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IL RESTO DEL CARLINO,
19 agosto 2005,
RAVENNA CRONACA
INCHIESTA
I bambini dei ‘Treni della felicità’ raccontano
di
ANNAMARIA CORRADO
"Quel viaggio di 60 anni fa in fuga dalla fame del Sud"
"Ricordo il viaggio di notte, che a me sembrò eterno, e il cartellino
col nome che mi avevano cucito al cappotto perchè ero la più piccola.
Avevo quattro anni ed era il 1944". Rosanna De Luca oggi vive a Ravenna
e ricorda quei momenti con un misto di commozione e paura. Lei, che era
nata ad Atina, in provincia di Frosinone, arrivò a Faenza nell’estate
del ’44 su uno di quelli che in seguito vennero chiamati i ‘treni della
felicità’. Insieme a lei una settantina di bambini provenienti dal Lazio
dove la guerra aveva lasciato fame, povertà e disperazione. In quegli
anni l’Emilia Romagna accolse migliaia di bambini figli di braccianti,
operai e contadini che non avevano di che vivere. Dovevano rimanere per
pochi mesi. Alcuni sono rimasti per sempre, come Rosanna. "Ero
terrorizzata -racconta- perché prima di partire, al paese, ci avevano
raccontato che in Romagna i comunisti bruciavano i bambini. Con me
viaggiavano due dei miei fratelli, Diego di 6 anni e Vincenzo di 8, e mi
coccolavano". A Faenza, in stazione, li aspettavano le famiglie che li
avrebbero ospitati. "Si avvicinò una coppia di Voltana -continua
Rosanna- e lui, Renzo, mi prese per mano. C’era anche Lorica di 17 anni,
la sua fidanzata". Rosanna venne ospitata dalla famiglia Morelli che 6
mesi prima era stata colpita da una tragedia: ad Angelina che aveva
sposato il padre di Lorica, dopo la morte della prima moglie, i fascisti
avevano ucciso marito e due figli. "A Voltana -dice Rosanna- ogni
famiglia aveva subito un lutto. La guerra anche qui si era fatta
sentire, forse per questo c’era una generosità diversa". Erano arrivati
nella nuova casa a tarda notte -i suoi fratelli erano stati accolti da
un’altra famiglia- e l’ingresso della grande sala l’aveva impaurita.
"C’era un camino enorme e pensai mi ci avrebbero buttato dentro. Corsi a
nascondermi. All’inizio piangevo sempre e per consolarmi chiamavano mio
fratello Vincenzo che viveva vicino".
Dopo
poco Renzo e Lorica si sposarono e, insieme ad Angelina, diventarono la
sua famiglia romagnola. Ad Atina erano rimasti madre, padre e altri tre
fratelli. "Mio padre Giovanni soffrì molto per il distacco. Ero la prima
figlia femmina e mi aveva sempre trattato come una principessina". Dopo
qualche tempo Rosanna si era tranquillizzata. "A Voltana mangiai le
polpette per la prima volta e mi sembrarono il cibo più buono del mondo.
E poi ricordo nel giardino di casa dove giocavo il pergolato con l’uva
Zibibbo". A ottobre arrivarono i genitori per riportarla ad Atina.
"Quando entrarono mi attaccai stretta al collo di Angelina. E loro
decisero di lasciarmi ancora un po’ a Voltana, ma mio padre andò via con
gli occhi lucidi". Rosanna frequenta prima e seconda elementare a
Voltana. Poi rientra ad Atina. "Lì i compagni di classe mi prendevano in
giro perché ‘stavo con i comunisti’. E poi io avevo la cartella, il
grembiulino, i colori che mi avevano comprato a Voltana, tutte cose che
gli altri non possedevano. All’inizio dell’estate iniziavo a scrivere
lettere su lettere a Lorica. Così appena finita la scuola mio padre mi
metteva sul treno a Roma e Renzo e Lorica mi aspettavano a Bologna".
Dopo due anni trascorsi a Voltana il padre di Rosanna stette male e la
madre decise che per Rosanna era arrivato il momento di trovare
un’occupazione al paese per contribuire a mantenere la famiglia. "Voleva
che mi sposassi ma non riuscì a convincermi. Pensò di mandarmi in
Norvegia a lavorare in una gelateria che alcuni immigrati di Atina
avevano aperto. Ma intervenne Lorica e mi trovò un lavoro a Voltana. A
16 anni ho iniziato a fare la baby sitter a Ravenna dove ho conosciuto
mio marito e non sono andata più via. Siamo sposati da 48 anni e abbiamo
due figli: Andrea e Sabrina". Rosanna non ha mai interrotto i rapporti
con la sua famiglia anche quando i genitori nel 1959 si sono trasferiti
prima in Belgio poi negli Stati Uniti. Così come è rimasta legatissima
ai fratelli: Diego è rimasto in Italia a Milano, Vincenzo vive in
Canada.
