’interpretazione del ricordo, spesso narrato con gli occhiali della propria parte politica, fino al dislivello, ossia quella rete intricata di piccole incongruenze tra racconti comuni. La stratificazione della memoria, la sua perdita di smalto nel corso degli anni, si coniuga alla soggettività dei narratori stessi; gli scrittori si muovono su questo sentiero complesso, indirizzando la loro ricerca per annotarne i tratti ricorrenti, nello stesso tempo permettendole di spaziare seguendo i suoi percorsi naturali.

Emergono così spaccati di realtà ordinaria, partendo rigorosamente dal tratteggio del contesto: la casa napoletana dei Pavoncelli - artefice dello sviluppo del Tavoliere nell’ultimo trentennio dell’Ottocento - all’alba del nuovo secolo esercita lo strapotere sul territorio (oltre 7.000 ettari in provincia di Foggia, di cui la metà nell’agro di Cerignola), inaugurando un embrionale capitalismo, tra bassi salari e modernizzazione dei macchinari. Da queste premesse affiora una storia di schiene piegate dal lavoro, tra malaria e piccola criminalità, dove i versi di Giuseppe Angione, bracciante e poeta, superano ogni descrizione: "Si moriva per mancanza / d’ogni cosa necessaria / pane, mai nella credenza / della casa proletaria".

Dalla narrazione drammatica ("scoppiò da noi una malattia chiamata Spagnola che colpì tutto il sesso femminile") si passa alla considerazione politica ("Mentre la schiavitù era stata abolita dalla Rivoluzione Francese, in Italia il fascismo ripristinò la schiavitù sul lavoro nelle campagne") e all’amaro dato di fatto ("Ogni giorno due ore in più per Mussolini, il fascista, a beneficio della nazione. … Poi la paga a quanto volevano loro"): talvolta in dialetto, per mantenere la forza della genuinità, tutto viene narrato in presa diretta grazie all’acuta scelta degli studiosi di mettersi da parte, eliminare il loro filtro e affidarsi al gergo della vita vera.

Nel procedere della narrazione la memoria acquista colore: si attraversa la nascita dell’attività politica e la rivendicazione dei diritti di base, che prese le mosse dal Circolo giovanile socialista di Cerignola (1909), laboratorio locale per la lotta di classe. Qui svolse la sua prima funzione organizzativa il bracciante più celebre e amato di Cerignola: Giuseppe Di Vittorio, cui il volume dedica un ampio spazio originale e appassionante. Più che la sua statura politica, seppure costantemente evocata dalla voce popolare, Rinaldi e Sobrero si soffermano sulla percezione del "mito" Di Vittorio nella coscienza popolare: incarnazione di tutte le rivendicazioni operaie, compresa l’ostinata dignità della loro condizione, nonostante i suoi ruoli futuri è una figura squisitamente anti-istituzionale, "legata al primo periodo del sindacalismo rivoluzionario". Nel rammentare il suo nome, per i lavoratori l’iperbole è dietro l’angolo: l’esaltazione delle qualità personali - in virtù delle quali l’attivista "disdegnava l’altoparlante" per un diretto contatto con la sua gente - si unisce a un’autentica cristologia del personaggio, testimoniata dalle foto d’epoca che affiancano nel focolare domestico l’immagine di Gesù a quella di Di Vittorio. Per gli autori non siamo dalle parti del culto della personalità, ma si tratta di "un evento di fondazione dal quale partire per la realizzazione di aspirazioni riconosciute possibili, di mete ritenute conquistabili".

La memoria che resta, come detto, vuole aggirare l’eccezione: inevitabile soffermarsi, nella sua ultima parte, sulle tradizioni della massa operaia, dall’accentuata ritualità del Primo Maggio nella "rossa Cerignola" ai canti popolari, elementi di aggregazione ma anche contestazione ideologica (spesso intonati al passaggio di una processione religiosa), di cui sono minuziosamente riportati i testi in dialetto e le relative traduzioni.

Questi tasselli di una realtà riscoperta narrano minuziosamente la storia dell’"altra Italia", quella disagiata e combattiva delle campagne, regalando valore universale a un fazzoletto di terra; una storia di cui non occorre affatto vergognarsi, come sottolineava Di Vittorio nei suoi discorsi e come ribadiscono gli autori, che attendeva da troppo tempo di essere raccontata. Dunque i racconti si sovrappongono tra realismo e imperfezione, e proprio da questo deriva il loro fascino: il libro non è un comizio ma una libera chiacchierata, le voci - intrecciate secondo diverse modalità (il racconto, la poesia, la canzone) - non vogliono imporsi ma soltanto esprimersi. Non sono eroi questi braccianti pugliesi ma uomini comuni, e come tutti i mortali in questo libro soddisfano la loro massima aspirazione: essere ascoltati.

