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Progetto Braccianti,
catalogo di sala, Milano 2003, pp. 16-17   


Alle radici della storia: la memoria collettiva

di GIOVANNI RINALDI
 

"Per fare storia volgete risolutamente la schiena al passato e, innanzitutto, vivete. Mescolatevi alla vita. Alla vita intellettuale, senza dubbio, in tutta la sua varietà. Storici, siate geografi. Siate anche giuristi. E sociologi. E psicologi. … Ma vivete anche una vita pratica. Non accontentatevi di osservare oziosamente dalla riva quel che avviene sul mare in tempesta…"

Lucien Febvre


Come in un gioco di specchi, in cui le immagini si riflettono si dividono si rimandano e simmetricamente si ritrovano, talvolta deformate talvolta coincidenti, il progetto Braccianti. La memoria che resta ha rinnovato e ripercorso tragitti personali e culturali distanti circa trenta anni. Un periodo lungo di silenzio e sospensione.

Il viaggio intrapreso da Enrico e Micaela è ripartito come allora, per me e Paola Sobrero, dall’Emilia alla Puglia, dal teatro all’antropologia, dalla propria biografia intellettuale al tentativo di ricostruzione di una più grande biografia collettiva a cui non solo aderire ma in cui rivivere.

Non è casuale, non può essere stato tutto casuale.
Anche allora, come oggi, delle istituzioni coraggiose integrarono nel loro progetto di governo il progetto pretenzioso e rischioso di due giovani ricercatori (l’Archivio della Cultura di Base) che pretendevano di voler ricostruire la storia della Capitanata non alla maniera dei tradizionali e accademici studiosi che fino allora l’avevano fatto scrivendo libri costruiti spesso sui soli testi e documenti scritti. L’idea era, ed è nuovamente quella che muove oggi il Progetto Braccianti, di mescolare tutte le possibilità del fare cultura; di utilizzare insieme e non separatamente tutti i metodi e le tecnologie a disposizione per far "apparire", per far "sentire", per far riemergere dal buio a cui era costretta tutta la storia e la cultura di un’intera classe di lavoratori. Un itinerario, quello della classe bracciantile, durato più di un secolo, che ha formato, insieme alle storie di altri territori e di altri paesi, anche buona parte di storia d’Italia. Una storia locale, sì, ma che tendeva a rappresentare condizioni, modi e forme della cultura di un popolo che potessero risultare utili non solo nel ristretto ambito territoriale.

Ma a cosa serviva e soprattutto a cosa serve oggi la memoria? L’identità sociale di una comunità dipende, per strutturarsi, non solo dalla memoria, ma dalla verifica costante, nel tempo, dei valori fondanti della memoria stessa, dal suo confronto continuo col presente e le sue sollecitazioni. La memoria non è un deposito chiuso: è la capacità personale e sociale di utilizzo e traduzione continui di esigenze e motivazioni del presente, urgenze di progettazione e individuazione di futuri possibili, con i materiali e le esperienze del passato.

Le storie, e le vite, a noi narrate dai braccianti di Cerignola alla fine degli anni ’70, con la ricchezza propria della parola "detta" e del gesto comunicativo che sempre l’accompagna, visualizzavano (proprio come a teatro o in un film) l’orgoglio di essere stati testimoni dell’affrancamento da forme di sfruttamento quasi schiavistico della forza lavoro e protagonisti nell’organizzare non solo la rivolta a quello stato di cose, ma anche la costruzione di un mondo diverso in cui sentirsi uguali e rispettati da coloro che, dall’alto, dominavano.

L’esperienza del dolore… genera il bisogno di esprimersi. In una situazione di estrema sofferenza l’urgenza di comunicare si presenta come un bisogno primario, insostituibile… chi ha vissuto l’esperienza del fascismo nelle campagne, della guerra, della deportazione, porta impresso dentro di sé un marchio indelebile, che lo spinge a testimoniare (L. Reitani). Ma l’idea di raccogliere questa memoria non andava solo nella direzione di una pura sua conservazione quanto nel tentativo di ricreare una circolarità narrativa e culturale in cui la fonte orale, il racconto, diventasse occasione e centro di scambio interno ed esterno alle generazioni. I figli dei braccianti a Cerignola già in quegli anni stavano perdendo coscienza del valore che la storia dei loro padri rappresentava.

Il cinema, il teatro, la musica, soprattutto in Italia, hanno spesso sottovalutato l’importanza dell’attingere alle fonti della memoria collettiva; solo alcuni lo hanno fatto rielaborando e rileggendo, con lo sguardo del presente, le forme espressive e i contenuti della cultura popolare. Purtroppo è anche vero che moltissimo materiale è irraggiungibile o disperso in mille rivoli; merito di questo progetto è infatti l’aver consentito il riutilizzo (con un lavoro di digitalizzazione e nuova organizzazione dei materiali originali) di voci, suoni, immagini e storie custodite gelosamente per quasi trent’anni. Fonti che nessuno aveva ritenuto "utili" e che invece andavano a ricollegarsi non solo con il passato, ma anche con la storia più attuale e problematica. La storia dei nuovi braccianti, siano essi gli immigrati scaricati e più spesso scaraventati dai gommoni sulle nostre coste, oppure i nuovi lavoratori a tempo, "interinali", giovani spesso allo sbando e senza diritti.

Facendo parlare nuovamente gli uomini e le donne a cui spesso non si dà parola, vorremmo riprendere un metodo, probabilmente ritenuto da alcuni velleitario, poco scientifico o demodè, che mette al primo posto l’esigenza non solo di divenire protagonisti di storia ma anche di acquisire la capacità di narrarla e tramandarla, senza pericolosi vuoti di memoria.

In questo il teatro, così come il cinema, potranno molto, mescolando nuove tecnologie multimediali a un metodo di lavoro interdisciplinare e, pur mantenendo scientificità e rigore narrativo, facendo riaffiorare dalle radici della nostra storia anche le emozioni, i sentimenti, i sogni e le lacrime. Come tentammo di fare, sicuramente in modo parziale, raccontando il vissuto quotidiano, il mito e la storia dei braccianti del Basso Tavoliere.

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