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> L'ARCHIVIO DELLA CULTURA DI BASE

 

 

 

Biccari, 1978. La corsa del Pulcinella, foto G. Rinaldi (elab. grafica)L 'attività di ricerche e interventi per la costituzione dell'Archivio della Cultura di Base presso la Biblioteca Provinciale di Foggia (allora diretta da Angelo Celuzza e Guido Pensato) è stata promossa agli inizi del 1977 con un progetto di lavoro (ideato e coordinato da Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero ) riguardante i momenti di aggregazione delle classi subalterne come contesti di elaborazione culturale collettiva, di gestione e di organizzazione dei propri valori e modelli di riferimento ideologici e materiali. 

Con questo progetto la pubblica istituzione intese attuare - in collegamento e in collaborazione con il territorio, i suoi organismi rappresentativi, la sua dimensione sociale - un primo coordinamento di iniziative sulla realtà culturale di base nell'area provinciale, nelle diverse specificità contestuali (religiosità popolare, liturgia laico-celebrativa, teatro e spettacolo popolare) e nei differenti modi espressivi (tradizione orale, gestualità, iconografia, cultura materiale). 
L'attività venne condotta sulla base di documentazioni fotografiche, fìlmate e sonore realizzate sul campo, reperimento di materiale documentario e illustrativo d'epoca.

San Marco in Lamis, 1978. Le Fracchie, foto G. Rinaldi, particolare.Il progetto, riconosciuto da più parti, accademiche e non, pionieristico e d'avanguardia, mirava alla realizzazione di un archivio multimediale e fruibile dall'intera comunità locale attraverso le tecnologie già allora disponibili presso la Biblioteca Provinciale. I materiali di questo archivio diventavano, al pari dei libri e della cultura "scritta" conservata in Biblioteca, "soggetto" e strumento d'indagine e conoscenza critica, per una memoria più consapevole della propria identità culturale.

 

Nel volume "La memoria che resta..." del 1981, pubblicato dopo l'interruzione prematura dell'esperienza, Guido e Rino Pensato così descrivevano pregi e difetti di questa inconsueta vicenda culturale:

"I risultati del lavoro svolto sono di grande rilievo sia sul piano quantitativo che qualitativo. Ma un dato va rilevato: si tratta di risultati tutti interni alla ricerca, nel merito degli obiettivi scientifico-culturali posti a base dei programmi annuali. Risultati che hanno consentito, tra l'altro, il recupero di materiali e documenti destinati alla sparizione e, di riflesso, il risvegliarsi di un'attenzione ormai sopita per il loro recupero, la loro conservazione da parte di singoli e di istituzioni (le Camere del Lavoro, per fare un esempio); hanno consentito la documentazione, attraverso fotografie, filmati, registrazioni sonore e in videonastri, ecc. in modo ampio e approfondito settori o manifestazioni della cultura popolare in Capitanata: la ritualità religiosa in centri come il santuario dell'Incoronata, la «ritualità» laico-politica a Cerignola e laico-carnascialesca a Sannicandro e a Biccari, la condizione e il ruolo della donna ad Orsara, i soggetti, i luoghi e i modi della cultura bracciantile ancora a Cerignola, e così via.
A questi vanno aggiunti momenti e strumenti di socializzazione prodotti nel corso delle varie ricerche o a conclusione delle stesse: mostre («Braccianti: storia e cultura», «II diavolo e la maschera», ecc.); presentazione dei materiali prodotti nelle località cui si riferiscono; scambi con altri centri di ricerca (valga per tutti la serie di manifestazioni, protrattesi per due mesi, organizzate in collaborazione con il Centro Etnografico Ferrarese); produzione di materiali a stampa; presentazione dell'esperienza in convegni nazionali e internazionali; instaurazione e pratica di un rapporto ravvicinato col mondo della scuola come utente collettivo organizzato e privilegiato.

Quelli che sono viceversa venuti meno sono stati i risultati sul piano politico-culturale generale: ed è un punto su cui vale la pena riflettere, perché si tratta non già di problemi specifici, interni ai meccanismi della ricerca, ma di dati che concorrono a costituire il «contesto» su cui l'esperienza è nata, che definiscono la complessiva problematica dell'organizzazione, della natura e del funzionamento della macchina pubblica in Italia, e, in questo ambito, delle strutture culturali pubbliche. Dati che hanno rivelato, anche nel caso dell'Archivio della Cultura di Base, una volta di più, quanto sia illusorio imboccare e percorrere scorciatoie sulla strada della maturazione e acquisizione ampia e tendenzialmente generalizzata di tematiche e linee culturali innovative e «fondanti», in grado cioè di intervenire sui meccanismi della comunicazione e della produzione di cultura, su quelli della marginalità culturale. Registrare e riflettere su questo versante negativo della vicenda dell'Archivio della Cultura di Base significa sostanzialmente ribadire, «alla prova dei fatti», un principio in linea teorica acquisito e «pacifico» del rapporto politica-cultura: non basta che le acquisizioni «culturali» che sono alla base dell'intervento in settori determinanti e specifici restino tali - «culturali» - e, soprattutto acquisite/delegate al «quadro tecnico-professionale»; è indispensabile che esse diventino, in quanto politiche, per i presupposti e le implicazioni politiche cui sono strettamente connesse, patrimonio pienamente consapevole del quadro politico-amministrativo, in grado perciò e solo allora di compiere scelte di fondo coerenti; o meglio: di inserire quelle acquisizioni, quelle scelte di intervento «di settore» nel quadro di scelte generali corrette e coerenti di politica culturale.
Ma, a questo punto, va rilevato, volendo sommariamente delineare un quadro delle questioni non risolte o, comunque, richiamate a una riflessione complessiva dell'esperienza dell'Archivio della Cultura di Base, che proprio il tema della «programmazione» e del suo raccordo con il «territorio» costituisce tuttora, e soprattutto nel settore della cultura, una sorta di miraggio politico-amministrativo, quando non un esorcismo verbale".

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