Uno spaccato di quotidianità che vanta un elemento straordinario: la passione e lo scrupolo di questi due ricercatori che, considerando qualche centinaia di pagine come una gabbia troppo stretta, si sono rivolti ad altri tipi di supporti. Dalla ricerca è stato liberamente tratto lo spettacolo teatrale Braccianti, adeguatamente illustrato nel sito ufficiale, che sta raccogliendo applausi e consensi in giro per l’Italia; nella prefazione del testo il regista pugliese Alessandro Piva, già autore de LaCapaGira e Mio cognato, confessa di essere stato travolto dall’entusiasmo del progetto e annuncia la sua volontà di convertirlo su pellicola.


ROSSI

RASSEGNA SINDACALE, n. 37, 13/19 ottobre 2005, p. 16

Storia e memoria/ La nuova edizione della fondamentale ricerca sul bracciantato agricolo in Puglia
Quando si lavorava da "buio a buio"
Un testo che ci riporta anche alla condizione di chi, come tanti immigrati, ripercorre la strada dei braccianti d'un tempo

di MARCO ROSSI

Che senso ha ripubblicare oggi, dopo ventiquattro anni, un volume di saggi e testimonianze di storia orale dedicato ai braccianti del Tavoliere di Puglia? Scartata subito l'ipotesi di una operazione nostalgia, per trovare la risposta (o meglio le risposte), bisogna cercare in varie direzioni.
Intanto, come ci ricorda l'Istituto Ernesto De Martino, La memoria che resta "...la più importante ricerca che sia stata fatta nel nostro paese su una zona di bracciantato agricolo".
Un lavoro imponente, iniziato nel 1974 e conclusosi sei anni dopo, che ha segnato un momento importante nel riconoscimento di quella straordinaria fonte che è la storia orale, la memoria di ognuno di noi.
Non è un caso che la sensibilità per questo fenomeno sia maturata proprio in quella fase storica: come scrivono nella prefazione Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero, allora "accanto ad una sorta di riconoscimento statutario della storia orale in ambito universitario, si affiancava un fervore di ricerca al di fuori degli ambiti accademici, tra cui quello della cosiddetta 'storia militante' e degli 'storici scalzi', vale a dire privi di una titolarità accademica pur praticando da professionisti la disciplina storica, che emergeva dopo un tenace, spesso ignorato, in molti casi osteggiato, percorso di raccolta, elaborazione e riproposta di fonti orali in funzione politica 'della classe e per la classe'".
Com'è facile intuire, questa sensibilità applicata ad un contesto in cui è compresa Cerignola, patria di Giuseppe Di Vittorio, ha prodotto risultati che meritano davvero di essere riproposti, a tanti anni di distanza da quella prima edizione ormai introvabile. A questo va aggiunto che alle pagine del libro si accompagnano oggi due cd che offrono a tutti la possibilità di ascoltare canti di lotta e di lavoro ma soprattutto ventitrè racconti.
Dal punto di vista emotivo l'impatto è straordinario. La figura di Di Vittorio cessa di essere una foto ingiallita o l'immagine in bianco e nero di una Settimana Incom per tornare viva nelle parole di chi lo ha conosciuto e amato. Sono ricordi in cui non c'è solo il grande leader sindacale del dopoguerra, ma anche il giovane dirigente che muove i primi passi e ancora risente della sua formazione anarchica, mentre il fascismo dilaga anche nelle campagne pugliesi.
Alla lucidità di questi racconti, pieni di consapevolezza storica, si accompagna sempre la sottolineatura della profonda umanità di cui era permeato Di Vittorio: come ci dice con rara efficacia uno degli intervistati, "Lo volevano bene pure le pietre".
L'altro elemento che emerge con grande forza dalle testimonianze è la durezza delle esistenze di cui sono stati protagonisti questi uomini e queste donne. Si lavorava "da buio a buio", ovvero dall'alba al tramonto, spesso fin da quando si era poco più che bambini. Le violenze dei soprastanti erano la regola, soprattutto per i più piccoli, così come "la paga a quanto volevano loro". Insomma, come racconta Pasquale Grillo, "una vita così fetente e balorda che a dirlo uno non crede, però noi l'abbiamo passata e l'abbiamo fatta, compagni. Oggi, a raccontare ai giovani forse loro non credono".
Sono parole che ci portano dritti alla domanda con cui si sono aperte queste righe. Ha un senso riproporre oggi questa memoria, in un contesto in cui tutto è cambiato, quando già all'epoca della prima edizione Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero scrivevano di Cerignola come di "un paese che sembrava avesse perduto la memoria, una collettività frantumata su cui la violenza di una vicenda bracciantile di decenni non aveva lasciato traccia"? Una risposta possibile è quella tracciata dagli autori, quando ricordano che da La memoria che resta è stato liberamente tratto Progetto braccianti, una proposta culturale composta da un testo teatrale, un sito internet e percorsi didattici "di volta in volta adattati ai contesti dove il progetto è stato e continuerà ad essere accolto e presentato: teatri, piazze, festival, scuole". Un progetto di viaggio e di dialogo che "ha rinsaldato gli epici legami con le vicende e la storia dei braccianti padani, tracciandone di nuovi con le realtà sommerse dei lavoratori extracomunitari che in tutta la nostra Italia hanno rimpiazzato le antiche braccia".