Nel
Dopoguerra tanti bambini da Lazio e Puglia accolti in Romagna
"Sono rimasto a bocca aperta davanti al mare di Cervia"
Umberto Mafferri Randi, classe 1936, ha visto il mare per la prima volta
a Cervia nel 1945. "Mi aveva accompagnato la mia ‘mamma’ di Lugo
-ricorda- e rimasi a bocca aperta, senza parole. Dopo due giorni giunse
la notizia che dovevo ritornare a casa a Frosinone". Anche Umberto,
insieme a tanti altri bambini, era arrivato in Romagna con un ‘treno
della felicità’. "Era il 2 marzo del 1945 e il viaggio era durato due
giorni e una notte. Ad ogni stazione una voce annunciava quanti bambini
dovevano scendere. Capitai a Lugo: era buio, aveva piovuto e andai a
finire con i piedi in una pozzanghera". La guerra era appena finita e
Frosinone aveva subito più di sessanta bombardamenti. Era stato Umberto
a voler partire. "La mia famiglia economicamente stava bene -spiega-
anche se durante la guerra avevamo fatto la fame come tutti. Per me il
viaggio fu un’avventura nell’ignoto, come quelle che da piccoli si
leggono nei libri. Avevo solo 9 anni e i miei non volevano, ma riuscii a
convincerli. Insieme a me c’erano bambini dagli 8 agli 11 anni, i più
piccoli ne avevano 5". Quando quella notte il treno si era fermato nella
stazione di Lugo la solita voce aveva scandito a chiare lettere: ‘Qui 22
ragazzi’. "Ci portarono in autobus fino in piazza Baracca -continua
Umberto- dove attaccata alla chiesa c’era la sezione del Partito
Comunista. Ci visitò il medico e poi arrivarono le famiglie. Noi eravamo
tutti di Frosinone. Non ero spaventato e a un certo punto si fece avanti
una coppia: lui si era avvicinato a un bimbo più grande, ma lei mi aveva
già visto e disse: "Guarda quel gagì". Erano i coniugi Randi di
Lugo. Per Umberto non esistono famiglie vere o false, ma
semplicemente la mamma e il papà di Lugo e la mamma e il papà di
Frosinone. "Di quella prima notte -dice- ricordo che ero stanchissimo e,
arrivati a casa, mi addormentai quasi subito in una stanzetta tutta per
me. A Frosinone dividevo la camera con quattro dei miei otto fratelli".
Dopo cinque mesi Umberto era ripartito per Frosinone. "Ci sono rimasto
40 giorni -spiega- ma ero malinconico e desideravo tornare a Lugo. La
mamma allora decise di accompagnarmi per conoscere la famiglia che mi
aveva ospitato. Lei aveva capito, perché una madre certe cose le sente
dentro". Umberto è rimasto a Lugo, dove si è sposato e ha avuto dei
figli. "Ho assunto il doppio cognome, Mafferri Randi -spiega- solo dopo
la morte dei miei". Non ha mai smesso di vedere e sentire i parenti.
Anche se negli ultimi anni i viaggi si sono diradati per lasciare il
posto alle telefonate. "I miei fratelli sono stati qui in viaggio di
nozze -racconta Umberto- e quando mi sono sposato la mia famiglia di
Frosinone ci ha regalato la camera da letto".
Giovanni Rinaldi
‘Le testimonianze e le foto diventano un documentario’
Tutto è cominciato tre anni fa quando il regista Alessandro Piva ha
realizzato per ‘La storia siamo noi’ di Minoli, Pane e lavoro,
documentario sulla rivolta dei braccianti di San Severo del 1950. A
fermare la rivolta intervenne l’esercito e il bilancio fu di un morto,
centinaia di feriti e 180 arrestati. Uomini e donne andarono in carcere
per due anni. I loro figli furono accolti dalle famiglie del nord Italia
grazie ad una catena di solidarietà. Il lavoro di Piva aveva scoperto la
punta dell’iceberg di un fenomeno, quello delle ‘adozioni temporanee’,
che dal dopoguerra, grazie ai Comitati di solidarietà democratica,
raggiunse proporzioni sorprendenti. Da qui l’idea, del regista e
ricercatore pugliese Giovanni Rinaldi, di realizzare un documentario più
ampio che ricostruisse la storia di una grande solidarietà che ha
salvato dalla fame e dalla miseria migliaia di bambini. In tanti
arrivarono a Ravenna, Lugo, Faenza, Voltana, Massa Lombarda, con i ‘I
treni della felicità’. Alcuni di quei bambini decisero di rimanere e
vivono tuttora qui. Piva e Rinaldi la scorsa primavera hanno raccolto,
per il documentario, le loro testimonianze. Ida Cavallini di Lugo,
partigiana e organizzatrice Udi, ricorda quegli anni. "C’era meno
burocrazia perché non c’era tempo, Anpi e Udi dovevano lavorare con
sveltezza. E poi volevamo cambiare il mondo, migliorare quello che non
andava bene".

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