Anche a loro, oggi, Di Vittorio avrebbe insegnato a non togliersi il cappello davanti al padrone.


AUCELLO

IL GARGANO NUOVO, dicembre 2005, p. 4

Un museo dei ricordi
Casa museo. A Cerignola, nella casa natale di Di Vittorio, una raccolta di canti e testimonianze per dar voce ai braccianti-operai del Tavoliere. La riedizione del libro di Rinaldi e Sobrero

di LEONARDO P. AUCELLO

Ho conosciuto, seppure indirettamente e di straforo, la prima edizione del volume di Giovanni Rinaldi e di Paola Sobrero nel 2003 quando un mio compaesano, il professor Sergio D'Amaro, ha pubblicato come gadget de "La Gazzetta del Mezzogiorno" nella Collana Ori di Puglia dell'Editore Schena di Fasano, diretta dal famoso scrittore pugliese Giuseppe Cassieri, una bella plaquette intitolata Canti del Tavoliere - Disperazione e riscatto in Capitanata tra Otto e Novecento. In questo volumetto sono riportate più volte testimonianze di braccianti-contadini e alcuni canti popolari compresi nella raccolta La memoria che resta - Vita quotidiana, mito e storia dei braccianti nel Tavoliere di Puglia, Edizioni Aramirè, Lecce 2004, con la Prefazione del regista Alessandro Piva, che è una via di mezzo tra una breve analisi del volume e la descrizione dell'incontro con uno degli autori.

Si tratta di una nuova edizione: la prima, alla quale facevo riferimento, risale al 1981 ed è stata pubblicata dall'Amministrazione e dalla Biblioteca provinciale di Foggia. La raccolta delle testimonianze tendeva da parte di Rinaldi e della Sobrero a un Progetto culturale, quello cioè di creare in Puglia un Archivio della cultura di base, con l'obiettivo di dar voce a chi non ha voce, per dirla con Silone; vale a dire lasciar parlare quell'immensa massa di braccianti e sottoproletariato urbano in modo da narrare direttamente le amare esperienze legate al sudore del lavoro nei campi. La stessa, cioè, che per buona parte del ventesimo secolo, ha costituito le braccia-lavoro delle distese del Tavoliere delle Puglie, soprattutto quelle a confine tra la provincia foggiana e barese.
Il fulcro dell'indagine e del racconto è incentrato essenzialmente su Cerignola, centro agricolo della Capitanata con uno sterminato latifondo circostante, punto di raccordo del bracciantato agricolo delle vaste zone ofantine e dintorni. Ci troviamo di fronte a un paese abbastanza popoloso, amato dal Mascagni nella sua Cavalleria rusticana e che ha dato i natali, non solo al musicista Pasquale Bona, al medico-chimico Galileo Pallotta, e al ministro del Regno d'Italia, Giuseppe Pavoncelli, ideatore del progetto per la costruzione dell'acquedotto pugliese, ma soprattutto ai suoi due figli più noti e apprezzati, Nicola Zingarelli, autore del molto consultato vocabolario della lingua italiana, naturalmente con i continui aggiornamenti e Giuseppe Di Vittorio, segretario nazionale della CGIL dal 1945 fino alla morte nel 1957.

Il volume di Rinaldi e della Sobrero, compilato sotto un'ottica essenzialmente etnologica, ma con riferimenti storici abbastanza particolareggiati, la cui ricerca abbraccia quasi l'intero decennio settanta, consta di due parti: una prima costituita da testimonianze dirette di braccianti, contadini e operai, i quali, in un'età senile, prestano la loro memoria per riannodare il presente con un passato che gli ha visti partecipi di un'epoca che sembra ormai segnare il passo. La seconda, invece, è formata da un'intera sezione dedicata ai canti popolari cerignolani. Di questi ultimi, alcuni, soprattutto quelli a carattere politico, o riferiti al periodo della mietitura e della vendemmia, sono in un certo qual modo autoctoni; mentre altri appartengono alla tradizione più in generale pugliese e sono conosciuti pure nelle zone montane, come quella del Gargano, quali, ad esempio, Mariteme all'Amereca, All'acqua alla fundanella, La mamma de Lucietta 'eva gilosa, con una variante garganica di Cuncettella e la festa del Primo Maggio.

Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero hanno curato pure il testo autobiografico di Giuseppe Angione, al quale, tra l'altro, gli stessi hanno dedicato un Laboratorio culturale. Si tratta di un bracciante e militante comunista molto attivo, amico di Di Vittorio, oltre che poeta e sindaco di Cerignola. Il titolo del suo libro, dalle reminiscenze del filosofo Campanella, è il seguente: La città del sole. Realtà e sogno di un bracciante, Cerignola, 1982. I due autori hanno pubblicato altri volumi, tra cui  Il simbolo conteso. Simbolismo politico e religioso nelle culture di base meridionali, Roma, 1979; oltre ai numerosi Fogli Volanti, Cultura di Base. Mentre Rinaldi ha curato da solo l'opera Primo Maggio. Protagonisti e simboli della festa del lavoro a Cerignola e in Puglia, Cerignola, 1982.  
Certamente in tutte queste raccolte, incentrate sull'immagine bracciantile cerignolana, aleggia trionfante, senza dubbio, la figura, come nel testo odierno, di Giuseppe Di Vittorio, grande organizzatore di masse proletarie, un po' masaniello e un po' cheguevara, con l'intuito chiaro di chi ha in mente obiettivi di grande portata, come i diritti umani, sociali e sindacali dei lavoratori. Infatti tutti i protagonisti delle lotte proletarie nell'agro di Cerignola dagli inizi del ventesimo secolo fino agli anni Cinquanta, intervistati da Rinaldi e Sobrero, non hanno fatto altro, appunto, che essere stati fedeli a un unico ideale ed aver operato e lottato a fianco di Di Vittorio, con un ruolo di comprimari, cioè, di una guida attenta e risoluta che ha condotto il bracciantato cerignolano agli onori della cronaca sindacale nazionale.

E proprio a fianco di Di Vittorio, intorno alle organizzazioni locali della Federterra e la Camera del Lavoro, si sono mossi altri braccianti, riscattati culturalmente dalla miseria e dall'analfabetismo dilagante, tra cui il già ricordato Giuseppe Angione, Domenico Di Virgilio, Michele Sacco, Raffaele Pingiali, Antonio Di Giovanni, i poeti-cantastorie come Savino Totaro e Francesco Borrelli, questi ultimi due con le loro macchiette e ballate popolari dialettali, E come vogghie fè, e I sacce nu bbelle cantà addolcivano gli animi stanchi e provati dalla fatiche della moltitudine dei loro paesani.
Dalla parte opposta c'era la Cerignola bene con l'enorme latifondo delle famiglie nobili specialmente i duchi Pavoncelli, risalenti all'illustre concittadino, Ministro, a cavallo dei due secoli, nel periodo pregiolittiano; insieme a loro si ricordano i duchi de La Rochefoucauld, discendenti dell'insigne moralista francese del Seicento, Francois La Rochefoucauld, autore di un libro di Massime, proprietari, questi ultimi, tra l'altro, della famosa tenuta della Masseria Torre Quarto, e distillatori di un vino pregiato locale, ormai, se non erro, scomparso, la cui stoffa aromatica richiamava il sapore dei vini della loro patria d'origine. Vanno menzionati anche alcuni agrari come i Cirillo Farrusi e i Zezza. E in capo a tutti, il nemico numero uno dei braccianti nel periodo fascista, anche lui cerignolano, l'avvocato Giuseppe Caradonna, dalla statura possente, che, pur essendo mutilato di guerra, non solo fece parte della Marcia su Roma nel '22, a fianco di Mussolini, ma fondò a Cerignola persino una Squadra d'azione, completamente alle sue dipendenze, sempre pronte per reprimere ogni iniziativa operaia dei socialisti e dei comunisti, addirittura nell'intera area del territorio di Capitanata e anche oltre. In ogni loro intervento repressivo, essi ripetevano a squarcia gola slogan del tipo: «Ohè! Per la Mala donna!, noi siamo gli squadristi di Peppino Caradonna!»; oppure: «Manganello, manganello, tu rischiari ogni cervello!».

Ma nell'animo straziato e vilipeso nella loro onorabilità di onesti lavoratori sfruttati, Di Vittorio ripeteva ai compagni la frase di Marx agli operai londinesi a cui rivolse l'invito verso il riscatto socio-politico-culturale: «Proletari, voi siete piccoli perché state in ginocchio! Alzatevi!».
Riflessi repressivi appaiono in molte opere di quel periodo e anche dopo. Un bracciante autodidatta di un paese del Gargano, di nome Antonio Salvato, socialista, in una sua autobiografia intitolata A pietra e a pane racconta che nei primi anni Venti, certi simpatizzanti fascisti del posto, a volte, chiedevano espressamente l'intervento degli squadristi cerignolani, capeggiati appunto dall'onorevole Caradonna per sedare qualche ribellione di lavoratori giornalieri, o semplici salariati agricoli.
In sostanza la città di Cerignola, durante l'era del Duce, assume quindi un duplice aspetto, ognuno dei quali si colloca nel cuore di un'organizzazione esplosiva, come punto di snodo di una doppia entità sociale: una reazionario-repressiva dei fascisti di Caradonna; e l'altra bracciantile riformisto-rivoluzionaria che vedeva nella lotta per i diritti umani e sociali dei lavoratori la bandiera del social-comunismo, emblema del riscatto del sottoproletariato urbano e rurale dell'intera zona del basso Tavoliere, che faceva capo a Di Vittorio e ai suoi collaboratori, ma che abbracciava masse enormi dell'intera zona geografica che si estendeva da Orta Nova, a Stornara, Stornarella, Canosa, Zapponata, Margherita di Savoia, Trinitapoli e San Ferdinando. Ed è proprio questo il vero baricentro della lotta operaia antifascista.

Nella Prefazione al volume autobiografico di Domenico Di Virgilio intitolato Comunista a Cerignola, pubblicato nel 1980 dalla Collana Editoriale Quaderni del Sud Lacaita, Manduria, l'onorevole Michele Pistillo di San Severo, studioso e autore di un'ottima monografia su Giuseppe Di Vittorio, parlando della situazione politico-sociale, a proposito dell'organizzazione bracciantile a Cerignola prima e durante l'epoca fascista, scrive testualmente: «Cerignola è la vera capitale, in Puglia, del bracciantato agricolo. Ai primi del secolo, in questo centro, è concentrata la massa più grande, in senso relativo, di salariati agricoli che ci sia nella regione pugliese. L'83,04% di tutti i lavoratori di Cerignola sono braccianti e salariati agricoli. Quasi tutto il resto è costituito da contadini poveri, con un piccolo pezzo di terra che non si differenziano gran che dai primi. Di contro, vi è una forte concentrazione della proprietà terriera, col 72% della terra coltivabile condotta con criteri capitalistici. Il taglio è netto, la contrapposizione frontale, lo scontro spesso aspro e violento. Contro i braccianti è l'agraria, prepotente e violenta, che non ammette neppure il principio dell'organizzazione dei lavoratori e che farà di tutto per non riconoscere la Lega; è tutta la stampa padronale o ad essa asservita; i diversi poteri dello Stato».

Ma già la cultura ufficiale meridionale, nei primi decenni del secolo, fa sentire la sua voce di protesta contro il sistema borghese latifondista del Mezzogiorno sia al tempo di Giolitti prima che di quello fascista poi con due intellettuali pugliesi di spicco appartenenti all'area socialista massimalista, che diventarono i maitre a penser del Sud contadino, povero e sfruttato dal potere dei grandi agrari, massicciamente diffusi in tutto il territorio meridionale. Ci riferiamo, senza dubbio, a Tommaso Fiore di Altamura, autore di alcune opere storico-letterarie, sulla condizione civile e sociale delle masse proletarie pugliesi, il quale faceva sentire la sua protesta di intellettuale impegnato con la pubblicazione di alcune lettere, meglio conosciute con il titolo, Un popolo di formiche. Precedentemente un altro studioso pugliese controcorrente, già nei primi anni del Novecento ha alzato lo scudo a difesa dei soprusi dei padroni e del sistema politico del potere centrale giolittiano contro le masse contadine del Sud. Si tratta di Gaetano Salvemini di Molfetta, storico di estrazione socialista, che nel 1909 pubblicava la famosa opera Il ministro della malavita; e man mano veniva componendo dei saggi sulla condizione disumana nel Sud, raccolti poi in volume nel 1955 con il titolo di Scritti sulla questione meridionale.

A fianco all'opera dei due pensatori, e di alcuni altri, è apparsa nel tempo, comunque, specialmente negli ultimi trent'anni, una produzione documentaristica di diari, autobiografie, memorie, testimonianze, composta e pubblicata da contadini e braccianti autodidatti, consegnando, così, alle future generazioni la loro piccola ma importante testimonianza di un vissuto storico, pregno di valore sociale e culturale da non sottovalutare. Si ricordano alcuni volumi importanti: dai racconti del medico-romanziere di Trinitapoli, Domenico Lamura, La saggezza di John Spencer, dell'Editore Adda di Bari; al romanzo del suo compaesano, Mauro Crocetta, con Storia di cafoni, della Collana Editoriale Quaderni del Sud Lacaita, Manduria; per continuare con il libro dell'etnologa dell'Università barese Annamaria Rivera intitolato Vita di Amelia, storia di una contadina di Troia; e ancora Mario Tricarico di Torremaggiore con il diario di una Cafone, Violamaro. Oltre, naturalmente ai due volumi già ricordati di Domenico Di Virgilio di Cerignola e Antonio Salvato di San Marco in Lamis.

E per finire, il romanzo di una scrittrice pugliese, prematuramente scomparsa, Maria Teresa Di Lascia Passaggio in ombra, ambientato a Rocchetta Sant'Antonio, che narra la storia di una ragazza negletta dell'Appennino dauno, molto miope e semianalfabeta.
Tutte le anzidette vicende storico-narrative si intrecciano quindi con il movimento operaio-bracciantile di Capitanata.

A queste lotte sociali si richiama dunque la raccolta di testimonianze di Rinaldi e Sobrero, La memoria che resta che è rivolta essenzialmente, più che alle vecchie, alle nuove generazioni le quali, pur rimandando a quegli eroici tempi il proprio nome e le proprie origini, tuttavia esse hanno smarrito il filo della memoria, che appare importante per riannodare i due mondi, quello bracciantile-operaio di una volta con quello postmoderno, multimediale della società tecnologica di oggi.
Ecco perché l'autore, in collaborazione con il Comune di Cerignola, intende trasformare la casa di nascita del sindacalista concittadino, Giuseppe Di Vittorio, in un museo di ricordi, affinché il suo pensiero e la sua opera non vadano smarriti per sempre. E la Cerignola di oggi cerchi in ogni modo di non dimenticarlo.


LOPRIORE

MONDIMEDIEVALI.NET (in La memoria dimenticata, a cura di M. Teresa Rauzino)

Canti popolari e lotte contadine

di LUCIA LOPRIORE

La memoria che resta: è questo il titolo dato all’interessante volume scritto a quattro mani da Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero, edito per i tipi delle Edizioni Aramirè, prefato da Alessandro Piva (pp. 396, ill. b/n e colori, CD di racconti e canzoni, Lecce 2004).

Frutto di un complesso studio svolto dai due autori sul campo nel lontano 1974 e durato fino agli anni ’80 del secolo scorso, il testo - unico nel suo genere - affronta per la prima volta un interessante argomento: le lotte contadine a cavallo tra i primi anni del ‘900 e gli anni ’70 dello stesso secolo. Una ricerca difficile anche perché realizzata avvalendosi delle numerosissime testimonianze di vita agreste cerignolana, seguendo un lungo percorso di ricerca pionieristica lontana dai riflettori del dorato mondo accademico.
Con gran coraggio e determinazione, i due ricercatori hanno speso gran parte del loro tempo ad intervistare a raccogliere ed a testimoniare attraverso questo complesso volume, già pubblicato in una prima versione dalla Amministrazione e dalla Biblioteca provinciale di Foggia nel 1981, tematiche sulla difficile vita bracciantile attraverso le lotte, le conquiste e quanto altro occorso per rivendicare i propri diritti.
La figura di Giuseppe Di Vittorio, con lo spaccato di vita quotidiana vissuto a Cerignola e non solo, costituisce la parte centrale del volume oltre al prezioso percorso di ricerca illustrato dagli autori, che funge da corollario ai vari interventi trascritti e documentati preziosi, anche perché molti intervistati sono ormai scomparsi da tempo.
Nomi come quelli di Giuseppe Angione, Francesco e Michele Balducci, Lucia e Savina Barbarossa, Matteo Bellapianta, Antonio Rutigliano, Michele Sacco, solo per fare qualche esempio, rappresentano una sorta di memoria vivente, la "Memoria che resta", appunto, mettendo "nero su bianco". Per lungo tempo le cattedre accademiche hanno disdegnato tali argomenti… per troppo tempo si è ignorato, volutamente o casualmente, che la difficile condizione in cui si trovava la "povera gente" era e doveva essere vissuta come un "fenomeno sociale" dell’intera nazione italiana e non come un problema emarginato che riguardasse esclusivamente le "classi meno abbienti" o per meglio dire "il proletariato di massa".

Il volume, scritto con finalità volte alla divulgazione di uno spaccato di vita contadina, testimonia un metodo alternativo alla ricerca in genere quasi sempre basata solo su documenti archivistici, come in realtà ogni ricercatore che si rispetti è abituato a fare. Un metodo nuovo "pionieristico" per gli anni relativi alla prima ricerca quello utilizzato dagli autori: la fonte orale.
Quella della narrazione diretta dei protagonisti chiamati a svolgere un duplice ruolo, quello di protagonisti e di spettatori o lettori al tempo stesso.
Aldino Monti, quando parla dei braccianti, sostiene essi sono stati: "[…] il primo gruppo sociale a scoprire il significato della politica come strumento di emancipazione e di promozione sociale […]".
Ma perché prendere quale esempio proprio la Capitanata, terra da secoli vessata da profonda crisi? Unicamente perché uno degli autori, Giovanni Rinaldi, è originario di Cerignola. Egli si è reso conto che pochissimo era stato fatto dai suoi predecessori, antropologi, politologi ecc., per diffondere questo spaccato di vita che non rimane solo fine a se stesso ma che, come avviene per le tessere di un puzzle, rappresentando la microstoria, si ricongiunge alla macrostoria, in altre parole alla "Storia Universale".

Per volersi riallacciare alla teoria di Marc Bloch secondo cui "le ricerche storiche non ammettono l’autarchia […] isolandosi ciascuno capirà a metà persino nel proprio settore d’indagine […] la storia universale è quella data dall’aiuto reciproco […]", il campo d’indagine seguito dagli autori in questo volume (con interventi di altri colleghi fra cui Linda Giuva, Paolo Longo e Franco Coggiola), non deve e non può essere circoscritto alla sola consultazione dei documenti d’archivio che, come in questo caso, sono quasi totalmente frutto di impressioni scritte di getto scaturite dalla penna di scrittori improvvisati, consapevoli dei propri limiti culturali, ma volenterosi di lasciare la loro testimonianza scritta.
Oggi a raccontare ai giovani forse loro non credono di Pasquale Grillo, oppure Le terre vanno tolte ai padroni di Ripalta Buonuomo, dove si parla dei soprusi perpetrati da famiglie nobilitate o nobili come i Pignatelli, i Pavoncelli o i Cirillo Farrusi, che da tempo immemorabile a Cerignola "tenevano i malati in testa", come afferma l’intervistata, quasi a voler dire conducevano il gioco e nessuno si poteva opporre alla loro volontà.

Una sorta di "Gospels" all’italiana sono i canti ed i racconti incisi sui CD multimediali per un totale di 23 racconti e 42 canti, a testimonianza di una "verità con prove provate" che nessuno potrà rinnegare o alterare o cancellare. La "memoria che resta" è anche questo! è mettere nero su bianco tutti gli errori, le sofferenze, le abnegazioni, le ingiustizie subite per secoli e secoli di potere.
Solo la salvifica figura di Giuseppe Di Vittorio, il sindacalista cerignolano che ha lottato per ottenere quella dignità umana che riconosce ogni simile uguale agli altri, interrompe "l’agonia" dei braccianti facendo trionfare la giustizia.
Se facciamo un passo indietro, nella storia nel nostro Mezzogiorno ci sono state alcune tappe importanti legate alle rivolte popolari: 1648 la rivolta di Masaniello; 1799 la Repubblica Partenopea; 1848 i moti carbonari; primi anni del 1900 le lotte bracciantili. Tutte con un comune denominatore: il malcontento e l’indigenza delle masse.

"E ‘na massaria nove", di Angelo Delbono, "So’ quarandasette jurne" di Giuseppe Diploma, "Patrone te la lasse la cunzegn" di Vincenzo Debono, "Mej’ e po’ meje" di Giuseppe Diploma, ed altri sono i canti liberatori in vernacolo dei braccianti. In totale: 60 narrazioni, 53 canti proposti da più di cento lavoratori agricoli, fanno di questo prezioso lavoro un’antologia utile di agevole lettura. Il lavoro è impreziosito da 142 immagini a colori ed in bianco e nero, opera di Giovanni Rinaldi, Alberto Vasciaveo e Paolo Longo ed altre raccolte nei vari archivi privati, tra queste anche un ricco corredo iconografico dedicato a Giuseppe Di Vittorio. Le note bibliografiche sui braccianti di Puglia e Capitanata tra il 1900 ed il 1960 e su Giuseppe Di Vittorio, curate da Linda Giuva, inserite in Appendice, chiudono il bellissimo volume.


GABALDI2

Il Corriere del Mezzogiorno, mercoledì 8 Febbraio 2006

Sangiovanni: "Il mio disco nel nome di Di Vittorio"
Il musicista foggiano al lavoro su "Calasole" s’ispira all’epopea bracciantile del Tavoliere

di CLAUDIO GABALDI

FOGGIA - I campi di cotone della Virginia come le distese di grano del Tavoliere: entrambi culle di un'arte nata dalla fatica più ingrata. Dai primi è nato il blues, e quindi il jazz; dai secondi sono nati i ritornelli plebei, dolenti e, molto più raramente, ribelli. Ritornelli che, in parte, hanno fatto da colonna sonora agli scontri di classe nelle campagne pugliesi, quando i "descamisados" di Cerignola e dintorni sfilavano dietro l’effigie di Giuseppe Di Vittorio. A quei canti, a quelle storie, a quel capopopolo si ispira oggi il musicista foggiano Umberto Sangiovanni; che, guarda caso, compone prevalentemente in stile jazz. Autore ed esecutore, insieme alla Daunia Orchestra, del cd La controra, uscito qualche anno fa, Sangiovanni adesso si accinge ad entrare nuovamente in sala d’incisione per registrare Calasole, una raccolta di musiche dedicate al microcosmo dei braecianti. A sostenere l’iniziativa, che nasce sotto l’egida di RaiTrade, anche la "Casa Di Vittorio" di Cerignola: un insieme di progetti culturali in memoria del sindacalista che di Cerignola era originario. "L’idea mi è venuta - dice Sangiovanni al Corriere del Mezzogiorno - leggendo i testi raccolti da Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero nel libro La memoria che resta. Si tratta di canti di lavoro, ma non solo di lavoro, che contadini e braccianti intonavano all'epoca in cui era vivo Di Vittorio. Io li ho rimusicati aggiungendo anche brani strumentali".
Qual è la provenienza di quei canti?
"Cerignola e San Severo. Ma non si tratta di provenienza certa. Ci sono sicuramente commistioni, perchè i braccianti, alla ricerca di un ingaggio, si spostavano continuamente. E così come i braccianti li rimaneggiavano, adattandoli anche alle diverse circostanze di vita, io cerco di adattarli alla mia musica".
E che cosa ne vien fuori?
"Qualcosa che definirei popular-jazz. Io sto lavorando su un suono etno,jazz; ma decisamente più vicino al jazz che all’etno. Del resto, il mio quartetto è composto da un contrabbasso (Marco Siniscalco) un sax soprano e un clarinetto (Simone Salza), una batteria (Massimo D'Agostino) e un pianoforte, suonato da me. Tutto molto acustico".
Chi canta?
"La stessa cantante che mi ha accompagnato in La controra: Rossella Ruini. E' fiorentina, ma ha imparato ad esprimersi in foggiano".
I testi cosa dicono?
"E’ inutile cercarvi una struttura elaborata. Comunicano più che altro emozioni. Se vogliamo, possiamo definirli ermetici: con tre o quattro parole aprono lo spaccato su un mondo. 'U sol adda calà, ad esempio, è una frase che ha già un suo suono poetico. In sottofondo, però, domina l'amarezza. Anche quando si parla d’amore, la nota dolente non manca mai".
Per esempio?
"C’è Maddalena, una canzone in cui il fidanzato chiede alla donna di non andare a lavorare, perché, in cambio di 350 lire al giorno, si consuma, sfiorisce. Amore, tenerezza ma con la fatica sempre sullo sfondo: è una delle contraddizioni della nostra terra. Un'altra è proprio nel titolo dell’album: Calasole. Un momento sognante, quello del tramonto: ma il sole cala su campi di sofferenza. E' una suggestione magica e terribile allo stesso tempo".
E’ tutto così tenero, sfumato e struggente?
"No, c’è anche un brano durissimo. Nasce dai versi di Michele Sacco, poeta-bracciante di Cerignola: Dint'a 'sti camp, semp'assiccat a gula maja.... E' il lamento di un bracciante che non può avvicinarsi alla bottiglia dell'acqua, perchè glielo impedisce il sovrastante, il guardiano armato di frusta".
Non è la stessa scena cantata da Matteo Salvatore in Lu sovrastande, appunto?
"Sì. E pensare che tutto questo accadeva davvero, ai primi del Novecento, fa rabbridivire".
Ma Di Vittorio che cosa c'entra?
"Di Vittorio amava la musica. Lo ricordano gli stessi braccianti, nelle loro testimonianze. Dicono che li invitava a fare le serenate alle fidanzate, a cantare. Considerava la musica un respiro di vita per quella gente; e voleva che li aiutasse ad elevarsi. Poi Di Vittorio fu anche protagonista di sonetti che ne cantavano le gesta".
E nel cd come entra?
"C'è un brano strumentale, Peppì, dedicato a Di Vittorio. Ma, al di là del brano, Di Vittorio è stato il punto di partenza e quello di arrivo per questo lavoro: perchè questi canti fanno capire quali fossero le condizioni di vita nelle campagne; e l’esperienza Di Vittorio ci ha aiutato a capire come quelle condizioni sono cambiate".
Quanti brani conterrà il Cd?
"Dodici. E al momento ne ho composti undici. Non tutti di origine bracciantile. Due sono di estrazione tradizionale. C'è la Montanara, che è poi il nome autentico di quella che è arcinota come Tarantella del Gargano. E poi una ninna nanna di Monte Sant'Angelo, con la quale richiamo il dramma dei bambini. All'epoca di Di Vittorio anche loro, i piccoli, venivano ‘venduti’ per essere utilizzati nel lavoro dei campi. Tornavano a casa, e quando non c'era niente da mangiare le madri cantavano loro una ninna nanna".
E il dodicesimo brano?
"Vorrei rifare in versione strumentale un pezzo meraviglioso di Matteo Salvatore: Lu bene mio. E' molto originale dal punto di vista musicale".